La Montagna Malvagia

Il fatto che la vetta più alta del Regno Unito superi di poco i 1300m non ha impedito allo Skyrunning, uno sport che ha l’alta quota nel DNA, di spostarsi nelle Highlands per i suoi Campionati del Mondo. Le montagne qui, infatti, magari non saranno altissime, ma sono tecniche quanto basta per stuzzicare gli skyrunner, atleti che storcono il naso di fronte a tracciati troppo piatti e scorrevoli.

Un altro motivo che ha portato i mondiali in Scozia è il Ben Nevis, i cui 1345m di altitudine hanno visto la prima gara di corsa in montagna al mondo nel 1895. Il nome della vetta ha etimologia gaelica e le ipotesi sul significato oscillano tra “montagna malvagia” e “montagna la cui cima è nelle nuvole”: che il clima potesse essere un problema era nell’aria. È un po’ più oscuro il motivo che ha trascinato uno dei vostri baristi fino a qui, tra picchi e lande desolate: è una storia lunga, diciamo solo che quando si fiuta il profumo delle storie e la possibilità di viverle sul posto, rimanere tra le quattro mura del Café diventa difficile.

Le tre discipline che hanno animato il weekend sono state: Vertical una gara pazzesca nella quale in soli 5 km si affrontano 1.000m di dislivello; Sky, 29 km per 2.500m di dislivello; e la temibile Ultra. Il percorso di quest’ultima ha purtroppo subito una variazione per il maltempo, escludendo proprio il tratto che portava gli atleti sul Ben Nevis: il forte vento e la pioggia hanno aperto la porta al piano B e i corridori si sono dovuti accontentare di “soli” 47 km per 1.700m di dislivello complessivi.

Il brutto tempo, dicevo, ha funestato il weekend fin dal giovedì, giorno del Vertical, corso sotto una pioggia battente, sferzati dal vento, in mezzo a fango e rocce bagnate, con temperature inferiori allo zero. Un’epopea in salita in cui hanno trionfato la spagnola Laura Orgué, già campionessa del mondo 2016, e Rémi Bonnet, stella dello skyrunning svizzero. Due medaglie d’oro e due nuovi record del percorso – 39’23” e 51’35” per percorrere il chilometro di dislivello in programma – a impreziosire quest’edizione. Interessanti anche gli altri gradini del podio maschile, occupati da due svedesi distanziati da un solo secondo. “C’era bel tempo, solo un po’ freddo” ha dichiarato in norvegese Stian Angermund, campione di questa specialità nel 2016 e medaglia di bronzo quest’anno, evidentemente “a casa” in questi climi freddi.

Guardando all’Italia, eccellente medaglia di legno per il giovane Alex Oberbacher, campione del mondo U23 2017 e ormai certezza per il futuro.

Come già accennato, per l’Ultra si è reso necessario il piano B, che prevedeva il taglio della parte più interessante del tracciato, la salita al Ben Nevis: la montagna malvagia non ha voluto farsi rabbonire. Al via i favoriti hanno cercato di fare il vuoto sull’unica vera asperità rimasta nel tracciato per poi dare il massimo nel successivo su e giù. Il britannico Jonathan Albon, che vive però in Norvegia, ha dominato la gara, seguito dallo svedese André Jonsson, confermando il feeling dei nordici con il clima. Terzo il campione uscente Luis Alberto Hernando autore di un’ottima gara su una distanza a lui non troppo congeniale.

Al femminile ennesima affermazione dell’olandese volante Ragna Debats che ha tenuto la testa per tutta la gara chiudendo con 7’ di vantaggio sulla spagnola Gemma Arenas e l’equadoregna Maria Mercedes Pila che hanno concluso con uno sprint che valeva argento.

Il piatto più succulento di questo soggiorno non era rappresentato, per mia fortuna, dal tipico stomaco d’agnello, ma dalla gara del sabato. La Sky è storicamente la disciplina più amata e frequentata per la sua distanza più umana. Ecco allora il gotha dello skyrunning mondiale ai nastri di partenza, pronto a darsi battaglia per 29 duri km. Subito in testa il favorito di sempre Kilian Jornet con il valdostano Nadir Maguet alle sue calcagna. La coppia ha dominato la gara con il fuoriclasse spagnolo che nell’ultimo tratto ha allungato per afferrare la medaglia d’oro, lasciando a 1’30” Maguet. Al terzo posto, ancora una volta, il norvegese Stian Angermund che in mezzo alla nebbia a metà gara esclamava “Che bella vista!”. Un campione di ironia, oltre che di corsa. Tra le donne ha sbaragliato la concorrenza la svedese Tove Alexandersson, che ha lasciato a 7’ Victoria Wilkinson e a 10 Holly Page, comunque autrice di un grandioso recupero nella seconda parte di gara. Anche qui il gran livello ha portato a tempi stellari: poco sopra le tre ore per Jonet, poco sotto le quattro per la Alexandersson, entrambi gli atleti abbassano il record del percorso di venti minuti. Per farvi un’idea di quanto siano andati forte, nonostante le condizioni meteo, pensate che i primi dieci uomini arrivati e le prime sette donne hanno battuto il record precedente. Mica male.

Una festa di sport all’aria aperta, di passione, di fango e di pioggia che se non ha in alcun modo raffreddato gli animi dei 1800 corridori che hanno preso parte a questa tre giorni scozzese, forse rischia di lasciare sul vostro cronista qualche strascico in più, in attesa del ritorno a casa battezzerò un Café locale dove gustare quel tipico ricostituente torbato che usano da queste parti. Cin!

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