Kris, Rondoni e il Fronte dell’Uomo Incoerente

Ernst Kris, nel suo lavoro di psicanalisi applicata allo studio dei processi artistici della creatività, ha avuto il merito di individuare un dualismo di fondamentale importanza. Secondo Kris, l’arte in genere è il prodotto di due congiunti fattori psichici: ispirazione da una parte, abilità tecnica e controllo critico dall’altra, fattori che, messi insieme, danno luogo alla cosiddetta elaborazione.

Per Kris, in termini psicanalitici, l’ispirazione nasce dall’Io. L’io è l’insieme delle funzioni che consentono l’adattamento alla realtà in base al ben noto principio di realtà omonimo. L’ispirazione, quindi, è una regressione volontaria e controllata dell’io, non totalmente libero come nel lavoro onirico (altrimenti si produrrebbe qualcosa di incomprensibile e non fruibile). L’elaborazione di cui parla Kris, in questo senso, è il labor limae, la componente intellettuale della produzione artistica in quanto tale. Si tratta, a ben vedere, di coerenza interna, di rendere l’opera comprensibile e comunicativa, tale che tutta l’arte, in base a questa concezione, non è altro che comunicazione: lo sosteneva già Aristotele, e anche per Coleridge, del resto, doveva esistere una cornice di oggettività senza cui la poesia «svapora come un sogno ad occhi aperti». Se manca il controllo critico i significati dell’opera risulteranno non inquadrati in un contesto comunicativo; se invece manca la spontaneità dell’ispirazione l’opera comunicherà pur qualche cosa, ma in qualità di ricostruzione pura e semplice a partire da un dato, priva di originalità.

Può darsi che Aristotele, Kris e Coleridge avessero già a questo punto concepito le conseguenze della cosiddetta malattia dell’epigonismo, ma a mio parere la loro idea della chose era maggiormente sfumata. Può darsi addirittura che essa riguardasse direttamente un problema filosofico specifico, legato al concetto di coerenza interna in senso esteso. Insomma, sembra proprio possibile dire che la collaborazione tra l’ispirazione dell’Io e il dato organizzativo-progettuale, ovvero tra la componente istintuale e quella riflessiva, esula dal mero contesto della produzione artistica e si rende necessaria, per ottenere coerenza interna, in ogni contesto comunicativo,  anche quello sociale; ad esempio, e forse in special modo, nel campo della comunicazione pubblica, anche di sé stessi e delle proprie posizioni, siano esse artistiche, estetiche, etiche, politiche o altro. Come si evince nel caso recente di Davide Rondoni.

Nel suo ultimo corsivo su Midnight (questa stessa rivista che di fatto pubblica me, omosessuale atea liberalsocialista europeista, ma anche saltuariamente lui, omocontrario cattolico e sedicente anarchico) Davide Rondoni scrive, a mo’ di autodifesa in seguito agli attacchi subiti per le recenti dichiarazioni di amicizia con Matteo Salvini: «non nego amicizia a nessuno. Non guardo il dito cerco la luna. Non ho un’anima selettiva e non penso di essere il Dio che dividerà il mondo in buoni e cattivi». È una sorta di elencatio in negativo di tutto ciò che egli non è, la quale tralascia un pochino di affermare ciò che magari, più affermativamente, è o dovrebbe essere: come avesse una sorta di remora all’autodefinizione chiara e distinta, alla posizione di una propria riconoscibilità non generica o generalizzante, che non proceda per semplice esclusione. Del resto, nell’articolo pubblicato sempre su Midnight il due Luglio scorso, Rondoni scriveva che «certe “maschere fisse” del dibattito culturale in questi anni non hanno certo giovato»: affermazione sibillina che potrebbe far pensare a quanto giovi o faccia comodo, piuttosto, indossare la maschera dell’assenza di maschere, acriticamente e qualunquisticamente, per posare il cappello più facilmente dove si vuole. Perché il problema è proprio questo, a me pare: fra il qualunquismo e il pluralismo ogni tanto ci passa l’incoerenza. Quella interna, quella che nasce da una scissione schizomorfica tra l’ispirazione dell’io da una parte e il controllo critico, ovvero la presenza fattuale a sé stessi, dall’altra: proprio le due istanze di cui parla Kris, e dal cui amalgama equilibrato nascerebbe, o dovrebbe nascere, l’opera d’arte in quanto tale. Ma qui l’arte è latente, e l’equilibrio langue. Come è possibile senza timore di cadere nell’incoerenza e nel qualunquismo, infatti, dichiarare pacificamente di «non disprezzare nessuno»? Affermazione, beninteso, che andrebbe benissimo in direzione di un’assertività costruttiva, ma che stona come un drone dei Boris suonato direttamente in pancia se pronunciato a breve distanza dalla dichiarazione d’amicizia e di reciproca stima con Salvini, soggetto politico di inaudita ferocia teoretica e pratica, dotato di una tale forza teratologica di sommovimento populistico delle attuali sonnacchiose masse italiote che no, non ci si può accontentare di cavarsela giustificandosi con una dichiarazione come questa: «Non sono un politico, ho votato negli anni diverse formazioni politiche, in vari schieramenti a seconda di chi pareva interpretasse meglio bisogni e natura della gente che quotidianamente incontro in ogni settore della società». Cambiare schieramento più volte, si capisce, è lecito se ci si accorge di aver cambiato idea con convinzione. Si capisce anche da queste parole, però, che la coerenza interna comincia a vacillare. Rondoni non si rende evidentemente conto delle implicazioni legate all’accostamento della propria persona pubblica, e della Poesia in generale di conseguenza, con uno che ora sta usando finalmente le «ruspe» che aveva annunciato da tre anni contro i Rom; che dei figli di genitori gay dice che partono «un gradino più sotto, con un handicap» (2015); che i migranti li scaricherebbe a casa «con una bella pacca sulla spalla e un sacchetto di noccioline» (2018); che a Ponte di Legno, due anni fa, pronunciò testuali parole: «Quando saremo al governo polizia e carabinieri avranno mano libera per ripulire le città. La nostra sarà una pulizia etnica controllata e finanziata, la stessa che stanno subendo gli italiani, oppressi dai clandestini». Che pensare di chi non si dissocia da uno così? Un immaginario Dante redivivo in quale girone dell’Inferno schiafferebbe Rondoni? Probabilmente in quello degli Ignavi. O forse dei Barattieri. Ma facciamo un salto avanti nella metalogia.

Guglielmo Giannini: chi era costui? Un umorista, un commediografo, il fondatore del Fronte dell’Uomo Qualunque, nonché precursore storico dello svincolamento di massa dalle istanze dell’impegno ideologico a cui sociologicamente assistiamo oggi come prassi comune. Non è a mio parere un caso questa comune origine con Grillo. Giannini fondò il suo strano partito di politica antipolitica nel 1944, durante le ultime terribili propaggini della Seconda Guerra Mondiale, e durò poco: fu avversario di Mussolini, del Fascismo, del Comunismo e della politica partitica in genere. Rondoni, al contrario, si professa anarchico (ma l’anarchismo è un’ideologia politica teoreticamente molto ben definita!) salvo poi dirsi svincolato dalle sudditanze politiche; non voterà magari per il goliardico Partito della Bistecca di Corrado Tedeschi, ma un’affermazione come «la cultura, prima ancora che la politica, è stata e continua essere sede di faziosità, di banalizzazioni, di etichettature stupide e fuorvianti», che presa in sé ha assolutamente il suo bel senso, di fronte a reminiscenze tali, che precedono di molto certe enunciazioni post-veritative del M5S dai tempi di Grillo fino a quelli di Di Maio, diventa problematica da accettare acriticamente senza avere la tentazione di tacciarla, appunto, di qualunquismo becero. «È difficile essere liberi e fare arte e cultura», aggiunge poco oltre un Rondoni particolarmente lungimirante. Il problema è che se per libertà si intende la presunta facoltà del poeta di farsi i beati fatti propri prendendo il caffè al bar col Salvini di turno, beh, allora non ci siamo proprio. Come ha ben scritto Davide Brullo su Pangea, il poeta al contrario «ha il dovere di rompere le palle alla politica per garantire una vita più poetica ai cittadini italiani»; ma si ricordi bene come, per Giannini, il «solo, ardente desiderio» dell’Uomo Qualunque fosse «che nessuno gli rompa le scatole». E qui torniamo a bomba: la questione, cari miei, è la coerenza interna che vacilla dietro alla ricerca indefessa dello scanso di rotture che Rondoni manifesta. Disimpegno totale che non si dà in natura nemmeno per l’Uomo Qualunque e a maggior ragione per il Poeta non potrà mai darsi. Vi spiego perché.

Un poeta non è mai, per definizione, per statuto intellettuale, umano e morale, svincolato completamente dall’impegno. Non può esserlo, perché sente diversamente le cose del mondo, perché l’investimento funzionale del suo Io, krisianamente, lo ispira, il controllo critico lo guida, per cui il suo atto creativo è sempre internamente coerente, comunica un messaggio esplicito, chiaro e riconoscibile. Non è possibile, osservando un poeta, dirne cose erronee, perché il poeta è sempre messo a nudo, la sua comunicazione è estetica, non teoretica, è istintuale, aurorale, immediata, non intellettualmente fredda, non edulcorata dalla retorica. Insomma, Rondoni si lamenta del fatto che nel corso della sua carriera poetica un sacco di gente se l’è presa con lui, ma ciò sarà avvenuto perché questa gente avrà ravvisato, in tale patente trasparenza a cui va sempre soggetto il poeta, qualcosa che non andava nelle asserzioni, negli atteggiamenti, nelle posizioni incoerenti o retrive del medesimo: qualcosa di non poetico o di impoetico senz’ulteriore definizione, un quid, insomma, che cozza profondamente con ciò che un poeta dovrebbe rappresentare, dire o fare per esser tale nella sua ineliminabile e incontestabile funzione pubblica, ovvero la coerenza interna col suo ruolo. Poi è inutile lamentarsi: Rondoni, a volte, in certe esternazioni di simpatia col potere estremista, razzista e omofobo ormai al Governo, ci sembra un po’ Esaù il quale, vista la ciotola di lenticchie fumanti cucinata da Giacobbe, non esita a rinunciare alla dignità della primogenitura per un tipico e topico magna magna salvo poi pentirsene subito dopo. Detto così, a mo’ di parabola, ma anche un po’ di iperbole.

Per chiudere la metalogia, si parlava all’inizio della funzione dell’arte secondo Ernst Kris. Si avverte in tutta questa storia un sordo e doloroso squilibrio tra l’istanza della regressione controllata dell’Io, che sembra amplificata in direzione onirica, verso la perdita dell’oggettività, e il controllo critico, che appare inesistente. Non si avverte il necessario principio di realtà da nessuna parte, la funzione comunicativa e sociale della poesia svapora miseramente, persino Leopardi, tirato dentro per i capelli come Galeaut di turno nel bizzarro ménage tra il Politico e il Poeta, diventa scevro di senso: insomma, Rondoni frequentando Salvini non si rende proprio conto della propria perdita di coerenza interna, e di quanto la faccia perdere alla Poesia come Poesia. Una sola cosa so e sento: che la funzione dell’arte, per carità, non può e non potrà mai essere tutto questo.

Sonia Caporossi

Sonia Caporossi (Tivoli, 1973), docente, musicista, musicologa, scrittrice, poeta, critico letterario, artista digitale, si occupa di estetica filosofica e filosofia del linguaggio. Con il gruppo di art-psychedelic rock Void Generator ha all’attivo gli album Phantom Hell And Soar Angelic (Phonosphera Records 2010), Collision EP (2011), Supersound (2014) e le compilation Fuori dal Centro (Fluido Distribuzioni, ITA 1999) e Riot On Sunset 25 (272 Records, USA 2011). Suoi contributi saggistici, narrativi e poetici sono apparsi su blog e riviste nazionali e internazionali. Ha pubblicato a maggio del 2014 la raccolta narrativa Opus Metachronicum (Corrimano Edizioni, Palermo 2014, seconda ed. 2015). Insieme ad Antonella Pierangeli ha inoltre pubblicato Un anno di Critica Impura (Web Press, Milano 2013) e la curatela antologica Poeti della lontananza (Milano, Marco Saya Edizioni, Milano 2014). È presente come poeta nell’antologia La consolazione della poesia a cura di Federica D’Amato (Ianieri Edizioni, Pescara 2015) e, con contributi saggistici, nei collettanei Pasolini, una diversità consapevole a cura di Enzo Campi (Marco Saya Edizioni, Milano 2015) e La pietà del pensiero. Heidegger e i Quaderni Neri a cura di Francesca Brencio (Aguaplano Edizioni, Perugia 2015). Nel 2016 pubblica la silloge di poesie omoerotiche Erotomaculae (Algra Editore, Catania), nel 2017 esce Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi (Marco Saya Edizioni) e nel 2018 cura l'antologia La Parola Informe. Esplorazioni e nuove scritture dell'ultracontemporaneità (Marco Saya Edizioni 2018). Dirige i blog Critica Impura, Poesia Ultracontemporanea, disartrofonie e conduce su NorthStar WebRadio la trasmissione Moonstone: suoni e rumori del vecchio e del nuovo millennio. Vive e lavora nei pressi di Roma.

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