La fine e gli inizi

Quanta tristezza nel voltare l’ultima pagina di un romanzo avvincente, non si riesce a sfuggire a un certo senso di abbandono: e ora? Fortunatamente la conclusione del Sei Nazioni 2018 è toccata da questi sentimenti solo in modo parziale. Considerare questo torneo come un episodio a sé sarebbe un errore, non è nient’altro che la tessera di un mosaico più grande: il disegno che porta dritti dritti ai mondiali del Giappone 2019. Gli occhi di tutte le squadre – non solo quelle del nostro emisfero, a dirla tutta – sono puntate sul paese del sol levante: le fatiche e gli sforzi degli ultimi quattro anni troveranno là scopo e compimento. Più che i singoli risultati delle partite dell’ultima giornata contano, quindi, i segnali lanciati verso il futuro e gli strascichi, più mentali che fisici, che questi lasceranno: da un infortunio, in un anno abbondante, si recupera; da un tara mentale si potrebbe non uscire mai.

Non è difficile inanellare un certo numero di punti fissi, per quanto banali. Più di altre volte la classifica è spaccata in metà, tra le tre squadre sul podio e le tre sotto si spalanca un abisso. Per sviluppare adeguatamente queste considerazioni bisogna scorrere, almeno velocemente, i risultati delle ultime partite e la classifica finale del Campionato: la Scozia scende a Roma per affrontare l’Italia, come da pronostico i Cardi faticano abbastanza lontano da Murrayfield ma all’ultimo la sfangano grazie a un piazzato nei minuti finali; l’Irlanda, già certa della vittoria finale, affronta da par suo la sfida di Twickenham, battendo l’Inghilterra e raggiungendo l’ambito Grande Slam che proprio lei aveva impedito al XV della rosa proprio l’ultima giornata dell’anno scorso; Galles e Francia si azzuffano orgogliosamente per ottanta minuti al Millenium Stadium di Cardiff, la spuntano i padroni di casa per un solo punto. Grazie all’arrotondamenti di queste ultime partite l’Irlanda si prende torneo, triplice corona e Grande Slam; alle sue spalle si piazzano Galles e Scozia, vincitori di tre partite a testa; poi tocca a Francia e Inghilterra, separate da un solo punto; un solo punto è anche il bottino ottenuto dall’Italia nell’intero torneo.

Se questa è la situazione non è difficile capire chi sia sulla strada giusta, anzi per alcuni arrivano i grossi rischi: l’Irlanda è in forma strepitosa, avendo trovato la giusta malgama tra un gruppo di ex-promesse, ora mantenute, seriamente avviate al rango di senatori del gruppo, e un’inesauribile vena di giovani volenterosi. Proprio qui arriva il momento più rischioso, il passaggio più delicato: la forma va mantenuta, la testa deve rimanere centrata; ci sono ancora molti passi da fare tra qui e la Coppa del Mondo: test match estivi, invernali, persino un altro Sei Nazioni. Se Joe Smith riuscirà a mettere in chiaro quest’aspetto le notti giapponesi di Dublino potrebbero diventare esaltanti.

I Dragoni Gallesi partono di base da un livello stratosferico: in un torneo così massacrante non si arriva secondi per caso. È però evidente che manchi ancora qualcosina, a dirla tutta la squadra di Gatland ha largheggiato praticamente solo con la ScoziaHide, quella lontana da Edimburgo, e l’Italia; con la Francia hanno dovuto sudarsi, e non poco, la vittoria; hanno fatto sembrare l’Inghilterra ancora la vecchia corazzata, mentre già si vedevano i germi di una difficoltà che altre squadre avrebbero esplorato con più competenza di loro. Non vanno comunque sottovalutati: hanno armi per far male a tutti, conviene non dire Drago fin che non lo si ha nel sacco, si rischia di bruciarsi.

La situazione della Scozia l’avete sicuramente intuita dalle righe precedenti: bella e maledetta, croce e delizia di appassionati e tifosi, capace di essere molto più che dominante sull’erba di casa, claudicante e distratta, molto meno efficace in giro per gli altri stadi. Non scherziamo: con questo terzo posto i Cardi hanno vinto il loro torneo, ma il Giappone è tanto lontano dalle Highlands, il livello di attenzione dovrà alzarsi tantissimo: superare un gruppo comunque piuttosto semplice, con tutti quegli errori potrebbe diventare un incubo: se il Galles deve aumentare la soglia dell’attenzione, gli Scozzesi devono dedicarsi a un percorso di meditazione altrettanto serio: il gioco c’è, la testa quasi.

Un discorso parzialmente simile vale anche per la Francia: i Galletti inghiottono un quarto posto amaro, soprattutto perché figlio di due sconfitte maturate nei minuti finali. L’aspetto più preoccupante resta comunque legato al rinnovamento interno: il nuovo ct Brunel sembra aver trovato qualche scintilla di risultati ristrutturando un gioco antico e familiare ai francesi, ma gli è andata male coi nuovi inserimenti, soprattutto in mediana: i giovani che avrebbe desiderato inserire in squadra si sono infortunati subito lasciando spazio ai soliti Machenaud, Trin D’uc, e addirittura a una fugace – e per alcune scelte sanguinosa – apparizione di Beauxis.

Vero è che Brunel ha avuto poco tempo per preparare questo torneo, ne ha ancora molto per sperimentare e per trovare la sua Francia, anche perché per loro come per gli storici rivali d’oltremanica l’urna mondiale non è stata amica: le due squadre sono nella stessa pool, con loro ci sarà anche l’Argentina; è il caso di arrivare preparati e con le idee chiare.

Ora incomincian le dolenti note a farcisi sentire”: proprio con l’Inghilterra bisogna cominciare a parlare delle grandi deluse del torneo: il percorso di ricostruzione dopo i fallimentari mondiali casalinghi del 2015 aveva portato Eddie Jones sulla panchina della Rosa: il nuovo allenatore aveva iniziato immediatamente a mietere risultati lusinghieri, dando la stura a una luna di miele

piacevolissima con pubblico e stampa. Col passare del tempo le cose si sono un po’ sfilacciate, cominciando proprio dal torneo dell’anno scorso vinto, sì, lasciando però per strada il Grande Slam all’ultima giornata. Il campionato appena concluso ha mostrato falle evidenti nel gioco e nella gestione della squadra: forse che Jones abbia perso la bacchetta magica? A noi del Café non sembra, certo è che il modo totalizzante di vivere il suo ruolo ha sì tenuto la squadra parzialmente al riparo dalle critiche, ma l’ha sicuramente deresponsabilizzata. A questo punto, ridare fiducia e coraggio ai giocatori è complicato: il folletto Austral-giapponese dal viso incarognito qualcosa deve inventarsi! Conoscendolo, siamo certi che ci riuscirà.

Resta l’Italia di Connor O’Shea: un solo punto portato a casa, solo sprazzi convincenti di partita, senza dare mai l’impressione di poter davvero mettere in difficoltà l’avversario: forse, nemmeno un successo con la Scozia avrebbe lenito un’impressione di pochezza che fa male, sapendo che per passare finalmente ai quarti di coppa del mondo – impresa mai riuscita, pur avendo partecipato a ogni singola edizione sino ad ora disputata – dovremo venire a capo di un gruppo di cui fanno parte Nuova Zelanda e Sud Africa, vengono i sudori freddi. È anche difficile enucleare i punti su cui si dovrebbe insistere, si può solo fare un grande in bocca al lupo a O’Shea perché riesca a venirne a capo, in qualche modo.

 

Ecco svelato il finale del romanzo, finale aperto naturalmente. Qui al Café non possiamo fare altro che mettere da parte – solo per un momento, non temete – la palla ovale: gli impegni della nostra primavera sportiva si affastellano gli uni sugli altri, il fango si secca sulle maglie a strisce orizzontali; aspettiamo l’inverno, il freddo i nuovi incontri, senza fretta, con gli occhi ben puntati al sentiero che porterà una squadra sola a sollevare al cielo la William Webb Ellis Cup, il trofeo più ambito al mondo.

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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