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La funzione sociale ultracontemporanea della poesia: Io, Tu, (n)Esso

Le fonti si confondono col fiume
i fiumi con l’Oceano
i venti del Cielo sempre
in dolci moti si uniscono
niente al mondo è celibe
e tutto per divina
legge in una forza
si incontra e si confonde.
Perché non io con te?

  1. B. Shelley, La filosofia dell’amore

 […] amare

questo vivido essere impermeabile. avere cura
della sua meraviglia e della sua ferocia. non esiste che questo sulla terra.

  1. G. Calandrone, Il bene morale

Si fa ancora oggi un gran dibattito sulla funzione sociale della poesia: spesso, all’interno del dualismo inconsistente tra poesia lirica e poesia di ricerca, la prima viene vituperata come esempio di individualismo fuori dal mondo perché legata ancora all’Io e all’espressione di emozioni. Vorrei contribuire filosoficamente a sfatare questo mito, come mio solito, prendendola un po’ alla lontana, attraverso una modalità di ragionamento che mi diverto a chiamare da un po’ di tempo metalogia (in modo un po’ improprio ma in fondo neanche tanto, giacché la metalogica è un ramo della logica che studia le proprietà dei sistemi dotati di completezza, indecidibilità e consistenza). I lettori abbiano la pazienza di seguirmi per un istante.

Non è un mero caso che Mario Praz, nella sua Storia della letteratura inglese, definisca Shelley come uno dei precursori del socialismo storico: nel concetto della dualità universale del poeta inglese, l’idea dell’amore sostiene a sua volta l’idea dell’uguaglianza sociale, mentre il capitalismo industriale incipiente acuisce la disuguaglianza sociale. Per questo, giacché “il grande segreto della morale è l’amore, l’identificarsi con il bello”, l’immaginazione simpatetica (concetto estetico precedentemente già noto a Hume, ma anche, e non è un caso, ad Adam Smith e agli scettici inglesi) non sarebbe altro che uno strumento del bene morale.

Se l’immaginazione è quindi lo strumento pratico attraverso cui si perviene alla dimensione etica per eccellenza, la poesia serve all’effetto, ovvero al bene morale stesso, agendo da causa e permettendoci di uscire fuori dai nostri ristretti confini autoimposti, rintanati come siamo all’interno di quel bieco individualismo mostruosamente canonizzato a prassi nella società precapitalistica e postcapitalistica in cui viviamo isolati innanzitutto a e in noi stessi. In questo senso, per Shelley la poesia e l’egoismo (di cui il denaro è incarnazione visibile) sono due opposti: l’egoismo, in particolare, consiste nella facoltà calcolatrice, laddove l’eccesso dell’egoismo è nel calcolo posto in effetto dall’individuo-monade che non si cura della dimensione dualistica dell’io e del tu. La concezione romantica della poesia di Shelley, lirica per eccellenza, trapassa quindi da una dimensione meramente estetica a quella che le riserva una precipua funzione sociale. Shelley però non sottovaluta i benefici del progresso della scienza e della tecnica, perché per certi versi possiede ancora una mentalità illuministica. Egli sostiene tuttavia che il fatto di coltivare le scienze, per una carenza delle facoltà poetiche, ha proporzionalmente circoscritto i limiti del nostro mondo interiore, della nostra capacità di amare. Il culto della poesia è auspicabile nei periodi in cui l’egoismo vince, in quanto la poesia estende i legami d’amore fra tutti gli uomini, ed è proprio questa la sua funzione. In questo senso, Shelley esalta la concezione dell’amore presente all’interno del Simposio di Platone, ma con una differenza fondamentale: per Platone l’amore è un distaccamento dalle brutture del mondo; al contrario, Shelley lo vuole ricondurre proprio nel mondo, in una dimensione, per così dire, di idealrealtà con-naturata.

Se tutto questo può sembrare frutto di una romanticheria fantasmagorica da studi universitari, facciamo un passo avanti nel ragionamento, mettiamo in atto la metalogia.

Quando Martin Buber scrisse il suo capolavoro Io e tu nel 1923, il mondo era uscito da una guerra mondiale e si era incamminato verso un’aberrante e imminente mostra delle atrocità. Determinando la differenza tra “l’Io della parola-base Io-Tu” come diverso da quello della “parola-base Io-Esso”, Buber intendeva definire proprio la differenza tra l’individualità e la persona in quanto tale, la prima monadicamente disciolta e sbaragliata in un marasma di altre individualità scisse e frante in sé stesse e nel loro rapportarsi, la seconda come posta in relazione indissolubile, umana e sociale con altre persone: “L’Io della parola-base Io-Esso appare come una individualità e acquista coscienza di sé come soggetto (dello sperimentare e dell’utilizzare)”, mentre al contrario “l’Io della parola-base Io-Tu appare come persona e acquista coscienza di sé come soggettività (senza un genitivo dipendente).” La dimensione relazionale, quindi, è quella di una realtà o modo d’essere non statico, non definibile come semplicemente interno o esterno all’Io, bensì mobile, perpetuamente in fieri: “Tutta la realtà è un agire cui io partecipo senza potermi adattare a essa. Dove non v’è partecipazione non v’è nemmeno realtà”. Al contrario, “dove v’è egoismo non v’è realtà. La partecipazione è tanto più completa quanto più immediato è il contatto del Tu. È la partecipazione alla realtà che fa l’Io reale; ed esso è tanto più reale quanto più completa è la partecipazione”. (M. Buber, Io e tu, in Il principio dialogico, Comunità, Milano, 1958, pgg. 57-58).

In Buber, nel principio della dualità universale contenuto all’interno della shelleiana Filosofia dell’Amore, così come nel concetto del Bene Morale di Maria Grazia Calandrone, ritroviamo la consapevolezza fondante della funzione sociale ed etica della poesia che risiede nell’amore, oggigiorno troppo spesso messa in discussione da alcuni critici e poeti di ricerca i quali, rifiutando la presenza di parole come cuore, amore all’interno dei testi o negando la possibilità estetica di sintagmi come il pellegattiano “avremo la felicità del capriolo”, credono di rigettare categoremi superati, ignorando il principio estetico in base al quale il contenuto della poesia può essere qualsiasi cosa e ciò che ne determina il poetico in quanto tale non è altro che la forma. Essi rischiano così di ricadere nell’heideggeriana definizione della techne, nello scientismo becero, nella freddezza androide proprio nel momento in cui credono di svolgere una funzione sociale, giacché scindono la dimensione estetica da quella etica, riconducono la migranza del senso e del significato a un’aggressività concettuale molto poco assertiva e, cosa meno grave dal punto di vista etico ma più insensata dal punto di vista logico, cercano il nuovo mentre di fatto operano col bisturi la selezione innaturale tra poesia e non-poesia di memoria veterocrociana senza peraltro rendersene conto.

Di fatto, negando l’aisthesis originaria, ovvero l’emotion che nasce dall’imagination, tutta una fetta della nuova produzione poetica di ricerca italiana si espone pericolosamente al rischio di rimanere affetta da un individualismo deteriore che ignora proprio la funzione sociale originaria e fondante della poesia in quanto tale, ovvero la dimensione comunicativa, assertiva, partecipativa, sociale che le pertiene come Grund. Insomma, molta, troppa poesia di ricerca italiana ultracontemporanea non fa altro che togliere l’Io-Tu dai testi per amplificare egoisticamente l’Io-Esso negli autori, ponendosi fuori, volontariamente e/o di fatto, dalla poesia in quanto tale. Taluni anzi, ostentatamente, promulgano una sorta di nomos antieidetico e antihusserliano, dichiarando cominciata in loro nome l’era della post-poesia; così facendo, cadono peraltro in un’ulteriore contraddizione: dichiarandosi post-poeti proprio in quanto lontani dalla lirica bollata come poesia sentimentale, affermano inconsapevolmente, con un’autoevidenza schiacciante, di considerare la poesia in quanto tale come lirica in toto! Ma allora, se siete post-poeti felici e paghi, se state coltivando il vostro orto e la cosa non vi riguarda, perché ve la prendete tanto con la poesia lirica accusandola di individualismo quando gli individualisti siete voi?

Sonia Caporossi

Sonia Caporossi (Tivoli, 1973), docente, musicista, musicologa, scrittrice, poeta, critico letterario, artista digitale, si occupa di estetica filosofica e filosofia del linguaggio. Con il gruppo di art-psychedelic rock Void Generator ha all’attivo gli album Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera Records 2010), Collision EP (2011), Supersound (2014) e le compilation Fuori dal Centro (Fluido Distribuzioni, ITA 1999) e Riot On Sunset 25 (272 Records, USA 2011). Suoi contributi saggistici, narrativi e poetici sono apparsi su blog e riviste nazionali e internazionali. Ha pubblicato a maggio del 2014 la raccolta narrativa Opus Metachronicum (Corrimano Edizioni, Palermo 2014, seconda ed. 2015). Insieme ad Antonella Pierangeli ha inoltre pubblicato Un anno di Critica Impura (Web Press, Milano 2013) e la curatela antologica Poeti della lontananza (Milano, Marco Saya Edizioni, Milano 2014). È presente come poeta nell’antologia La consolazione della poesia a cura di Federica D’Amato (Ianieri Edizioni, Pescara 2015) e, con contributi saggistici, nei collettanei Pasolini, una diversità consapevole a cura di Enzo Campi (Marco Saya Edizioni, Milano 2015) e La pietà del pensiero. Heidegger e i Quaderni Neri a cura di Francesca Brencio (Aguaplano Edizioni, Perugia 2015). Nel 2016 pubblica la silloge di poesie omoerotiche Erotomaculae (Algra Editore, Catania), nel 2017 esce Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi (Marco Saya Edizioni) e nel 2018 cura l'antologia La Parola Informe. Esplorazioni e nuove scritture dell'ultracontemporaneità (Marco Saya Edizioni 2018). Dirige i blog Critica Impura, Poesia Ultracontemporanea, disartrofonie e conduce su NorthStar WebRadio la trasmissione Moonstone: suoni e rumori del vecchio e del nuovo millennio. Vive e lavora nei pressi di Roma.

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