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Italian trash rap story / 3 – La gang non s’infama

7) La gang non s’infama

Senza bisogno di litigare con un politico in diretta tivù per farsi notare, la Dark Polo Gang sta dando vita a tentativi d’esegesi tanto impegnati quanto, si direbbe, preoccupati. Se ne scrive non con l’aria di commentare una bizzarra nota di costume, ma di decifrare lo sfuggente simbolo dello Zeitgeist. Fra i più recenti tentativi quello del benemerito Vincenzo Marino [https://noisey.vice.com/it/article/cosa-e-diventata-la-dark-polo-gang], a cui una volta tanto rimando per la linkografia dei precedenti spiegoni, e che abbonda in spunti interessanti che cercherò di non ripetere.

La Dark Polo Gang in origine esprimeva stima per Bello Figo (“rispetto per chi brilla”), com’era immaginabile, prima di coinvolgerlo in un dissing a sfondo razzista con tanto di ritrattazione. La causa della divergenza stava d’altronde in un punto cruciale e altamente significativo. Con tutta la sua ironia e goliardaggine, Figo Verkel prende dannatamente sul serio un elemento centrale della filosofia hip hop: i soldi. L’ex Gucci Boy ci tiene davvero a farli, e non concepirebbe di esibirsi gratis; per questo quando la DPG gli ha proposto di affiancarli in uno show non retribuito il rapper di Parma si è negato.

Storie di ordinario dissing, non fosse che Pyrex, uno dei membri della Gang, è di origine afroamericana. Ma non è certo questa la più strana delle contraddizioni che fanno ammattire gl’interpreti: ostentano di pensare solo a far soldi, e poi (fino a Caramelle) pubblicano i loro pezzi esclusivamente come free download; si atteggiano a spezzacuori, spacconi e sprezzanti con le ‘zoccole’, ma poi si sbaciucchiano chiamandosi fratellini e perdonano cristianamente i nemici; reiterano un immaginario a base di droga violenza consumismo per poi intenerirsi davanti ai bambini o lanciare moralistici richiami all’importanza dello studio.

Alla luce di tutto ciò, diventa scontato porre la solita domanda, se la Gang ci sia o ci faccia. La risposta è però molto più difficile che nei casi precedenti. Da un lato, parrebbe chiaro che non ci troviamo davanti a un mostro di spontaneismo come i vari trucebaldazzi: tutto il contorno è troppo curato, certi ossimori troppo calcolati. Dall’altro, non si può ridurre tutto a una geniale provocazione a tavolino come quella di MC Cavallo, o al puro e semplice cazzeggio divertito di un Bello Gucci. I componenti del gruppo sono tutti di buona famiglia (non fingono di venire dalla povertà) e anche ragionevolmente istruiti (risultano diplomi di laurea). Questo fa certo sospettare che la loro immagine pubblica iperrealistica, fumettata, sia qualcosa di ben remoto dalle loro vere personalità; ma allora sono bravissimi a non farlo vedere. Oggi che i social media mettono i (semi)famosi sotto l’occhio del pubblico 24 ore su 24, la Gang è sempre sé stessa anche fuori dalle canzoni – in ogni post, ogni video, ogni minimo intervento. La DPG impone d’essere considerata come un fatto artistico proprio perché riesce a camminare in bilico su questo sottilissimo crinale, senza fissarsi in una posa, ma al contrario continuando a evolversi – per loro sembra valere il principio d’indeterminazione di Heisenberg, se provi a seguirne la posizione non ne afferrerai mai la natura, ma se ti soffermi a indagarli si sono già spostati altrove. Scrivere queste stesse righe è una sfida ardua: ogni giorno esce qualche novità a firma DPG che costringe a rivedere il proprio punto di vista.

Un’altra peculiarità della DPG sta nella sua fandom. Questa, oltre che demograficamente giovanissima, è accanita fino al fanatismo e tuttavia costitutivamente ironica. I ‘pischelletti dark’ sono i primi a prendere continuamente per i fondelli i membri del gruppo, a sottolineare che non chiudono le rime, che parlano in modo incomprensibile, che si vestono e atteggiano in maniera ridicola. Sui social media seguono le vicende dei quattro e della loro cerchia come si segue una sitcom. Dello stesso avviso è Tommaso Naccari [https://www.fourdomino.com/2017/03/bound-777/]: la DPG, dice, è “una boy band” e “la vostra serie TV preferita”. Perciò azzardo che per i quattro il parallelo più stringente nella storia del pop non siano i Beatles, i Ramones o i Gorillaz, ma i Monkees. Che non uscivano dalle strade o dalle cantine, ma dal mondo dello spettacolo: due di loro erano ex attori bambini, showbiz kids, come Tony F. (e ricordiamo che Side è figlio del regista Francesco Bruni e recita nei film del padre). I Monkees non erano solo un complesso pop costruito per proporre una versione fumettata delle ultime tendenze dell’epoca (il rock della British Invasion, come oggi la trap e cerce suggestioni vaporwave), ma i protagonisti di una vera e propria sitcom televisiva che faceva da cornice per le loro canzoni – quella sitcom che oggi la DPG può farsi da sé sfruttando la potenza dei social media.

L’atteggiamento di affettuoso dileggio suscitato dalla Gang si accompagna però a una militanza esoterica degna di una setta. La Gang non s’infama né si discute, se non si vuol passare per stupidi bufu. Le battute le può fare chi sta dentro. Persino la creazione di meme umoristici basati sulle avventure dei quattro è come istituzionalizzata e centralizzata: la pagina Dark Meme Gang, affiancata dal gruppo (segreto) Dark Meme Group, sembra essere il vero centro d’aggregazione per i seguaci del collettivo romano, e sforna quotidianamente affettuose prese in giro (che ricircolate in altri contesti possono presto perdere ogni sfumatura d’affetto). Questo rapporto di simbiosi memetica appare molto lontano dal dileggio molto più cattivo e molto più spontaneo che poteva colpire uno come Truce Baldazzi, che al massimo può essere memificato a propria insaputa. Bello Figo gioca già di più con le aspettative del pubblico internettiano (quando in tv ha dabbato in faccia alla Mussolini sapeva benissimo che sarebbe diventato virale, si è messo in posa per il meme), ma in maniera meno sistematica. La Gang invece, con i suoi post e le sue pose, propone a getto continuo materiale di prima qualità ai parodisti memetici, strizzando l’occhio in maniera sempre più evidente ai fan che raccolgono e memificano in tempo reale.

Bisogna però venire al nocciolo della proposta musicale della Gang, e con ciò affrontare la celebre questione del “linguaggio alieno”. Alienato, correggerebbe qualcuno che conosco; ma sta di fatto che con questa spiazzante risposta i rapper romani rintuzzano le critiche ai loro testi sottolineando ancora una volta un elemento di diversità, di cesura con la tradizione non solo musicale ma addirittura antropica (“noi siamo alieni, non veniamo dalle scimmie”). A vedere l’aspetto di Side, ci si crederebbe anche. Ma per quanto riguarda specificamente il linguaggio, hanno più ragione di quanto sembri. In fondo, anche Bello Figo s’industria a creare una lingua dadaista e artificiale che non si spiega né con gli errori dei parlanti L2 né con lo slang giovanile di Parma o d’alcuna parte della galassia. Il suo estro è il solo responsabile di deformazioni clownesche e assolutamente arbitrarie come minghie, to ro giuro, vafancioro, bonegiare, felicio, etc.

Ma la sua è appunto un’operazione, per quanto inconfondibile e a suo modo genialoide, tutta superficiale. L’elemento extraterrestre nel linguaggio della Gang non consiste in una deformazione volontaria della pronuncia o nell’uso di termini inventati, ma in un profondo quanto perturbante squilibrio, una specie di uncanny valley del rap. Veicolati da un flow di qualità molto variabile fra i membri del gruppo (pare che Wayne e soprattutto Pyrex siano tecnicamente i più capaci), i testi esibiscono una quasi totale assenza di preoccupazione per i requisiti formali del vecchio hip hop (le famose rime non chiuse); offrono un’esagerazione caricaturale, quasi anamorfica, ma apparentemente convinta degli stereotipi del genere (“chiamo Tony, trasforma uno stronzo in cibo /
in verdura ora è in stato vegetativo”); insistenti tormentoni e oscuri inside jokes (dal triplo sette al suffisso way a Ssupreme il serpente di peluche); e, come tocco finale, certe frasi e immagini che pur rientrano nell’immaginario complessivo del gruppo sono semplicemente strane (“pollo e cocaina”, la carbonara con “uova di puttana”). Su tutto, una patina linguistica grevemente romanaccia che certo fuori dall’Urbe fa il suo effetto (il vero culto della Gang nasce a Milano, e penso non ignori gli effetti tra esotico e comico che la cadenza romana meno raffinata tende a produrre al nord).

Il fatto che questi vocals, come dire, non per tutti i gusti si appoggino sull’obiettiva bellezza delle basi di Sick Luke non è un fatto senza precedenti (vedi il caso Yung Lean, ma anche, come si diceva, i beat dell’MC Cavallo ‘maturo’), e dunque se aiuta a spiegare il successo della Gang non aiuta a spiegarne la peculiarità. Sì, i detrattori hanno i loro argomenti quando parlano di basi molto belle ‘rovinate’ da un rap scadente: fra i piccoli meriti storici della DPG c’è l’esplorazione di una sorta di via italiana al genere trap, uno svecchiamento rispetto ai suoni più classici dell’hip hop nostrano. Le atmosfere sonore create da Sick Luke e Charlie Charles sono di per sé fra le più interessanti udite in questi anni. Tuttavia chi segue davvero il genere assicura [http://www.meiweb.it/fenomenologia-della-trap-italiana-unanalisi-di-sentireascoltare/] che questa non è trap, quantomeno non è trap ben fatta. Che a portarla davvero in Italia sono, o saranno, ben altri. Ma non è un caso che il culto della Gang coincida solo in parte con il pubblico del (t)trap. Molti (fra cui chi scrive) non hanno un vero interesse o una conoscenza profonda di quel mondo musicale, ma ciò nonostante sono perversamente attratti dal fenomeno DPG.

Una qualche consapevolezza di questa diversità traspare dalle parole stesse della Gang. Per quanto legati alla scena hip hop romana culturalmente e persino biologicamente (Sick Luke è figlio di Duke Montana), i cinque prendono spesso le distanze dal rap. Preferiscono definirsi come “rock’n’roll”, paragonarsi a Elvis, Hendrix, Keith Richards, e penso che in un certo senso sappiano quello che fanno. Che il rock’n’roll sia solo in minima parte musica, e in buona parte reinvenzione giocosa della propria persona e creazione di un universo parallelo, fatto di slogan, vestiario, grafica, stile di vita, persino dettagli come il lettering, ce lo hanno spiegato – e dimostrato – Richard Hell e Malcolm McLaren quarant’anni prima di fenomeni come la vaporwave, il genere che si autodefinisce come | | | aesthetics per eccellenza. E certo, la vaporwave colpisce per aver estremizzato questa tendenza, per essere un movimento in cui la musica ha una parte non solo limitata, ma quasi secondaria – apprezzabile soltanto (meta?‑)ironicamente, soltanto per una precisa fascia generazionale che sia stata irrorata nell’infanzia da certi prodotti tecnologici e culturali, e soltanto alla luce dell’estetica multimediale in cui è avviluppata, dato che presa e ascoltata in quanto musica sarebbe perlopiù indistinguibile da una mediocre muzak elettronica (con nobili eccezioni).

(“Quel che c’è di musicalmente interessante nella vaporwave non è vaporwave. Quel che c’è di vaporwave nella varporwave non è musicalmente interessante.”)

Ma proprio per questo le discussioni sulla vaporwave sono discussioni che concernono fino a un certo punto la musica, e non concernono per nulla il rock’n’roll. Penso invece si possa sostenere un’appartenenza della DPG alla categoria spirituale del punk rock. Il punto non è solo la relativa assenza di virtuosismo: certo, che DarkSide sappia chiudere le rime è importante quanto che Sid Vicious sapesse suonare il basso, cioè zero, perché in entrambi i casi il talento del personaggio sta nell’esprimere una pura attitudine, non sporcata dalla distrazione di una qualche dote artistica convenzionale. Nell’essere insomma un fumetto in carne e ossa, troppo assurdo per essere vero ma in qualche modo più vero del vero. Se Truce Baldazzi era la nuova e massima incarnazione dei valori punk del dilettantismo, dell’autenticità brutale (fino alla sgradevolezza), del puritanesimo autolesionista (Truce rifiuta la fama, interrompe i concerti e si chiude in camera), la DPG sembra aver trasportato in un nuovo ambito (hip hop) e a una nuova generazione (i nativi digitali) la prassi del punk come (re)invenzione creativa di sé.

(Bello Figo davanti ai commenti dei social: “la cosa più punk degli ultimi 300 anni. ponk, ponk… che cazzo è ponk?”

Noisey: “punk!”

BF: “ah, punk… che cazzo è?”

Noisey: “punk… è un genere”

BF: “(aah, i… metallari… eh…) io swaggo e basta, quindi non so cosa sia punk, non ti so dire se è vero o no”.

La Gang non avrebbe mai risposto così. O forse sì.)

Questa reinvenzione è stata però storicamente guidata e ispirata, almeno negli animatori più consapevoli e interessanti del movimento, da un’acuta sensibilità teorica, anzi da una vera e propria filosofia di riferimento. Dietro il movimento punk storico c’era il situazionismo (che ispirava McLaren a Londra, e prima di lui Terry Ork a New York City). La chiave per capire la DPG, così come la vaporwave e così come buona parte degli sviluppi artistico-culturali più interessanti degli ultimi anni, è l’accelerazionismo [http://www.prismomag.com/appunti-per-una-discografia-accelerazionista/]. Vale a dire l’esasperazione del capitalismo (e delle sue estetiche) allo scopo di superarlo e/o farlo esplodere. Fra le tante cose che la DPG sta accelerando – ossia, portando alle estreme conseguenze, a un nuovo insostenibile livello d’elaborazione e complessità – c’è proprio il fenomeno del crap rap internettaro. Grazie a un uso più pervasivo delle tecnologie, a un livello d’ambizione molto più alto dei predecessori, e anche a un mix di teste conformate in maniera parecchio bizzarra, questa strana creatura collettiva sta trasformando in realtà quel che sembrava, appena pochi anni addietro, un mostro prodotto dal sonno dell’internet.

Sarà bellissimo, finché durerà.

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