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"La cultura del piagnisteo" e le chiese che crollano. Breve analisi del politicamente corretto

Premessa

 

Costruire un’argomentazione sul politicamente corretto – pratica fin troppo diffusa e connaturata al vivere quotidiano di ognuno – è compito molto difficile. Astrarsene e parlarne come se fosse un affare altro-da-noi può creare fraintendimenti: il politicamente corretto è trasversale e transgenerazionale, il rischio di incapparci è elevatissimo e nessuno può dirsene immune.

Detto questo, nel 1993 il polemista e critico d’arte Robert Hughes dà alle stampe un volume che riunisce tre sue
precedenti conferenze, dal titolo The Culture of Complaint (La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto, Adelphi, 1994), diventato un classico contemporaneo e, ancor oggi, più che attuale. Australiano d’origine e naturalizzato americano, dunque da una privilegiata prospettiva sia esterna che interna, Hughes compie un mirabile close reading della società statunitense dei suoi anni, analizzandone aspetti molteplici e diversi fra loro: tutti, però, accomunati dalla stessa facilità con cui si prestano a un atteggiamento ipocrita, contraddittorio, infantile, perlopiù regressivo.

 

Alcune definizioni di politicamente corretto

 

Parliamo di un’idra a più teste, tutte insopportabili e retrive. Un «mostro ideologico», scrive Luigi Mascheroni nel pamphlet Come sopravvivere al politicamente corretto. Prontuario (semiserio) delle follie iper-correttiste (supplemento a “Il Giornale”, 2016),

 

che al suo peggio è avvicinabile all’Inquisizione e al suo meglio sprofonda nel ridicolo – è una pericolosa strettoia che riduce gli spazi di opinione, un modo per presentare le proprie ragioni come le uniche accettabili, qualcosa a metà tra la censura preventiva e il processo sommario. Nuovo strumento di repressione della dissidenza, con i suoi dogmi dominanti impone di pensare, agire e parlare nei limiti di determinate categorie politiche, etiche e lessicali […].

 

Non a caso si parla di Inquisizione: caratteristica ricorrente del politicamente corretto è una fastidiosa tendenza alla stigmatizzazione, alla reazione turbata verso quanto non si allinei con l’ortodossia professata, di modo che, sottolinea Alain de Benoist ripreso da Mascheroni, «considera eretici tutti i pensieri cattivi. Poiché non ha più i mezzi per confutare questi pensieri che danno noia, si cerca di delegittimarli, non come falsi ma come cattivi».

Nel breve pamphlet si cita anche l’eloquente descrizione che del politicamente corretto ha fornito l’autore americano Philip Gourevitch, il quale lo ha definito «qualcosa di rigido, dottrinario, censorio, è letale per la mente, per la fantasia, per la lingua e per la capacità di visione. È contrario alla sottigliezza, alla complessità, alle sfumature, alla sovversione, persino all’indagine».

Tale atteggiamento, dicevamo, può applicarsi agli ambiti più svariati e attecchire con facilità (per la soddisfazione dei più e la profonda irritazione, purtroppo, di pochissimi). Lo dimostra ampiamente Hughes, nel suo libro, in cui tra l’altro si denunciano una società e una cultura che sempre più vanno ripiegandosi sulla dimensione ‘soggettiva’ a discapito di quella ‘oggettiva’, id est hanno ormai la tendenza ad attribuire più valore alle «sensazioni che proviamo, anziché [a] ciò che pensiamo o siamo in grado di sapere».

 

Un virus onnipresente

 

In sostanza, l’ipercorrettismo di cui si parla opera una livellante politicizzazione culturale (usiamo il termine nel senso più ampio) che tende a smussare le differenze in favore di una innocua – e mediocre – omogeneità.

Succede in arte, ad esempio: «Col diffondersi anche in campo artistico di una lacrimosa avversione all’eccellenza, la discriminazione estetica viene tacciata di discriminazione razziale o sessuale. Su questo argomento pochi prendono posizione, o rilevano che in materia d’arte «elitarismo» non vuol dire ingiustizia sociale e inaccessibilità». Hughes si sofferma, con dovizia di esempi, su quanto la gran parte dell’arte “impegnata” su cui si trova a riflettere sia

 

talmente malfatta che solo il contesto – la sua presenza in un museo – suggerisce che essa abbia intenti estetici. So che questa obiezione a molti non fa né caldo né freddo: già solo chiedere che un’opera d’arte sia fatta bene è, per costoro, un segno di elitarismo, e presumibilmente qualche critico teorizzerebbe che un’opera d’arte malfatta è una metafora di quanto sia diventato sciatto il resto del mondo della produzione, ora che l’etica del buon lavoro artigiano è largamente svanita: sicché l’inettitudine artistica schiaffata nel contesto del museo acquista una sorta di funzione critica. […] Molti artisti si sentono defraudati, e questo ha prodotto attacchi a ripetizione contro l’idea di «qualità», vista come nemica della giustizia. A simili attacchi, soprattutto, il museo serio deve resistere.

 

Il critico evidenzia, quindi, come il principio del piacere rivesta un’importanza fondamentale in arte: «quelli che vorrebbero vederlo declassato a favore di pronunciamenti ideologici mi ricordano i puritani inglesi, che avversavano il circo dell’orso contro i cani non perché facesse soffrire l’orso, ma perché dava piacere agli spettatori». Opponendosi a un’omogeneizzazione dettata dalla paura del giudizio – è questa l’essenza del politicamente corretto: la paura di essere giudicati male dagli altri – Hughes rivendica invece l’importanza di fare scelte e dare giudizi, a prescindere dai concetti di razza, sesso, religione, spesso utilizzati in modo strumentale, come categoria di valore: «noi sappiamo che una delle esperienze più concrete della vita culturale è quella dell’ineguaglianza fra libri, esecuzioni musicali, dipinti e altre opere d’arte. Certe cose ci colpiscono più di altre – ci appaiono più articolate, più illuminanti». La paura di operare scelte concrete, in sostanza, è quasi sempre dannosa.

 

Questione di linguaggio

 

Ma è la lingua il terreno di coltura privilegiato per il virus del politicamente corretto, l’incudine su cui il martello batte con più violenza. Tipica della società contemporanea pare essere una spaventosa volontà di purificare il linguaggio, in base alla quale si tende a «creare – scrive Hughes – una sorta di Lourdes linguistica, dove il male e la sventura svaniscano con un tuffo nelle acque dell’eufemismo». L’idea malsana prevede che una situazione cambi se le si trova un nome nuovo e meno stridente, più gradevole, meno ‘offensivo’: il che dà luogo, il più delle volte, a soluzioni linguistiche e/o grafiche maldestre, deprimenti, tragicomiche, portando inevitabilmente al «ferimento di una lingua innocente», vero e proprio danno collaterale. Quasi sempre, l’intento che muove il politicamente corretto è «galateo politico, non politica vera».

Anche Mascheroni si scaglia contro l’edulcorazione del linguaggio, sottolineando appunto non la «legittima e condivisibile volontà di non ferire le altre persone», da parte di chi la pratica, bensì la paura di dire qualcosa che gli altri considerino “offensivo”. «Presuntuoso e ipocrita tentativo di eliminare le ingiustizie limitandosi a giocare con le parole invece che cambiare una mentalità», il politicamente corretto finisce, spesso, per schiantarsi «contro i principi della logica e il senso del ridicolo». Il rischio insito in questo atteggiamento è la sterilizzazione culturale ed è bene ricordarlo:

 

chi pretende di purificare le parole ripulirà anche le idee […]. L’ossessione per la correttezza politica, che sconfina nella (auto)censura […] non conosce tregua. Come la goccia che scava la pietra, il Politicamente Corretto ha per anni eroso – e continua implacabilmente a farlo – anche il diamante altrimenti inscalfibile del buon senso. Non c’è nulla, si sa, capace di smantellare la logica più dell’uso politico delle parole.

 

Un caso personale

 

Alcuni mesi fa mi sono ritrovato – mio malgrado, non ho saputo resistere – invischiato in una conversazione su Facebook a proposito dell’opportunità di cambiare le terminazioni di alcune parole in -o, quando queste indicano persone di sesso femminile: mi riferisco, ad esempio, ai quasi-neologismi “ministra”, “sindaca” et similia (sui quali ben si è espresso il pur discutibile Giorgio Napolitano, che se non altro non ha temuto di utilizzare belle e forti parole come “abominevole” e “orribile”).

Ebbene, in una mia risposta alla suddetta conversazione invitavo a usare il buonsenso e a farsi una sana risata di fronte a questioni tanto piccine, ribadendo l’idea che la lingua (per fortuna) è ben più lungimirante rispetto a tali prove di politicamente corretto: si dovrebbe evitare di imporle cambiamenti dettati da una lagnosa e poco centrata idea di fair play, per dare l’impressione di essere tanto rispettosi, tanto premurosi verso un’idea, quella sì, maschilista e polverosa della “sensibilità” altrui. Il vero rispetto del prossimo, scrivevo, è altra cosa e non passa per esibizioniste e sciocche manifestazioni verbali.

Immediata la reazione di un utente (caso patologico di “giovane rivoluzionario” accecato dalla percezione di sé quale paladino dei diritti dei più deboli): costui, con tono tronfio e supponente, puntava il dito contro la mia ritrosia verso cambiamenti linguistici imposti dal bon ton, definendola una “posa intellettuale”. Per poi ribadire, narcisisticamente, come ogni volta che si trovasse a «fare un discorso pubblico» si premurasse di cominciare con la formula “Buongiorno a tutte e tutti”: di certo preoccupato di sembrare sessista, qualora fosse incappato in un offensivo “Buongiorno a tutti” e basta (e non sia mai commettere l’errore di dire “Buongiorno a tutti e tutte”: che tremenda manifestazione di arroganza e paternalismo, quanto retrivo maschilismo nell’anteporre l’uomo alla donna per l’ennesima volta!).

Questo era più o meno il livello della conversazione, conversazione che ho abbandonato con gioia giacché, scrive appunto Hughes, «l’aria fritta si espande» e quando «il discorso politico scende a questi livelli i fanatici si arruolano nella crociata, ma la gente di buon senso preferisce lavarsene le mani».

Peraltro, la tanto sbandierata tolleranza verso gli altri sembra venire a mancare quando, in occasione della morte del controversissimo Fidel Castro, l’organizzazione di cui questo figuro fa parte ha imbrattato i muri dello storico edificio dell’università “Federico II” di Napoli con un murale del dittatore cubano (senza curarsi, stavolta, della sensibilità chi non condivide quegli ideali o di chi, dall’esposizione arbitraria degli stessi su un muro che appartiene alla collettività, potrebbe sentirsi addirittura “offeso”):

 

 

Si è trattato di un atto, a mio avviso, molto grave: un abuso tanto più indigesto in quanto frutto della volontà di imprimere una marca politica e ideologica sull’edificio centrale di un’università antica e pubblica. Ossia quello che dovrebbe essere il simbolo per eccellenza di un sapere libero, scevro da sovrastrutture.

Tanto per confermare l’ipocrisia e la valenza impositiva dell’operazione: i diversi e civili commenti al video – tra i quali il mio, in cui si chiedeva se fosse stato loro rilasciato un permesso per sbombolettare la facciata dell’università e se gli studenti fossero stati interpellati e si fossero dichiarati d’accordo – sono stati rimossi senza alcuna risposta da parte di questi ragazzini imbelli e prepotenti.

 

Un caso mediatico

 

Di recente mi ha colpito molto l’episodio che ha visto protagonista un post su Facebook dello scrittore Massimiliano Parente, poco dopo il tragico terremoto di Amatrice del 2016, che recitava: «Il crollo delle chiese però è divertente».

 

 

La frase è rimbalzata ovunque in pochissime ore e Parente è stato sommerso, in pubblico e in privato, da insulti, minacce fisiche, auguri di malattia e morte. Il “popolo del web” è insorto a gran voce, accusando l’autore, nel migliore dei casi, di insensibilità verso il patrimonio artistico italiano, nel peggiore di ridere e speculare alle spalle delle vittime del sisma. Il post è stato segnalato da un’orda di cliccatori inferociti (a tal proposito, raccomando l’intervista immaginaria al “segnalatore anonimo di Facebook” a cura di M. Tajani e F. Lanza). Addirittura, si invitava a boicottare l’acquisto dei suoi libri.

Il caso mi ha fatto tornare in mente le contestatissime (naturalmente) copertine di Charlie Hebdo riguardanti lo stesso terremoto, in seguito alle quali quasi tutti gli alzatori compulsivi di matite, solidali verso le stragi parigine del 2015-2016 (inaugurate proprio dalla mattanza nella redazione del magazine satirico) le avevano abbassate con decisione quando la satira si era abbattuta su una tragedia italiana e non su Maometto. Dimenticando, tra l’altro, questi Je suis Charlie/Je ne suis pas Charlie della domenica, come i vignettisti francesi avessero fatto il proprio lavoro anche dopo i fiumi di sangue del club “Bataclan”:

 

 

In nessuna delle copertine incriminate ho ravvisato ironia gratuita sulle vittime. Nemmeno nell’ultima, dedicata alla slavina che si è abbattuta sull’Hotel Rigopiano e in cui la morte scende in picchiata dalla valanga di neve, indossando un paio di sci. L’argomento del feroce sarcasmo delle vignette in questione non è mai chi rimane coinvolto in un evento drammatico ma l’evento stesso. I morti sono rappresentati e se a uno scopo serve, la loro rappresentazione, non è certo quello di deriderli in quanto morti: è, semmai, deridere la morte, denunciandone eventualmente la causa.

Tornando al post di Massimiliano Parente, così com’era scritto prestava il fianco a interpretazioni ambigue e a reazioni arrabbiate, tanto più che è apparso a ridosso delle notizie sulla tragedia. Tuttavia, quando gli è stato chiesto di spiegare le sue motivazioni, il ragionamento dello scrittore risultava logico: ateo convinto, Parente trovava ironico che il terremoto – da molti cristiani considerato una punizione divina e non il risultato di movimenti geologici – avesse, tra l’altro, colpito e fatto crollare proprio una chiesa.

La frase serviva a mettere i credenti di fronte al controsenso di un Dio che manda un terremoto (e forse già questo basterebbe) proprio contro il tempio nel quale lui stesso è venerato. Nessuno potrebbe non ammettere che si tratta di una paradossale contraddizione. Da ateo e dunque non credendo in alcun “aldilà”, Parente ha inoltre affermato di provare tanta più pena per le vittime di un evento per lui casuale e insensato come un terremoto e ha ribadito che la sua frase riguardava unicamente il crollo di un edificio, non i morti (che, per la cronaca, nel caso della chiesa di Amatrice non ci sono stati: quando è crollata era vuota).

Questione chiusa? No. Per diversi giorni lo scrittore e la sua famiglia hanno subito l’onda corta dell’odio e dell’indignazione di molti cattolici che auguravano loro la morte o la malattia o che la casa crollasse loro addosso, così da imparare la lezione. Invitato, apparentemente per spiegarsi, al programma Matrix condotto da Piero Chiambretti, a Parente non è stato chiesto altro che scusarsi davanti a tutti: nessuno era interessato al ragionamento dietro al post. Quando lo scrittore ha fatto notare l’altra contraddizione, i cristiani che invece di “perdonarlo” gli avevano augurato di morire, l’intelligente Chiambretti, l’anticonformista, l’istrione Chiambretti ha risposto con un lapidario: «Ci sarà un motivo!» e la trasmissione è terminata.

La vicenda è stata l’ennesimo caso, scriverebbe Hughes, di «garantismo per la forma che ha finito per stuprare il contenuto». Lo stesso Parente, d’altro canto, ha toccato il tema del politicamente corretto in un saggio, La casta dei radicalchic (Newton Compton, 2010), in cui definisce il linguaggio ipercorretto «un abitino morale firmato, un maquillage irrinunciabile sulla lingua» che denota «un’indignazione tutta di facciata, da signorine perbene». Ho chiesto un commento all’autore, ora che le acque si sono calmate (si sa: la violenza ha quasi sempre memoria breve e gli indignati del web hanno costantemente bisogno di nuovi obiettivi). La risposta è stata:

 

Esiste una sola vera censura del politicamente corretto in questo paese: mettere in discussione la religione, il cui presupposto è l’ignoranza. Ognuna delle centinaia di reazioni violente che ho subìto ignorava il senso del mio pensiero tanto quanto gli autori ignorano il senso della religione in cui dicono di credere. Tutto ciò è semplicemente grottesco, sebbene vedere un tale branco di pecore agitarsi mi abbia perfino divertito.

 

E i paladini della correttezza linguistica hanno continuato a infestare la bacheca dello scrittore? Hanno fatto valere la ragione delle loro convinzioni? L’hanno espressa con discorsi, invece che con la limitata ma pericolosa violenza del pensiero lavato nelle acque dell’eufemismo e dei “Vergogna!” e dei tribunali del popolo?

«Tutti scomparsi», mi ha confermato Parente.

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