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“La Gabbia”, l’articolo vincitore del concorso Feltrinelli – Compagnia dei Lettori

Una collaborazione tra Feltrinelli – Savona, la Compagnia dei Lettori e  Midnight ha dato vita, nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, ad un Workshop di scrittura.

Midnight premia il vincitore del concorso finale pubblicando il racconto presentato: “La Gabbia”, di Alessandra Alessandrini.


 

                             Vivere o amare soltanto là dove ci possiamo fidare,
dove siamo al sicuro e contenuti,
dove non possiamo essere feriti o delusi,
dove la parola data è vincolante per sempre,
significa essere irraggiungibili dal dolore
e dunque essere fuori dalla vita vera.

                                                                                                             Il tradimento, James Hillman

 

 

Li aveva trovati il lunedì mattina mentre stava riponendo le maglie di Yuval negli scatoloni. Giacevano sul fondo dell’armadio, avviluppati dalla plastica trasparente di una cartellina con la chiusura a clip. Aveva rischiato di non vederli e di gettarli nella spazzatura insieme a tutta la roba vecchia e inutile che si era stupito di trovare nell’appartamento del figlio. Se non fosse stato per uno strano calzino spaiato, giallo, a righe, che aveva attratto la sua attenzione, non si sarebbe certo accorto di quei fogli scritti a mano.

Non erano molti, forse una decina, accompagnati da un frontespizio sul quale troneggiava in stampatello una sola parola: YAARA.

Toccandoli con reverenza, li aveva poi riposti con timore nel borsone delle cose da portare a casa, assicurandosi che i bordi non si sciupassero. Al momento non aveva le idee chiare su cosa ne avrebbe fatto.  La decisione la prese sulla via del ritorno verso Haifa, al semaforo, subito prima di imboccare la superstrada. Stava cominciando a piovere, o forse erano i suoi occhi che si stavano inumidendo. Azionò comunque il tergicristallo, quasi a voler far chiarezza fra le sue emozioni. Era stata una giornata intensa e difficile. Nel portabagagli aveva appena stipato quel che restava della passata vita di Yuval e, tra le altre cose, anche quei fogli riguardanti Yaara, l’unico e mai dimenticato amore del figlio. Purtroppo tra i due le cose non erano andate bene a causa di talune vicende che avevano coinvolto anche il di lei attuale compagno di vita, un avvocato che tutti chiamavano Churchill, grande amico di Yuval,

I clacson stavano già cominciando a suonare quando inserì la prima e, mentre procedeva lentamente nel traffico, pensò che non vedeva l’ora di tornare a casa.

Quel mercoledì era una giornata di sole. L’asfalto tardava tuttavia ad asciugarsi a causa delle forti piogge che, per giorni, si erano rovesciate su Tel Aviv e lo smog della metropoli faticava a diradarsi nel cielo, nonostante la brezza settembrina. Yaara amava rimanere a letto fino a tardi. Churchill era uscito presto per recarsi allo studio e lei poteva finalmente assaporare la solitudine e il silenzio dei suoi pensieri, cosa che negli ultimi tempi le riusciva sempre più difficile. Con l’approssimarsi del parto erano tutti preoccupati. Parenti e amici non facevano che telefonarle o passavano a trovarla a casa ad ogni ora del giorno. Per un verso considerava piacevole tutto questo affannarsi per lei. Il tempo pareva scorrere più velocemente in compagnia e aveva meno occasioni per rimuginare le sue paure. Di contro, ogni tanto, desiderava mettere ordine nella sua testa senza che nessuno le girasse intorno.

Ultimamente, poi, si sentiva confusa e faceva più fatica a controllare le emozioni. Diceva, tra sé, che erano gli ormoni della gravidanza a giocarle brutti scherzi, ma in cuor suo sapeva che si trattava di tutt’altro.  La nostalgia – o era rimpianto? –  l’assaliva quando meno se l’aspettava. In piscina, quando si allenava con le respirazioni e il cloro dell’acqua le arrossava gli occhi, aiutandola a mimetizzare le lacrime che non riusciva a trattenere. Oppure quando Churchill la portava al cinema, magari a vedere un film comico, ma a lei, invece, veniva il magone.

La verità era che aveva sempre l’immagine di lui scolpita nella mente. Lo vedeva disteso nel letto della clinica, al buio della notte, in compagnia del costante ticchettio dei macchinari che lo monitoravano, ingigantendo il suono del battito del suo cuore. Avrebbe voluto trovarsi lì al suo fianco, in silenzio, per respirare all’unisono con lui. Quando era triste, poi, le piaceva immaginare la mano di Yuval che le accarezzava il volto e le sistemava i capelli ribelli dietro l’orecchio.

Non lo andava a trovare dalla partita dei mondiali di calcio. Era troppo penoso vederlo lì, immobile, con il viso inespressivo. Ma ancora più penoso era dover fare finta di niente ogni santo giorno. Con Churchill non parlava mai delle condizioni di salute dell’amico e tutti e due, di comune tacito accordo, non ricordavano mai né i tempi in cui lei e Yuval vivevano insieme né quelli della grande amicizia fra i due ragazzi. Semplicemente, avevano sempre fatto finta che i fatti accaduti fossero normali e naturali, anche se si sentivano i protagonisti del più vile dei tradimenti. Lei, la ragazza del suo migliore amico. Un classico.  Poi tutto era cambiato. Ma non c’era stato modo per Yaara di ritornare indietro senza creare ulteriore sofferenza. E poi l’aggressione a Yuval per mano di uno squilibrato, la terapia intensiva, la clinica di lunga degenza, la vita che aveva continuato a ripetersi come se niente fosse. Tutto che scorreva come in un film, ma in realtà niente succedeva.

Ora c’era solo il pigro silenzio della mattina, carico di possibili parole che non potevano essere ascoltate e di sogni che sarebbero rimasti tali.

Poi il campanello della porta. Una busta lasciata dal corriere. Una breve lettera di spiegazioni del padre.  Una cartellina di plastica con la chiusura a clip contenente dei fogli scritti da una mano conosciuta e famigliare. Il suo nome in calce.

Le parole di Yuval, miracolosamente, rompevano il silenzio, per concederle forse un perdono o, magari, per continuare a condannarla al tormento.

Seduta in cucina, si passava nervosamente la cartellina da una mano all’altra, senza riuscire a decidere cosa fare. Si sentiva come paralizzata perché sapeva di non essere pronta per guardarsi allo specchio. Lunghi brividi di freddo le scesero lungo la schiena, nonostante la mattinata fosse tiepida.

La paura aveva sempre influito nelle scelte importanti della sua vita, anche in fatto di uomini. Era certa di aver amato Yuval, quando stavano insieme. Gli aveva dato il massimo dell’amore di cui era capace. Lui, invece, l’aveva amata ad un livello superiore: la scrutava sempre con quel suo sguardo adorante, la toccava come fosse di porcellana, la annusava come fosse un’essenza unica, rara e preziosa di cui inebriarsi.  Lei non sarebbe mai riuscita a restituirgli tutte quelle attenzioni, tutta quella devozione. Era stata felice con lui, ma mai fino in fondo. Sentiva di non meritare un uomo così innamorato, disponibile e fedele, che vedeva in lei improbabili potenzialità e nutriva grandi aspettative sul loro futuro insieme. Aveva fatto, quindi, quello che nella vita le era sempre riuscito meglio: era fuggita via. Con Churchill.  Con lui era stato diverso da subito perché aveva sempre saputo di giocare ad armi pari. Si erano amati allo stesso modo e poi avevano smesso di amarsi nello stesso istante. Il loro era sempre stato un sentimento delimitato e questo le aveva dato sicurezza. Churchill era capitato nella sua vita per caso. Si era ritrovata con lui. Tutto qui. In realtà non era stata una vera e propria scelta.

Nonostante fossero trascorsi diversi anni da quando si erano lasciati, non si sentiva ancora pronta ad affrontare Yuval.

Sistemò quindi la cartellina di plastica con il suo prezioso contenuto in fondo all’armadio, dove lei stessa avrebbe fatto fatica a ritrovarla, in mezzo alle vecchie cose del passato, come quel vecchio calzino spaiato, giallo, a righe che, chissà mai perché, non aveva ancora buttato via.

Si disse che l’avrebbe aperta dopo il parto, magari, o sicuramente quando – se – Yuval si fosse svegliato.

Tornò a letto, chiuse gli occhi e cominciò ad aspettare.

 

YAARA

 Si era addormentata su un fianco, con le gambe elegantemente avvolte nel lenzuolo bianco. I lunghi capelli scuri risaltavano nella penombra appena rischiarata dall’alba. Avevo vegliato il suo sonno tutta la notte per paura che svanisse nel nulla qualora mi fossi distratto un attimo. Ieri, per la prima volta, avevo condiviso Yaara con il mondo ed ora il timore di perderla mi annebbiava i pensieri. La cena di presentazione ai miei amici era stata un successo. Lei aveva brillato. Loro, incuriositi di conoscere finalmente la misteriosa donna che era entrata nella mia vita, facevano a gara per ottenere le sue attenzioni. Era stata cordiale con tutti. Forse con Churchill un po’ meno che con gli altri. Lui, a dire il vero, si era comportato in maniera inusuale per tutta la sera, parlando poco e dimostrando scarso interesse per tutto ciò che Yaara raccontava. In altre circostanze Churchill avrebbe monopolizzato l’incontro, sfoderando la sua impareggiabile ironia nel descrivere episodi e aneddoti sulla nostra amicizia e prendendomi pesantemente in giro fino allo sfinimento. Ieri, invece, in qualche occasione, mi era parso addirittura irritato. Ad ogni modo, decisamente sottotono. 

Che ne pensi di Churchill, ho azzardato mentre sistemavo i piatti sporchi nel lavello.

Churchill? (detesto quando le persone rispondono ripetendo l’ultima parola della domanda), e non mi aveva neppure guardato mentre pronunciava il suo nome.

Non saprei, aveva continuato Yaara con disinteresse. E questo mi era bastato per trascorrere una notte insonne.

Yaara è esattamene il tipo di donna che potrebbe piacere a Churchill. L’ho pensato la prima volta che le chiesi di uscire e non nego che la cosa mi ha sempre inorgoglito, poiché lei aveva scelto di stare con me. Ora, dopo tanto rimandare, il momento della temuta prova, di amore e di amicizia, era finalmente arrivato e le mie poche certezze avevano smesso di esistere.

Che ne dici di pranzare insieme oggi? Potremmo incontrarci al Caffè sul corso verso mezzogiorno, ho chiesto a Yaara mentre si stava asciugando, dopo la doccia. Ha annuito con la testa, mi ha dato un bacio fugace sulla guancia, poi, velocemente è corsa in camera a vestirsi.

Più tardi, solo con la mia classica pigrizia mattutina, ho sentito l’ansia che mi saliva nello stomaco.

 Non potevo attendere gli eventi. Così ho preso la più funesta decisione di tutta la mia vita. Assecondando la mia propensione all’errore, ho telefonato.

Ti devo chiedere un piacere, fratello, ho detto a Churchill con voce supplicante, ce la fai a passare oggi, verso mezzogiorno, alla Libreria davanti al Caffè sul corso? Ho ordinato un libro per Yaara, sai, una sorpresa, ho aggiunto con la speranza nascosta che mi dicesse che proprio non poteva. Se hai bisogno, io ci sono, mi ha invece rassicurato di buon grado.

Da lontano, dall’altro lato della strada, all’altezza dell’incrocio, ho visto Yaara che rispondeva al telefono.

 Scusami, tesoro, ma non riesco proprio a raggiungerti, ho balbettato con ipocrisia, vergognandomi per quella ingannevole bugia.

Stava davanti al Caffè, aspettando che un gruppo di uomini di affari in giacca e cravatta si spostassero per poter finalmente entrare. Le era caduta la sciarpa colorata e, nel chinarsi, lo aveva visto avvicinarsi. Churchill era appena uscito dalla libreria con un pacchetto in mano e la notò subito. Senza soffermarsi a pensare si era diretto verso di lei con passo deciso. Dopo qualche convenevole, iniziarono a conversare.  Yaara sorrideva, poi era scoppiata in una gustosa risata. Churchill aveva una mano in tasca mentre con l’altra teneva il libro incartato.  Chissà cosa le stava raccontando di tanto buffo per farla divertire in quel modo.

 Poi entrarono nel Caffè, dove tutto era iniziato, mentre io cercavo di ricordare se l’avevo mai vista così serena e contenta al mio fianco…

 

 

Andrea Donaera

Andrea Donaera (Maglie, 1989) è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “Pens: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight ed è il direttore artistico di “Poié”, Festival della Poesia di Gallipoli. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e il saggio "Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani" (L’Erudita, 2017).

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