Joyce Carol Oates

È con Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra) ed Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse) nella top ten delle migliori scrittrici al mondo. E guida, con diverse spanne di distacco, la classifica. Perché è prolificissima. È brava. È versatile. È credibile. Sempre, qualunque sia l’argomento che tratta. Autorevole. Elegante. Brillante. Densa di significato. Perfetta. Sembra venire dal futuro e invece il sedici di giugno compie ottant’anni (ci perdonerà se ne diciamo l’età, ma è solo per sottolineare da quanto tempo ci fa emozionare col suo talento maiuscolo), la sua voce è fresca, frizzante, stentorea, usa le parole che avresti voluto saper dire e sa parlare di ogni cosa, sa dar voce al sentimento senza sentimentalismo, ha scritto, pure avvalendosi di numerosi pseudonimi, romanzi (anche per bambini e giovani adulti), racconti, saggi, poesie, opere teatrali, sceneggiature, ha ispirato il cinema (persino l’ultimo, erotico ma non riuscitissimo, film di Ozon, Doppio amore) e la tv, ha compilato alcuni lemmi del Futuro dizionario d’America, rivisitazione satirica del lessico praticato negli USA, è membro del consiglio di amministrazione della John Simon Guggenheim Memorial Foundation, è l’interprete del lato oscuro del sogno americano e l’indagatrice dei meandri più torbidi dell’animo umano, senza mai emettere un giudizio, ma dipingendo grazie alla sensazione policromia della sua prosa lo squallore che si incarna nella bellezza e la meraviglia che fra capolino in controluce finanche nel più perverso degli orrori, perché l’esistenza è un gioco di specchi e spesso i confini sono labili, ha dato dignità letteraria col deflagrante capolavoro Acqua nera allo scandalo che ha affossato la carriera politica del pur valido Ted Kennedy, facendolo diventare allegoria di un mondo che prevarica le sue creature, e più sono fragili più le viola, è, semplicemente, la signora della letteratura. È Joyce Carol Oates. Se non l’avete letta leggetela. Con ogni probabilità non basterà una vita, ma sarà di sicuro tempo regalato dall’infinito.

Gabriele Ottaviani

Gabriele Ottaviani (Roma, 1985), dottore in Studi italiani e in Letteratura e lingua -- Studi italiani ed europei, dottore di ricerca in Italianistica, autore di Frammenti d'amore (Bibliotheka edizioni) e di Tremila giorni insieme (MUP), con cui ha vinto il Premio Malerba per la miglior sceneggiatura.

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