Internet non è (ancora) la fine del mondo

Post-verità, fake news e la scoperta dell’acqua calda. Ma all’orizzonte si stagliano già nuovi grandi problemi

“A essere brutali, la si potrebbe liquidare così: post-verità è il nome che noi élite diamo alle menzogne quando a raccontarle non siamo noi ma gli altri. In altri tempi le chiamavamo eresie.” A scrivere queste parole è un sorprendente Alessandro Baricco.[1] La “post-truth” – per Oxford Dictionaries parola dell’anno 2016[2] – va ormai di moda, e si tira in ballo praticamente soltanto per l’informazione che viaggia via social o sui blog. La prova forse più evidente di quanto sia posticcio tale concetto è data dal fatto che già nel 2004 (Facebook ai primi vagiti e Twitter neppure nato) lo scrittore americano Ralph Keyes pubblicava The Post-Truth Era[3]. Erano gli anni di Bush junior, ma l’epoca delle post-verità in politica è invero vecchia come il mondo. E riguarda molto, e innanzitutto, i media tradizionali e mainstream. Farò un paio di esempi.

Nel primo caso ci troviamo nel 1989, a Timişoara, nella Romania del già pericolante Ceauşescu. I media occidentali parlarono di “genocidio” ad opera della polizia di regime e ne mostrarono le immagini. Cosa accadde in realtà lo ha raccontato, tra gli altri, il filosofo Giorgio Agamben in un saggio del 1996:
«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime. Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.
Timişoara è, in questo senso, l’Auschwitz della società dello spettacolo: e come è stato detto che, dopo Auschwitz, è impossibile scrivere e pensare come prima, così, dopo Timişoara, non sarà più possibile guardare uno schermo televisivo nello stesso modo.»[4]

Il secondo caso che voglio citare non si riferisce ad immagini, ma ad analisi, e il tema è l’economia. Il 1° gennaio dell’anno scorso il Corriere della Sera pubblica un articolo dal titolo “L’euro ha 15 anni: dalla nascita alla Grexit, gloria e polemiche della moneta unica”[5]. Nella scheda n°7 l’autrice scrive che “l’economia italiana ha avuto più benefici che svantaggi dall’introduzione dell’euro” e fa l’esempio dell’export, che “ha avuto un boom fra il 2005 e il 2008 per effetto della moneta unica”.
Lo stesso giorno l’economista Alberto Bagnai in un post sul suo blog[6] dimostra – documentando le fonti dei dati che presenta, ora FMI ora Istat – che fra 1980 e 2015 l’export è cresciuto del 3,7% l’anno e del 3,6% (FMI)-3,7% (Istat) fra 2005 e 2008: dove sarebbe il “boom” dovuto all’euro? Considerato, poi, che il debutto dell’euro sui mercati risale al 1999, Bagnai divide la media del tasso di crescita ante e post: nel periodo 1980-1998 è 4,9 punti percentuali e nel periodo 1999-2015 è 2,3. Meno della metà. E quindi? E quindi anche il più storico dei giornali italiani diffonde bufale.

In Italia tra chi ha assunto posizioni molto lucide circa il rapporto con la tecnologia figura senza dubbio Fabio Chiusi, giornalista freelance e blogger. Chiusi ha così commentato le iniziative (promosse anche da importanti esponenti politici, Laura Boldrini inclusa) e la discussione su fake news e haters, in un post sulla sua pagina Facebook:
«Mesi e mesi di “dibattito”, e non ci si schioda da questa follia che costringerebbe, come detto mille e mille volte, i gestori delle piattaforme a introdurre filtraggio di contenuti politici e del tutto legittimi con la scusa di reprimere odio, propaganda e bugie.

E nessuno che mi dimostri che ci sono più bugie e odio nel mondo ora che ci sono i social rispetto a prima, o che i “populisti” (tradotto, quelli che non piacciono) vincono per via della propaganda e delle bugie sui social, o che gli esseri umani sono meno umani da quando usano i social.

Niente: si assume ci sia un boom emergenziale di tutti questi problemi e si procede come niente fosse, senza considerare le conseguenze, le peculiarità del mezzo, nemmeno la storia o il contesto.

Mai, e sottolineo mai, visto un “dibattito” più disinformato, fasullo, propagandistico di questo.»[7]

Condivido totalmente il pensiero di Chiusi (qui ne riporto peraltro solo uno stralcio), eppure c’è qualcos’altro che mi inquieta. Manfred Spitzer, neuroscienziato tedesco, si è occupato del rapporto tra media digitali e apprendimento, dimostrando gli effetti deleteri delle nuove tecnologie sulla mente soprattutto di bambini e adolescenti (mente che è ancora in fase di sviluppo ed è molto più plasmabile di quella di un adulto). Lo studioso ha parlato, a ragione, di “demenza digitale”.[8] Steve Jobs – che non era certo un fesso – ai suoi figli limitava al massimo l’uso di iPad e iPhone.[9]

Non solo. Sherry Turkle, docente del MIT e da 30 anni studiosa della psicologia degli uomini in relazione agli strumenti tecnologici, ha mostrato le storture dello stare “insieme ma soli”, dell’aspettarsi “sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri”.[10] Di recente ha trattato in un corposo volume una delle questioni più importanti di oggi e soprattutto di domani: il ruolo centrale e imprescindibile della conversazione non digitale[11]. Il parlare vis-à-vis è sempre più raro e sostituito da schermi di vario tipo: viviamo gran parte del nostro tempo sospesi in un altrove immateriale. Se non vogliamo perdere empatia, attitudine alla riflessione e capacità di concentrazione, dobbiamo percorrere sin da piccoli una strada, quella del “reclaiming conversation”.

 

 

[1] https://thecatcher.it/post-verita-baricco-4445471b2c65

[2] https://en.oxforddictionaries.com/word-of-the-year/word-of-the-year-2016

[3] https://www.amazon.it/Post-truth-Era-Dishonesty-Deception-Contemporary/dp/0312306482

[4] G. Agamben, Mezzi senza fine. Note sulla politica, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 67.

[5] http://www.corriere.it/economia/cards/euro-ha-15-anni-nascita-grexit-gloria-sfortuna-moneta-unica/moneta-dell-unione-europea_principale.shtml

[6] http://goofynomics.blogspot.it/2017/01/le-post-verita-del-corsera.html

[7] https://www.facebook.com/fabio.chiusi.9/posts/10154387294641674. A proposito di “filtraggio”, va ricordato che sui social ne esiste da sempre uno basato su algoritmi, non si sa bene fino a che punto “neutrali” (cfr. E. Pariser, Il filtro. Quello che internet ci nasconde, trad. it., Milano, Il Saggiatore, 2012).  Chiusi ha tradotto per l’editore torinese Codice l’ultimo libro del sociologo bielorusso Evgeny Morozov, Silicon Valley. I signori del silicio, 2016. Di Morozov – tra i critici più famosi di quella che Federico Rampini (2014) ha definito “rete padrona” – vanno ricordati The net delusion. The dark side of internet freedom (L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet, trad. it., Torino, Codice, 2011) e To save everything, click here. The folly of technological solutionism (Internet non salverà il mondo. Perché non dobbiamo credere a chi pensa che la rete possa risolvere ogni problema, trad. it., Milano, Mondadori, 2014). Il problema è insieme politico (non solo per ragioni legate alla privacy) ed economico: Google, Facebook, Amazon et similia operano in condizioni di monopolio o quasi, concentrando capitali enormi e quindi tantissimo potere. Tutto per loro si riduce a servizio. E, come ha detto qualcuno, se il servizio è gratis, il prodotto sei tu.

[8] M. Spitzer, Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi, trad. it., Milano, Corbaccio, 2013.

[9] http://www.huffingtonpost.it/2016/02/25/steve-jobs-figli-tecnologia_n_9313788.html. Tra l’altro, nelle ultime settimane sono saltati fuori non pochi “pentiti” della Silicon Valley, sicuramente tardivi e chissà quanto disinteressati: http://www.corriere.it/esteri/17_dicembre_19/i-pentiti-tardividella-silicon-valley-c551cc2e-e425-11e7-8530-b320f0c560cc.shtml

[10] S. Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, trad. it., Torino, Codice, 2012.

[11] Id., La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, trad. it., Torino, Einaudi, 2016.

Lascia un commento

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this