Cartolina

Informare e approfondire sono due termini che, in fondo, stanno in un certo grado di contrapposizione. L’informazione, lo sappiamo, richiede ritmi rapidi, sussultanti, frenetici; approfondire concerne il tempo dello studio, la lunghezza della riflessione. Il primo termine riguarda il venire a conoscenza di, il secondo il sapere. Oggi, radicalizzare l’idea di una mancanza di verità, rendere un dato farraginoso, non sono i soli pericoli che corre l’informazione; ad essi si accompagna un impoverimento del valore giornalistico dovuto al  rapporto con il lettore che è (quasi) sempre un lettore/consumatore digitale e che, in quanto tale, subisce determinate istanze. Tuttavia, sebbene da un lato ovviamente giovi conoscere i trucchi del mestiere (la SEO è ormai una scienza, e la definirei scienza sociale prima ancora che tecnica), dall’altro è bene che chi propone informazioni non si lasci andare al tripudio di colonne destre o alle immagini eye-catching.

Il lettore è un utente che scorre col dito, svogliato, in cerca di ricreazione, meno frequentemente di approfondimento, questo è certo. Ma attenzione: l’utente cerca un dato, il lettore – che distinguiamo per costituzione dal leggente – cerca una riflessione. Così, si genera automaticamente una responsabilità da parte di chi produce informazione nei confronti di chi le riceve: trattarlo da utente/consumatore o da lettore e questo dipende unicamente dal rapporto che un giornale imposta con il pubblico attraverso le modalità con cui si propone. È doveroso segnalare in una sorta di moto educativo che oltre al “tempo del social” esiste ancora il tempo della mente, che si relaziona con la dimensione lunga della riflessione. L’incapacità di produrre un pensiero complesso, tale poiché si snoda e si concatena nel tempo del pensiero, va di pari passo con l’incapacità di fissare qualcosa nella mente, l’accumulo di dati semplici non presuppone una capacità di legarli assieme in un sistema complesso (questo ruolo fondamentale lo ha lo studio, quello buono, che fornisce dati e chiavi per metterli insieme). Ecco allora che la scelta o il punto di equilibrio sta nell’essere fornitori di dati e di chiavi per interpretarli.

Ciò che si afferma in molto del giornalismo odierno è il paradosso: uno sgomitare di articolistica dove la gara si vince sull’immagine più accattivante (la donna svestita – e in barba alle lotte sociali sulla mercificazione del corpo etc), sul titolo mangia-click (Ecco quali sono le…), sul maggior impatto visivo che il nostro spazio vitale – una riga e un’immagine – riesce a dare al lettore. Questa è la legge paradossale di mercato: per fare buona cultura si deve guadagnare attraverso la pessima. Per finanziare un inserto culturale bisogna includervi spazi dedicati a influencers che di cultura ne fanno poca (si veda il caso di Petunia Ollister su Robinson), per finanziare un buon libro che non sarà però un bestseller, si devono pubblicare libri di bassa qualità, ma molto popolari (per Mondadori, ad esempio, al recente trittico del nuovo Specchio si affianca il libro di Francesco Sole – youtuber con più di un milione di visualizzazioni recentemente coinvolto nell’operazione di mercato della casa editrice con un volume dal titolo Ti voglio bene – #poesie, ritenibile un insulto alla buona letteratura).

Tutto si gioca sulla visione, termine e istanza sulla quale si spendono le forze e le risorse maggiori (essere visti si paga), ma l’obiettivo non deve essere semplicemente quello di colorarsi per farsi notare. La prospettiva di una buona informazione è quella di educare il lettore a fissare – visivamente e col pensiero – un argomento, che vada ben oltre l’ortottica dell’informazione digitale; educare il lettore debole ad un pensiero autonomo, quello forte a entrare nel dibattito, generare una visione di insieme su un tema espressione di una voce completa, non solo un frammento. Una buona rivista deve far rallentare i propri lettori, bloccare il loro sguardo mentale, impedirgli di scorrere oltre anche una volta chiuso l’articolo, anche spento lo schermo del telefono, il tutto imponendosi sulla propria epoché con un ruolo di attiva responsabilità, non assecondandola in una frammentazione di notizie, post, eventi etc. Non deve, in buona sostanza, aver paura di prendere posizione e di farlo in maniera articolata.

Midnight ha provato a battere ogni taglio editoriale a riguardo, riuscendo a volte bene, altre meno.

Oggi chiudiamo il primo anno di lavoro con ottime risposte dal punto di vista del pubblico e dei risultati ottenuti, ma con la coscienza di poter (e dover) migliorare sotto moltissimi aspetti. L’estate servirà a riorganizzarci e a indirizzare meglio il timone della barca; per ora rallentiamo anche noi ammainando le vele, restiamo a goderci un po’ di bonaccia estiva.

Arrivederci a Settembre.

Alessandro Mantovani

Alessandro Mantovani (Genova, 1991) si laurea con Alberto Bertoni all'Università di Bologna, su studi di permanenza del classico nella poesia contemporanea. Inizia l'attività critica a Genova attraverso l'esperienza di cultura militante Fischi di Carta terminata nel 2017. A Bologna, oltre ad un periodo nella redazione cittadina de La Repubblica, collabora all'organizzazione delle attività promosse dal Centro di Poesia Contemporanea dell'Università. Ha scritto per svariate testate online ed è parte della redazione della rivista La Balena Bianca. Inoltre, è stato caporedattore della testata divulgativa Midnight Magazine. Come poeta ha pubblicato nel 2015 per L'arcolaio la sua opera prima, Poesie dopo la festa. Altri suoi inediti sono usciti su riviste come Atelier, QuidCulturae, Mosaik, Poetarum Silva, Interno Poesia. Vive a Bologna dove insegna Lettere in un Liceo Scientifico.

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