Intervista a Davide Rondoni

Davide Rondoni è poeta e scrittore ed editorialista di fama nazionale e internazionale CHI SE NE FOTTE… (nota dello stesso D. Rondoni intervenuto sul documento).

Oggi il nostro direttore, Giuseppe Nibali, lo ha intervistato ponendogli alcune domande sull’attuale situazione della poesia italiana.

 

Carissimo Davide, subito una domanda a bruciapelo: un poeta come Maurizio Cucchi pubblica Il Disperso per Mondadori negli anni ‘70, quando ha più o meno trent’anni, stessa età ha Milo De Angelis quando esce Millimetri per Einaudi e anche per te che hai pubblicato con Guanda il tuo Il bar del tempo alla fine degli anni ‘90. Quello che ti chiedo è dunque a chi da il suo libro un poeta di 30-35 anni oggi.

Lo deve dare a persone che stima innanzitutto. Prima di darlo a un editore deve preoccuparsi di farlo leggere agli altri poeti, a persone che stima. Poi può darsi che da questi rapporti nasca anche la possibilità di pubblicare. Ma il poeta non deve avere come prima preoccupazione i rapporti con l’editoria. Ti posso fare il mio esempio: quando io ho pubblicato con Guanda non me lo aspettavo assolutamente, avevo 35 anni. So bene che i poeti di 15/20 anni più di me (che tu citavi poco fa) avevano pubblicato con grandi case editrici. Ma non mi interessava questa faccenda. Io ero contento di fare le mie cose con clanDestino, i miei amici, pubblicazioni in piccoli editori per i quali però potevo contare  sulla prefazione di Mario Luzi, sulle letture con poeti come Bigongiari, Loi, Baldini, Luzi, o sui pomeriggi o le sere a teatro con Testori. Quello era il mio riconoscimento artistico (che non c’entra nulla né con la fama né con l’editoria, né coi follower) che si confermava nella gratitudine commossa di chi ascoltava queste poesie.

Nel mio caso fu grazie a Giuseppe Conte, che aveva letto le mie poesie e propose a Guanda di pubblicarle. Ma io non avevo dato le mie poesie a Conte perché volevo essere pubblicato, ma perché lo stimavo come poeta e mi interessava un confronto vivo e franco con lui pur così distante da me. E credo che sia sempre stato così tra poeti, poi è chiaro che, sempre per restare nel mio minimo caso, per quanto riguarda il libro fatto di recente con Mondadori loro mi hanno semplicemente detto che, dopo Apocalisse amore del 2008, appena avrei avuto pronto il nuovo lavoro avrei potuto darlo a loro. E il rapporto con Mondadori è nato dal mio essere autore che negli anni è stato conosciuto e letto da molte persone e dalla relazione con molte di queste persone, tra cui Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi che mi chiesero il primo libro per la collana,

Dell’editoria a me non me ne è mai fregato un cazzo. Come sai ho pubblicato libri sia con gran editori, piccoli, minimi. Io penso che la voce del poeta possa e debba girare in molti modi, non mi sono mai posto per la poesia il problema dell’editore. Ora mi faranno uno straordinario omaggio con una antologia pubblicata da Tallone -editore perfetto, in copie numerate e preziosissime. E anche in questo caso non l’ho cercato.

Questo secondo me è connaturato al tuo modo di essere ancora prima che al tuo modo di scrivere. Questa continua frenesia, questo movimento.

Ma sai, io non credo di essere frenetico: da un lato credo sia questione di una certa curiosità, e anche di una certa libertà a non dover seguire delle strade prefissate. Poi c’è un’altra cosa, valida per la questione dell’editoria: io non ho mai avuto il culto dei libri. Non vengo da una famiglia di letterati, non vengo da una famiglia in cui c’erano dei libri, per cui non ho mai vissuto il libro come ossessione, né dal punto di vista dell’oggetto né dal punto di vista della costruzione poetica del libro stesso. I miei libri non sono dei libri di poesia molto costruiti. Sì certo c’è un disegno ma non credo, a differenza di altri, al canzoniere di poesia né all’opera troppo concettualmente costruita. Questo non mi appartiene come storia, non sono mai stato questo tipo di poeta. Però credo che oggi ci sia la fantastica possibilità di pubblicare cose belle abbastanza facilmente. Ci sono molti editori che si sono messi a lavorare con la poesia, ci sono molti grandi editori che sono tornati a occuparsi di poesia, bene o male ma non è il caso di discuterne. Ma oggi, come in ogni altro cambio d’epoca, come alla fine dell’Impero romano, quando i monaci si misero a fare gli editori, si capisce bene che c’è una cultura che rischia di perdersi è che va tramandata in un altro modo. Oggi questo stesso problema lo abbiamo noi, non solo per il banale e risaputo diffondersi di nuovi media e di nuove forme di comunicazione, ma soprattutto perché c’è un cambio d’epoca da tanti punti di vista: antropologico, culturale, ideologico. E questa cosa obbliga a un lavoro editoriale sulla poesia che non significa costruire le banali contaminazioni, come le chiamano gli scemi, della poesia con altro, o i travestimenti o i trabocchetti, come se la poesia avesse bisogno di cose del genere per sopravvivere, come se avesse bisogno di travestimenti. Il vero problema è un problema di tramando, cioè di selezione e di cultura. Non la selezione che il tempo fa in maniera automatica e spesso coincide con la selezione operata dal potere, ma una selezione culturale. Quindi dobbiamo chiederci quali sono i poeti che oggi è giusto selezionare o tramandare o che tipo di lettura bisogna fare di certi poeti oggi. Questo è secondo me un problema editoriale molto affascinante. Su dove pubblicare guarda: Rimbaud non andò a ritirare Una stagione all’inferno, Montale si pagò gli Ossi di Seppia, il Porto sepolto uscì in ottanta copie. Il problema editoriale non è problema culturale.

Secondo me questo è infatti un momento molto interessante per provare una nuova strada: cosa vuol dire che i contenuti legati alla poesia vanno ri-editati? Ne hai parlato, recentemente, presentando Infinito200.

Vedi, questa è la sfida. Perché risulta evidente come un certo modo di trattare la poesia sia decaduto nel giro di breve. Un esempio banale: il grande editore glorioso che è Mondadori fa i suoi Meridiani di poesia da tempo. Opera meritoria e preziosa, al di là delle discussioni su inclusioni e esclusioni. La maggior parte li possono già buttare nel cesso, perché non sono stati creati per essere tradotti in inglese o in altre lingue e quindi sono di fatto inutilizzabili se non nello stretto perimetro italiano, sono opere autoreferenziali al massimo. In più non sono realizzati per il web, per diventare anche dei testi fruibili sul web e tu capisci che tutto questo è una mancanza grave dal punto di vista editoriale. Non è un problema tecnico, è un problema di lavoro. Io sul bicentenario dell’Infinito sto lavorando in un altro modo, sto lavorando su internet e sul rapporto diretto, perché mi sono accorto che se si cerca una rappresentazione multimediale dell’Infinito si trova ancora Gassman che lo legge in mezzo alle colline marchigiane, bellissimo eh, ma era il 1972. Questo significa che nessuno, in questi anni, ha lavorato “editorialmente” sull’Infinito di Leopardi.

Veniamo ai maestri. Quali maestri oggi? Qual è il ruolo del maestro in poesia? E quale stato il tuo rapporto con i maestri

Credo che il rapporto con i maestri sia imprescindibile in arte. Se sbagli in questo, se non hai maestri, se non li frequenti, se non fai bottega, in poesia o in qualsiasi arte non si cresce, non si diventa artisti. L’arte si impara a bottega, togliendo dalla parola maestri qualsiasi alone misterico, di maestro ce n’è uno solo, dice il vangelo.

Per me questo è stato importantissimo, è stata la mia fortuna, io tutte le settimane andavo da loro, una settimana da Luzi, una settimana da Bigongiari, una da Loi, poi da Testori. E spesso da Raimondi. Cioè frequentavo i maestri e stavo con loro, e imparavo. Per me questo è stato fondamentale. Ce ne si accorge subito, non è un caso, per me, che oggi i poeti più importanti siano quelli che hanno avuto un vero rapporto con i loro maestri, un rapporto autentico, penso ad Antonio Riccardi con Raboni e con Cucchi, ma anche con Sereni, a Gian Mario Villalta con Zanzotto.

A me certe volte mi capita di pensare al tempo che Luzi mi ha dedicato e mi viene da piangere: chi glielo faceva fare a settant’anni a passare con me dei pomeriggi interi, però capisci che la magnanimità dei maestri è la vera benzina dell’arte del futuro.

Mi hai sempre detto quanto la prossimità con Luzi sia stata per te fondamentale. Il contatto con un maestro autentico, con l’uomo, con il poeta forse più grande del secondo ‘900.

Ma ti ho detto, ancora mi commuove, a lui stare con me non serviva a nulla, non aveva delle convenienze, oggi che tutti cercano la convenienza. Certo, si divertiva, si divertiva e acquistava qualcosa dal confronto con un uomo più giovane. Ma questa disponibilità a cui mi riferisco era secondo me un grande segno di libertà, perché i veri maestri sono liberi. E la libertà di un uomo si vede dalla disponibilità, non dal fatto che fa mille cose, dal fatto che è disponibile. Un uomo non disponibile è schiavo, perché la disponibilità è lo spazio in cui la libertà si esercita, cioè libertà non è fare quello che si vuole ma è l’energia che si ha nell’aderire alle circostanze, se le circostanze ti chiedono disponibilità e tu ce l’hai, se un ragazzo ti chiede disponibilità e tu gliela dai. Non è frenesia. Questo significa essere liberi. Poi c’è da dire che le forme di questo rapporto cambiano, oggi ci si scrive sul telefono, una volta ci si vedeva al bar. Cioè oggi si fanno tutte e due le cose. Però rimane secondo me come questione assiale nella vita della poesia.

Questo introduce un’altra mia curiosità, quali e quanti giovani poeti?

 

Giovani poeti ce ne sono tanti e bravi, questo è un buon segno perché significa che la tradizione italiana è forte, c’è stata una semina larga, una semina di maestri, come dicevo prima, e di persone nate chissà da cosa. I poeti non vengono fatti dalla poesia, vengono fatti dalla vita, non si sa perché quest’aria italiana soffia questo vento, certo c’è una grande tradizione, ma non basta. Io non mi lamento mai dello stato della poesia perché davvero mi capita di incontrare molto spesso delle cose molto interessanti nei poeti giovani, alcuni giovanissimi.

E per quanto riguarda le scuole poetiche?

Ma sai, io non ci ho mai davvero creduto. Una volta chiesi a Mario: cos’è l’ermetismo? e lui mi rispose che non lo sapeva. È una provocazione, ma credo comunque che ci siano delle particolari tendenze, a volte anche molto ravvisabili anche nelle ascendenze, ma non direi che sia interessante inquadrare i poeti. So bene che ci sono poeti che più di me danno voce a un sentimento diffuso da un certo punto di vista e quindi hanno più riscontro e riuscita, Ma me ne fotto e scrivo quel che devo anche a costo di sembrare “controcorrente” – ti faccio due esempi: al dipartimento di itaaliansica a Bologna dove vivo fanno una specie di giornata “dello scrittore” a cui hanno invitato anche i più bischeri, a me no. Si fottano, non mi tocca. Oppure troverai poco o nulla di recensioni sui giornali dei miei libri, e strano silenzio in libri di critica usciti in questi mesi, ma io vivo lo stesso e la mia poesia pure.

Ma pensa, per non parlar di me, alla bravura occulta di Giovanna Sicari, molto, molto meglio di varie poesie contemporanee più note. Ma questo è solo un avvertimento.

Mario Luzi risponde così gettando dalla finestra Macrì e Contini, ma forse il punto è che le scuole, o l’abitudine che la critica ha di rilegare una risma di poeti all’interno di un cassetto derivi dal bisogno di una categorizzazione necessaria, necessaria alla critica e ancora di più, forse, allo studente che studia quelle tendenze.

 

Ma non è utile all’artista. Ma questo lo diceva già Rilke quando disse che la cosa peggiore per la visione di un’opera d’arte è la critica. E rimane valido. Poi c’è un’attività che se vuoi appartiene più al campo della sociologia, dell’antropologia e della filosofia che si chiama critica letteraria. Questo è importante non dimenticarlo, come è importante non confondere mai le due cose. È importante quindi che ci sia la critica, ma è più importante per l’aspetto sociologico e culturale. Se parliamo di poesia la critica ha sempre determinato poco, poco in termini di comprensione vera degli autori. Un esempio è quello di Contini, che è stato un ottimo filologo ma completamente sordo alla poesia, ha un bel da imporre il suo Letteratura dell’Italia Unita in tutte le scuole del Paese, ma poi uno andava a leggere e scopriva che secondo Contini Pierro era stato il più grande del Novecento: non ci credeva nessuno, pur essendo Contini un grande critico e Pierro un buon poeta, però non ci credeva nessuno. Quindi anche il gesto critico più forte, più autorevole, alla fine non tiene. Perchè l’arte è libera dalla critica. E non credo che Mondadori pubblichi me o chiunque altro perché ha fatto un sondaggio tra i critici letterari o tra i professori di letteratura. Mondadori (e i suoi referenti) mi pubblica perché crede che tra i poeti italiani che vale la pena di pubblicare ci sia io. Lo stesso vale, secondo me, per le piccoli case editrici, perché la vita della critica è staccata dalla vita della poesia. Poi la critica è importante per la ricezione della poesia da parte della società di un certo tempo. È chiaro che, stando all’esempio di prima, Contini, Isella, Segre, la Bettarini siano stati i critici di Montale e avendo, la scuola italiana, un indirizzo che è conseguente all’impostazione critico-letteraria dei citati, Montale sia stato, giustamente, un poeta importantissimo nella formazione dei giovani poeti italiani.

Ma per quanto Montale sia importantissimo, non è esclusivamente a Montale che guardano i giovani poeti italiani.

Forse perché Montale è troppo esposto, troppo storicizzato. Spesso mi capita, girando per l’Italia, di vedere giovani ragazzi e giovani ragazze che orgogliosamente portano i loro libri di Luzi, di Caproni, di Giudici, ultimamente di Mario Benedettio k

Io una volta lo chiesi a Luzi, gli chiesi: Mario ma perché tu ogni volta che ti riferisci a un autore lo fai parlando di Rebora e Campana? Perché non parli dei tuoi “padri” dal punto di vista generazionale? E lui mi rispose una cosa davvero interessante, mi disse che non bisogna prendere come riferimento i padri ma i nonni. E questo è molto importante, significa che il padre bisogna farlo fuori. O meglio riconquistatlo con libertà.

Per questo è chiaro che Montale è stato il padre da “fare fuori”. Con tutti i meriti che ha avuto, però, è diventato il nostro D’Annunzio, lui che odiava D’Annunzio, lui autore de I Limoni. Lo stesso inappagamento che in D’Annunzio diventa artisticità e ornatus c’è anche in Montale. Chiaramente non voglio essere frainteso, Montale va ripreso. È stato un poeta grandissimo. Non nella lessico, secondo me, una lingua troppo puntata al divertissiment colto borghese, ma nel dettato, nell’andamento andrebbe urlato, come hanno fatto qualche volta – e a me è capitato di vederlo come esperimento teatrale – la poesia di Montale urlata è impressionante, forse riscopre la sua vera temperatura.

In ultimo: tu hai scritto un libro, edito Bompiani, che si intitola Contro la letteratura. Il titolo è eloquente di per sé, ma qual è il rapporto oggi tra la poesia e la Scuola, quali canoni e quali metodi dovrebbero essere introdotti oggi per insegnare poesia nelle scuole?

Bisogna cambiare metodo, Bisogna che la poesia sia scorporata dalla storia della letteratura, che ci sia un insegnante apposito, che deve mettersi alla prova, per carità, deve essere capace. E il problema del metodo va risolto con un metodo diverso ogni volta, che guidi gli studenti nella lettura, è la lettura l’esperienza della poesia. Se prendiamo i dati ci rendiamo conto che il 60% degli italiani non legge più nemmeno un libro. Il problema sarà pure lì, dove avviene il primo incontro con la poesia e la letteratura, o no? Io ho ricevuto tutti gli epiteti possibili per aver                                 fatto questa proposta, mi hanno attaccato ma non hanno risposto avanzando altre proposte. E allora io dico che se la risposta alla mia proposta è la difesa dell’esistente, ci troviamo davanti a un crimine, un crimine contro l’umanità dei ragazzi e del futuro.. Perché mentre tutti parlano di pensione, di tasse, il fatto che in Italia ci sia una diseducazione crescente al gusto nelle fasce più giovani è un crimine. A scuola non si fa musica, non si fa arte, si fa male la letteratura, in Italia. In Italia! Ma cosa è l’Italia se non un “gusto”che ha le sue radici in una stratificata avventura culturale?

Da una parte io vedo un silenzio spaventoso della classe politica, dall’altro un silenzio ancora più inquietante dalla classe culturale. Non è una cosa da dibattere in poche righe e infatti ci ho dedicato un libro…Ma questo problema, che dovrebbe essere su tutte le pagine dei giornali, è in realtà l’esito di una scelta, mica sono scemi, è una scelta: infatti, questi signori pensano, perché dobbiamo creare inquietudine? Al potere serve un ragazzo quieto o inquieto al punto giusto. La diseducazione del gusto è grave perché un ragazzo temde a adattare le idee al gusto, più che il contrario, e dunque puoi lasciarlo libro di pnsare e esprimersi, ma non uscirà mai dal perimetro di valutazioni che i gusti gli offono. E duqnue hanno reso la letteratura una materia scolastica, grigia, scema. Un passatempo per signore. Ma così l’ammazzano la letteratura, la letteratura è una bomba, studiarla significa jporsi il problema del destino, della vita e della morte. È inquietudine pura. Ma lo statalismo italiano, ancor più grave perché “finto”, vuole ucciderla, ammansirla.

Poi una volta parliamo di poesia ?

Giuseppe Nibali Guzzetta

Giuseppe Nibali Guzzetta è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne e in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna dove è membro del Consiglio Direttivo e del Comitato di Direzione del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università con cui collabora dal 2010. Giornalista Pubblicista collabora con “La Sicilia”, “Clandestino” e “Argo”. Dal 2017 è direttore editoriale della rivista online Midnight Magazine. Ha pubblicato i libri di poesia: Come dio su tre croci (Edizioni AE, 2013), Premio Serrapetrona – le stanze del tempo”, Menzione d’onore “InediTO – Premio colline di Torino”, Premio Elena Violani Landi Opera Prima; e La voce di Cassandra – Studi sul corpo di una vergine. Sue poesie appaiono in diverse antologie poetiche e blog. Insegna italiano, storia e filosofia in un Liceo di Milano.

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