Jean Reno

Nato da genitori spagnoli fuggiti a Casablanca, all’epoca possedimento francese, per scampare alla dittatura di Francisco Franco, ufficiale dell’ordine della Legion d’onore e dell’ordine nazionale al merito, sostenitore gollista, tanto che il suo testimone di nozze in occasione del terzo matrimonio, celebratosi dodici anni fa, è stato l’allora solo candidato all’Eliseo Nicolas Sarkozy, piuttosto alto e dalla fisicità imponente che spesso l’ha costretto in ruoli da villain, da cui ha saputo smarcarsi grazie a una grande professionalità e a una versatilità attoriale indubbia e forse ancora non del tutto espressa a causa spesso di copioni inadeguati, nonostante la sua carriera sia certamente di rilievo e di caratura internazionale, il 30 luglio compie settant’anni, vissuti non si direbbe, forse, pericolosamente, ma certo attraverso grandi passioni, in primo luogo, appunto, con ogni evidenza il cinema. Che nome cazzuto!, gli diceva una giovanissima Natalie Portman pressappoco appena le si presentava in una delle pellicole più importanti nel novero di quelle cui ha preso parte, non fosse altro per il riscontro che ha avuto in termini di pubblico e di popolarità raggiunta e mantenuta ancora oggi, a ventiquattro anni di distanza: il ruolo del sicario Léon che vive, pare, da eremita anaffettivo dedito solo a prezzolati omicidi (mai donne e bambini, però) e alle amorevoli cure per una pianta in vaso, nello scenario complesso di una Little Italy un po’ meno caricaturale del solito che condivide con la famiglia allargata e disfunzionale di Mathilda (la succitata Portman), gli cade infatti a pennello. Tanto bene che molti altri cineasti in seguito si sono adagiati sulla mera coazione a ripetere, con risultati assai più scadenti. Ma non è nell’anno delle olimpiadi di Lillehammer che inizia la sua fortunata collaborazione con Luc Besson: il regista parigino lo volle infatti già nel 1983, quattro anni dopo che insieme a Yves Montand, Romolo Valli, Romy Schneider e Roberto Benigni, che nel 2005 lo sceglierà per La tigre e la neve, aveva preso parte a Chiaro di donna di Costa-Gavras, per Le dernier combat, e poi ancora per Subway (1985), con Isabelle Adjani e Christopher Lambert, Le grand bleu, che aprì Cannes nel 1988, e Nikita. La carriera dell’attore però comprende anche per esempio I love you di Marco Ferreri, French kiss, con Meg Ryan, Kevin Kline e Timothy Hutton, Al di là delle nuvole, di Michelangelo Antonioni e Wim Wenders, Mission: Impossible di Brian De Palma, Godzilla di Emmerich, Ronin, accanto al due volte premio Oscar Robert De Niro, I fiumi di porpora, Wasabi, Hotel Rwanda di Terry George, che ottenne tre nomination agli Academy Awards, La pantera rosa del 2006, lo stesso anno in cui Ron Howard lo chiama per Il codice Da Vinci, Vento di primavera, sul terribile rastrellamento di ebrei fatto dalla gendarmeria francese collaborazionista nel 1942 al velodromo d’inverno, L’immortale, ispirato alla storia vera di Jacky Imbert, padrino della mafia marsigliese, incredibilmente sopravvissuto a un attentato in un parcheggio quarantun anni or sono, il travagliatissimo Margaret (a furia, tra l’altro, di cause legali fu distribuito solo nel 2011, ossia sei anni dopo l’inizio delle riprese) di Kenneth Lonergan, premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale per il molto più che sopravvalutato Manchester by the Sea, Un’estate in Provenza, graziosa commedia in cui è un burbero agricoltore ex figlio dei fiori sposato con Anna Galiena, il pessimo Il tuo ultimo sguardo di Sean Penn, che voleva fare un film di denuncia sui bambini-soldato ma ha realizzato una soap-opera tra Bardem e la Theron, e l’interessante La ragazza nella nebbia, di Donato Carrisi, miglior regista esordiente agli ultimi David nonché autore del romanzo alla base della pellicola. Di chi parliamo, dunque? Beh, ma di Jean Reno: ça va sans dire, non? Cento di questi giorni!

Gabriele Ottaviani

Gabriele Ottaviani (Roma, 1985), dottore in Studi italiani e in Letteratura e lingua -- Studi italiani ed europei, dottore di ricerca in Italianistica, autore di Frammenti d'amore (Bibliotheka edizioni) e di Tremila giorni insieme (MUP), con cui ha vinto il Premio Malerba per la miglior sceneggiatura.

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