La Montagna secondo Paolo Cognetti

C’è qualcosa, nel DNA di noi Italiani, che ci rende irrimediabilmente, indissolubilmente legati al mare. Anzi, il Mare, con la M maiuscola: il mare come stato della mente, come condizione esistenziale; come immagine metaforica e simbolica per eccellenza, molto più della montagna, ad esempio.
La nostra cultura, le nostre radici più profonde, d’altronde, sono mediterranee, e Mediterraneo è il nome di un mare: quello che i nostri antenati romani chiamavano
Mare Nostrum. Nostro: siamo suoi figli, è parte costante delle nostre vite. Siamo gente di mare, gente del Sud dell’Europa, gente scottata dal sole e dalla salsedine.
Tuttavia, sempre più persone, muovendo da ogni ambito della cultura, si stanno impegnando a far notare che l’Italia rappresenta quasi un
unicum nel mondo: pare che abitiamo il Paese con la più grande varietà di paesaggi. E con la più grande varietà di climi, di tempi atmosferici, di vegetazione. Sulle prime l’affermazione può sorprendere – abitiamo una penisola, il nostro elemento non può che essere il Mare! – ma se ci si sofferma a pensare un istante ci si accorge che è vero: abbiamo mare, abbiamo fiumi, abbiamo laghi, abbiamo colline, abbiamo pianure. E abbiamo montagne: ed eccoci giunti a noi.
Abbiamo anche la montagna, non dobbiamo dimenticarlo: sembra essere questo il primo motto, il primo messaggio di fondo estraibile fin dalle prime pagine di Le otto montagne, ultimo romanzo di Paolo Cognetti (classe 1978), e prima delle sue pubblicazioni per Einaudi (in precedenza scriveva per Minimum Fax).
Del Mare, infatti, non c’è pressoché traccia in queste duecento pagine: un’assenza che pesa come un macigno, significativa quanto – forse più che – una presenza insistita (penso a Montale ed alla sua eredità, tanto per dirne uno). Sembra quasi una presa di posizione: Cognetti sembra dirci – ma lo fa con calma, con la pacata secchezza che si sprigiona dalle sue frasi – che, è vero, è molto più difficile per un Italiano scrivere della Montagna; ma questo non significa che non si possa, o peggio, non si debba fare.

Ed ecco, allora, che tra le prime vette prende forma la storia – la vita – di Pietro, palese alter-ego dello stesso Cognetti (che, infatti, è un grande amante della montagna, e da anni si divide tra la città e una baita ad alta quota). La storia della famiglia di Pietro si fonda letteralmente sulle montagne: le cime delle Dolomiti, dapprima – quelle nei cui rifugi i suoi genitori hanno celebrato le loro nozze, alla presenza di pochi amici e della sola neve dei ghiacciai – per passare, anche se per un tempo breve, alle Alpi Centrali di confine con la Svizzera, e per vivere di nuovo giorni e stagioni piene ed importanti sulle creste frastagliate e più aguzze dell’Italia del Nord-Ovest, quella della Val d’Aosta e del massiccio del Monte Rosa.


I genitori di Pietro lasciano la Montagna proprio alla nascita del loro primo ed unico figlio, per dargli un futuro, quella istruzione e quello stile di vita che lo renderanno competitivo e professionale, e lo affrancheranno dalle radici della sua famiglia – fatte di vita da contadini, di semplicità e sussistenza. O meglio, questi sono gli intenti veri della madre, non quelli sentiti sinceramente dal padre: il vecchio montanaro, semplicemente, si rende conto che la vita di montagna è anacronistica. Che la città chiama, ed è lì che c’è da andare: e stiamo parlando della città più “città”che ci sia, perché la famiglia si trasferisce a Milano. In quel grigiore urbano, dove il cielo è sempre uniformemente bianco e stende una cappa attraverso la quale non si riesce a vedere, la Montagna appare, ogni tanto, in fondo ai viali trafficati, come un miraggio lontano: e come tale si presenta al piccolo Pietro, attraverso i racconti ed i canti malinconici intonati a mezza voce dai suoi genitori.
È inseguendo questa malinconia, la nostalgia della vita con la quale (seppure in modo diverso) sono cresciuti, che i genitori di Pietro, dopo ben poco tempo trascorso a Milano, decidono di cercare uno sbocco in montagna, dove passare almeno la bella stagione, al riparo dai rigori dell’inverno e del lavoro; ed è così che, con la tenacia di una donna dalle idee forti che non si arrende, la madre di Pietro scopre il paesino di Grana. Ignorato da tutti, snobbato dai villeggianti e dai turisti, e per questo irrimediabilmente vero, onesto. Proprio tra i suoi camini fumanti prende avvio il percorso di formazione di Pietro, per diventare uomo e per diventare scrittore: tornare alle radici, della sua famiglia e della vita umana in generale, gli insegnerà a vivere e scrivere.
Pietro apprende, innamorandosene, dalla Montagna, ma questa, a sua volta, impara a conoscerla con la mediazione di due figure che sono la cerniera del tempo della sua vita, perpetuamente sospeso tra passato e presente: suo padre, camminatore montanaro all’antica, che “aveva il suo modo di andare in montagna” pieno di rituali e simboli, a Grana è affiancato quasi subito da Bruno, coetaneo di Pietro, destinato a diventare amico fraterno, compagno di viaggio, di gioie e dolori.
Se una buona metà della vita di Pietro è occupata dall’ingombrante figura di suo padre, e dal rapporto tra un padre esigente e difficile ed un figlio che fatica a capirlo (pur sapendo che capirlo, forse, è la sua missione più importante), l’altra metà si riempie ben presto dei valori e degli spigoli dell’amicizia: un’amicizia nata quasi forzatamente (Bruno è l’ultimo dei ragazzini di Grana, nel senso che non ce ne sono altri), e destinata a perdurare in maniera strana, nonostante (o forse proprio grazie alle) le differenze, la distanza, la separazione prolungata e la compagnia quasi soltanto estiva.
A Grana Pietro vive l’ultima fase dell’infanzia, seguendo suo padre (insieme a Bruno) in cima ai sentieri, fino alle pietraie ed ai nevai oltre il bosco, addirittura fino all’impervio Ghiacciaio, che sarà sede della sua prima, simbolica catarsi. A Grana Pietro, a forza di inseguire spasmodicamente le vette segnate sulle mappe, si stufa, e, passando dall’infanzia alla pubertà ed alla prima adolescenza, rifiuta tutto quel mondo, dando a suo padre il dolore più grande.
Per riconciliarsi con Grana e con la Montagna, Pietro dovrà aspettare la morte del padre, ed espiare il senso di colpa che lo divora: è allora che, alle prese con un’ereditá inaspettata, decide di tornare a Grana per risolvere una volta per tutte l’enigma di suo padre, lasciato sotto forma di tracce di pennarello che segna i sentieri di montagna sulle cartine. E lo farà ritrovando, riabituandosi a Bruno, vero Uomo Selvaggio che, se Pietro va e viene da Milano e Torino, ha sempre la funzione di “restare”. Come una colonna, incapace di muoversi ma, almeno, salda; quando, invece, Pietro è un “Berio”(“sasso”) come lo chiama Bruno: un sasso in balía di vento e valanghe, che risale e rotola giù, rotola giù e risale.

Senza stare a svelare un altro enigma, ossia quello del titolo del romanzo (quali sono le otto montagne? Dove sono? Ci sono?), c’è da dire che Cognetti rende il suo intento più importante chiaro sin dalle prime pagine: la Montagna ha un’anima, anzi, più di una (variano altitudine e latitudine, e con esse il paesaggio, la temperatura, i colori), anzi, sembra averne una, lì pronta, per ciascuno di noi. Dobbiamo tralasciare i due paesaggi a cui siamo più abituati (la Città, con la sua frenesia, ed il Mare, a volte niente più che “un grande lago”, come appare a Bruno l’unica volta che lo vede), e allora capiremo la Montagna, con il suo linguaggio frastagliato che ti cambia. Per la Montagna ci vuole onestà, semplicità: la scalata alla vetta (a se stessi, forse) non richiede gli orpelli che crediamo richieda; non occorrono preparazione, attrezzatura, cultura di nessun tipo, perché quello che serve sono gli insegnamenti e l’eredità di un padre, insieme alla spalla di un amico lungo il viaggio.
Semplicità”è forse una delle parole chiave, un grimaldello per il romanzo di Cognetti, nonché il suo pregio maggiore: non c’è quella ossessiva ricerca del rovello, della complicazione, cui siamo tanto abituati; non ci sono paradossi, intrecci incrociati o piani temporali paralleli: ci sono le emozioni che scaturiscono dalle frasi di Cognetti, aguzze e secche come i sassi della pietraia, ma allo stesso tempo misurate, levigate, pronte a rotolare verso di noi per essere raccolte.
Per dare questa carica simbolica alle parole non occorre velarle ed appesantirle con quella sorta di misticismo orientaleggiante alla quale siamo altrettanto abituati (si veda alla voce “L’ombra della montagna”, seguito di “Shantaram”di Gregory David Roberts): occorre riscoprire la loro forza primaria, insieme all’impatto unico che può avere una frase piana.
È da questo punto di vista, quello della scrittura (per quanto, in questo romanzo, forma e contenuto si intreccino e rispecchino mirabilmente, in un continuo gioco di rimandi) che emergono, evidentissime, le coordinate letterarie che hanno tramandato a Cognetti uno stile del genere: se dalla tradizione italiana vengono recuperate le prose asciutte ma epiche e simboliche di Pavese e Fenoglio, sembra presente anche la lezione dello “scavo della parola” ungarettiano: al Montale del Mare, Cognetti sembra opporre l’Ungaretti, più “montanaro”, del Carso.
Ma è proprio grazie ai riferimenti italiani che emergono con chiarezza i modelli maggiori di Cognetti, che italiani non sono: chi, infatti, più di Pavese e Fenoglio ha un debito di stile nei confronti della grande tradizione americana? Amanti, studiosi, interpreti e traduttori di Hemingway, Salinger, Steinbeck, Faulkner, Fitzgerald; questo sono stati, prima di tutto: e Cognetti si inserisce a buon diritto in questo binario, aggiungendo implicitamente al Canone Americano nomi più recenti, da Kerouac a Carver, passando per Fante, vero esempio vivente del ponte letterario tra Italia e Stati Uniti.
E a pieno titolo in quel Canone Italiano si inserisce Cognetti, capace di scrivere una storia sentita perché in parte vera, in parte autobiografica, ma capace di farsi vicenda paradigmatica per ogni lettore; come i suoi maestri dichiarati, Cognetti ha saputo dar vita, in duecento pagine, alla storia di una vita – che è la storia di una scrittura – attraverso la scrittura semplice di una altrettanto semplice storia.

Emanuele Pon

Emanuele Pon, classe 1992, Genova, consegue con il massimo dei voti la laurea triennale in Lettere Moderne, all’Università degli Studi di Genova, nel 2015, con una tesi sui metodi di diffusione della poesia a Genova negli ultimi trent’anni, ed è laureando nel corso di Laurea Magistrale in Letterature Moderne e Spettacolo. Nel 2012 fonda, a Genova, il mensile indipendente di letteratura e cultura Fischi di Carta, di cui tutt’ora è caporedattore insieme a cinque colleghi. Scrive inoltre per alcune testate e blog culturali online, come la webzine cinematografica The Macguffin ed il progetto Artspecialday. Pubblica poesie dalla fondazione di Fischi di Carta, ed alcuni suoi inediti sono stati pubblicati, con relativa traduzione, sulla rivista culturale austriaca Mosaik.

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