James Ivory

Guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, chiamami col tuo nome. Oppure: Chiamami col tuo nome, e io ti chiamerò col mio. E soprattutto: Lui scosse la testa. Capii che in quel preciso istante lo stava assaggiando. Qualcosa di mio era nella sua bocca, e adesso era più suo che mio. Non so cosa mi prese in quel momento, mentre continuavo a fissarlo, ma all’improvviso provai un feroce bisogno di piangere. E invece di trattenermi, come prima con l’orgasmo, mi lasciai andare, anche solo per mostrargli un aspetto di me ugualmente intimo. Mi avvicinai e soffocai i singhiozzi sulla sua spalla. Piangevo perché nessuno sconosciuto era mai stato tanto gentile con me o era arrivato a tanto, nemmeno Anchise quella volta che mi aveva aperto la ferita sul piede e poi aveva succhiato il veleno dello scorpione, sputandolo fuori, più e più volte. Piangevo perché non avevo mai provato tanta gratitudine e non c’era altro modo di dimostrarla. E piangevo per i cattivi pensieri che gli avevo rivolto al mattino. E anche per la notte prima, perché, nel bene o nel male, non avrei mai potuto cancellarla, e adesso era il momento buono per fargli capire che aveva ragione lui, che non era facile, che il gioco e il divertimento potevano anche prendere un’altra strada e che ormai ci eravamo buttati in questa storia e adesso era troppo tardi per tirarsi indietro… piangevo perché stava succedendo qualcosa, ma non avevo idea di cosa fosse. «Qualunque cosa accada tra noi, Elio, voglio solo che tu lo sappia. Non dire mai che non lo sapevi.» Stava ancora masticando. D’accordo il fuoco della passione, ma qui la faccenda era un’altra. Mi stava portando via con sé. Le sue parole non avevano senso. Ma sapevo esattamente cosa intendeva dire. Gli accarezzai il viso col palmo della mano. Poi, senza sapere perché, cominciai a leccargli le palpebre. «Baciami adesso, prima che sia troppo tardi» gli dissi. La sua bocca doveva sapere di pesca e di me. Ossia uno tra i passaggi più erotici della storia della letteratura da quando la letteratura esiste, quello che non consente più di guardare a una pesca come prima, quando in essa mai e poi mai si sarebbe veduto un potenziale fleshjack, reso nel caso specifico in modo mirabile dalla splendida traduzione di Valeria Bastia, che esalta la prosa sopraffina di André Aciman. Perché è finalmente grazie a Chiamami col tuo nome dell’ottimo Luca Guadagnino, che al découpage dei capolavori di James Ivory, novant’anni il sette di giugno, si è evidentemente ispirato per quella che è finora la perla della sua cinematografia, resa sublime, tra l’altro, anche dalle prove attoriali d’eccezione di Timothée Chalamet e di Armie Hammer, che il succitato Ivory si è portato a casa il premio meritato da sempre e mai raggiunto. Ossia l’Oscar. Per cui tutti, quando Chadwick Boseman e l’incantevole Margot Robbie hanno detto il suo nome, si sono alzati in piedi. Il più anziano vincitore di sempre, premiato per la miglior sceneggiatura non originale, con indosso una maglietta col volto del suo protagonista, quell’Elio innamoratissimo del bello e (im)possibile Oliver. E di amore, lui che ha dovuto nascondere per anni, benché in tutta onestà si trattasse del segreto di Pulcinella, il suo sentimento nei confronti di Ismail Merchant, uomo come lui, e quindi colpevole di qualcosa di inaccettabile per la morale puritana, ha parlato nel discorso con cui ha ringraziato per l’ambita statuetta. Ma Chiamami col tuo nome è solo l’ultima perla di una collana di gemme straordinarie, dallo stile raffinato, autoriale, mai autoreferenziale, letterario, calligrafico, elegante, alto, colto, dotto, sublime, ricco di livelli, chiavi di lettura, interpretazioni, riferimenti: dall’esordio cinquantacinque anni fa col suo primo lungometraggio, Il capofamiglia, tratto dall’omonimo romanzo di Ruth Prawer Jhabvala, adattato per il cinema dalla stessa autrice, in cui ci si basa su una serie di flashback del protagonista Prem per narrare le ansie per la nascita di un matrimonio, a Party selvaggio, ispirato allo scandalo che coinvolse Fatty Arbuckle (negli anni Venti del Novecento un attore, regista e produttore di cinema hollywoodiano organizza un ricevimento per presentare il suo ultimo film, ma la festa diventa un’orgia che finisce in tragedia: la vulgata parla della morte per peritonite della giovane attrice Virginia Rappe, cui sui ruppe nella vagina, provocandole anche la perforazione della vescica, la bottiglia di Coca-Cola con cui stava venendo penetrata), passando per Autobiografia di una principessa, Roseland, Gli europei, tratto da Henry James, con Lee Remick, presentato a Cannes, Jane Austen a Manhattan, in cui debutta Sean Young (Blade runner, Senza via di scampo, Wall street, Dune), Quartet, che fa vincere sulla Croisette il Prix d’interprétation féminine a Isabelle Adjani, mai e mai più così brava, anche perché l’Isabelle attrice francese di livello internazionale è senza dubbio un’altra, I bostoniani, sempre da James, con Christopher Reeve, Vanessa Redgrave e Jessica Tandy (Gli uccelli, A spasso con Daisy, Pomodori verdi fritti alla fermata del treno e, a teatro, Un tram che si chiama Desiderio insieme al sensazionale Marlon Brando che fu riconfermato anche nella versione cinematografica mentre a lei, vincitrice di Tony ma ignota sul grande schermo e fuor di Broadway, fu preferita Vivien Leigh), Camera con vista (da E. M. Forster, tre Oscar su otto nomination, con Daniel Day-Lewis, Helena Bonham Carter, Maggie Smith e Judi Dench), Maurice, storia d’amore nella Cambridge del primo Novecento fra gli ottimi James Wilby e Hugh Grant, e soprattutto Mr. & Mrs. Bridge, dal dittico di romanzi di Evan S. Connell con Paul Newman e Joanne Woodward, Casa Howard, con Vanessa Redgrave, Anthony Hopkins ed Emma Thompson, e Quel che resta del giorno, rarissimo caso in cui, benché i due media non possano essere in effetti da nessun punto di vista paragonati, l’opera filmica supera in bellezza quella nata sulla pagina scritta, vergata da Kazuo Ishiguro (premio Nobel per la letteratura uscente: e lo rimarrà ancora a lungo, visto che l’ondata di ipocrisia che è stata sventuratamente generata dalle sacrosante dichiarazioni di chi ha subito molestie ha fatto sì che per uno scandalo che coinvolge uno dei membri dell’accademia che valuta le candidature il più importante riconoscimento letterario del globo quest’anno non verrà assegnato, ma sarà attribuito l’anno prossimo insieme a quello del 2019… Praticamente come se una pausa di un anno facesse cambiare le cose… Un’assurdità tale che verrebbe da pensare che a questo punto se si scoprisse che, per dire, un luminare della medicina è un maiale, potrebbe ergersi sul pulpito qualcuno che chiederebbe che venissero tolti ai pazienti cui ha salvato la vita gli organi che ha loro trapiantato…). Un genio, un artista, un uomo: da festeggiare. E ringraziare. Perché si sa che la bellezza ha salvato, salva e salverà il mondo: e molta è dovuta proprio a lui.

Gabriele Ottaviani

Gabriele Ottaviani (Roma, 1985), dottore in Studi italiani e in Letteratura e lingua -- Studi italiani ed europei, dottore di ricerca in Italianistica, autore di Frammenti d'amore (Bibliotheka edizioni) e di Tremila giorni insieme (MUP), con cui ha vinto il Premio Malerba per la miglior sceneggiatura.

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