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LA BUONA SCUOLA – INTERVISTA ALLA PROFESSORESSA LORELLA CARIMALI

“La matematica è per tutti e tutte”. Così esordisce Lorella all’inizio dell’intervista che la vede protagonista. Lei, professoressa di 56 anni, insegna al liceo Vittorio Veneto di Milano. In quella frase è racchiusa la voglia, la determinazione nel pensare che la matematica possa essere un’ arma e una competenza di tutti i cittadini, come ci ricorda l’OCSE, e dunque fondamentale per poter esercitare il diritto di essere un cittadino libero, in un mondo sempre più pieno di informazioni, di dati e di algoritmi.

Una grande esperienza nel campo dell’insegnamento che hanno portato Lorella tra i dieci migliori insegnati d’Italia e tra i 50 finalisti del Global Teacher Prize 2018 di Dubai. Le abbiamo fatto alcune domande:

Cosa ha significato per lei partecipare al Global Teacher Prize?

Partecipando alla fase finale del premio a Dubai, ho potuto conoscere gli altri 49 finalisti come me e i migliori degli anni precedenti e una delle cose che mi ha colpito e si percepiva costantemente era l’idea di pensare che tutti quegli insegnanti lì con me volevano cambiare in meglio l’insegnamento, apportare delle novità nella didattica scolastica, cambiare i metodi e gli schemi, insomma, cambiare il modo di intendere la scuola. Ho avuto modo di confrontarmi con degli insegnati “speciali”, che cioè provenivano da contesti difficili e non favorevoli all’insegnamento. Il Global Teacher Prize è un evento che cerca di promuovere dei nuovi metodi di studio che permettano di fare arrivare l’istruzione dovunque.

Qual è il metodo che usa con i ragazzi a scuola?

Per arrivare a sviluppare il mio metodo ho fatto tanta ricerca sul campo, sia in senso psicologico che pedagogico. In campo psicologico mi sono rifatta alle teorie della psicologia cognitiva proposte da Carol Dwek. Ho posto al centro del mio metodo la lezione cognitivista secondo cui l’errore non viene percepito come limite ma come opportunità per continuare ad allenarsi e non arrendersi. Inoltre, ho sempre pensato che la matematica è una forma di pensiero, quindi il mio scopo è quello di insegnare a pensare matematicamente, insegnando a sviluppare nei ragazzi le capacità di immaginare, intuire, progettare e dedurre, tutte caratteristiche che cerco di far sviluppare nei ragazzi del biennio tramite il teatro facendogli ideare uno spettacolo che parli di un intero argomento matematico. Mentre nel triennio si cerca di far crescere le capacità di misurare, quantificare e ordinare i fenomeni attraverso l’apprendistato cognitivo e il lavoro di gruppo che permette ai ragazzi di confrontarsi e supportarsi tra di loro annullando la rivalità e premiando l’impegno. Questo metodo mi permette di non avere insufficienze nelle mie classi. Questo ovviamente succede perché siamo in grado di dare gli strumenti per far emergere anche i ragazzi in difficoltà.

Cosa ne pensa del sistema scolastico Italiano?

I risultati degli ultimi anni non sono certo dei migliori, colpa anche della mancanza dei posti di lavoro che sfiduciano gli studenti prima ancora di uscire dalla scuola, ma formalmente questo è un sistema che non è stato mai veramente riformato quando ce n’era bisogno, la scuola è quella di 40 anni fa, con gli stessi metodi di insegnamento che ormai sono obsoleti. La società cambia e va avanti e la scuola deve sapersi adattare a questi cambiamenti. Ci vuole una scuola che parta da un modello pedagogico ben preciso su cui costruire delle solide fondamenta che durino nel tempo, partendo dalla valorizzazione della figura dell’insegnate, che deve essere considerato un vero e proprio professionista. Ho visto negli ultimi 20 anni denigrare il ruolo dell’insegnante dalle classi dirigenti di turno, fino a farla diventare una professione di ripiego e non di prestigio, come dovrebbe essere.

Come vede le nuove generazioni?

Li vedo molto sfiduciati, ovviamente non tutti, ma in gran parte sono così, pronti a gettare la spugna al primo fallimento o addirittura a non mettersi proprio in gioco. Come se fossero appiattiti mentalmente. Ma la colpa non è loro, la colpa la do ai genitori e agli insegnati che nel tempo gli hanno inculcato tutta una serie di stereotipi sbagliati che inducono i ragazzi al fallimento e alla sfiducia. C’è ancora speranza però: sono convinta che i ragazzi, com’è normale che sia, con gli stimoli giusti e con delle guide capaci di metterli sulla giusta strada, siano capaci di grandi cose, basta solo credere fermamente in loro.

Come ha intenzione di pubblicizzare le sue idee sull’insegnamento e sulla scuola?

Semplice, ho scritto un romanzo! L’idea di scrivere un libro nasce prima di partecipare al Global Teacher Prize, l’ho fatto perché non è possibile che si parli sempre e solo male della scuola e quindi volevo fare conoscere anche gli aspetti positivi di questo mondo che è essenziale per il miglioramento della nostra società. Il messaggio che più di tutti vorrei passasse nel mio romanzo è che la matematica non è solo una serie di formule ma, come ha detto una mia studentessa “un modo di affrontare la vita semplificandola grazie al ragionamento”, quindi se gli insegnamenti di matematica sapranno entrare empaticamente nella psiche dei loro studenti, potranno affrontare il loro ruolo evitando condizionamenti esterni e facili stereotipi. Dall’altro lato anche lo studente avrà enormi benefici, sarà in grado di affrontare la materia al meglio (nel breve termine) e sarà anche in grado di prendere decisioni consapevoli nella sua vita da adulto, di poter essere, dunque, un cittadino libero e un libero pensatore.

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