Intermezzo: un'altra internet? Forse

In queste settimane sto seguendo un filo lungo il ragionamento delle microespressioni. Le espressioni, ovvero, umane ma non quelle che siamo abituati a vedere. Quelle vere.

Ed a proposito di verità il ragionamento in questi tempi è quasi obbligatorio collegarlo a internet.

A questo punto la domanda che mi sorge più spontanea è: un’altra internet sarebbe stata possibile?

Per Ted Nelson “nella copiosità dei collegamenti sta tutto il problema dell’astrazione, della percezione e del pensiero”. Scrivere sulla carta è “di una riduttività senza speranza”, è “fare a pezzi l’albero dei pensieri per farne staccionate”. [1]

Chiunque abbia provato a scrivere almeno una volta ha conosciuto la frustrazione della consapevolezza di dover mancare di rispetto ai propri pensieri. La frustrazione di non poter garantire quella prima e fondamentale forma di rispetto verso il proprio pensiero che è la certezza e l’esattezza. Il frustrante non restituire la complessità asimmetrica del pensiero, del ragionamento.

I pensieri subiscono una metamorfosi in emozioni e il nostro stile sarà il nostro personale modo di sopperire a certe mancanze.

Scrivere è fare delle scelte: ogni scelta comporta un lato ingiusto nei confronti di altri, moltissimi, infiniti mondi possibili. Come vivere è assumere la responsabilità di questa colpa ineluttabile per ogni parola, battuta, scelta e svolta che esclude tutte le altre. È una sorta di torto che facciamo all’infinito. Di tutto l’infinito di cui avremmo potuto parlare, vivere, farne esperienza rimane solo una scelta.

“Principio delle cose che sono è l’infinito… da dove sono generate si dissolvono, secondo necessità. Infatti esse pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.[2]

Un risposta alla domanda “un’altra internet era possibile?” l’ho trovata su “Il Tascabile”, un magazine online che consiglio di leggere – io lo faccio abitualmente. Sul Tascabile, appunto, Andrea Porcelluzzi racconta una storia interessante che provo a riassumervi, su cosa sarebbe potuto essere internet davvero se avesse seguito le idee di di Ted Nelson.
(qui l’articolo completo: http://www.iltascabile.com/scienze/xanadu-internet/)

La parola “hypertext” (ipertesto) è stata inventata da un uomo magro e dal volto spigoloso che si chiama Theodor Holm Nelson, meglio conosciuto come Ted Nelson.

L’ipertesto è probabilmente una di quelle invenzioni famosissime di cui si è perso l’autore, salvo per quei curiosi che si sono posti la domanda. Ma non è l’unica di questo autore.

Nelson ha la paternità di molti altri termini che vi consiglio di approfondire per imparare a dare il nome a tante cose.

Ted Nelson molti anni fa ha posto la sua attenzione sul problema della scelta della rappresentazione del pensiero, cercando di redimere questa ingiustizia e registrando tutti i mondi possibili che il pensiero possa attraversare. Lui stesso lo chiama “un luogo incantato di libertà e memoria letteraria, dove nulla verrà dimenticato. Vorremmo che le cose si salvassero per conoscenza e nostalgia, ma quello che “pensavamo fosse conoscenza spesso si trasforma in nostalgia, e la nostalgia spesso ci porta ad una intuizione più profonda che attraversa le nostre vite e i nostri veri sé. Tutto deve essere salvato nella memoria perché everything is deeply intertwingled”. Tutto è profondamente interconnesso, letteralmente.

Il bisogno di Ted Nelson di tenere traccia dei suoi pensieri nasconde quello che verrebbe classificata come una eccezionale forma di Disordine da Deficit d’Attenzione. Se viene interrotto nel mezzo di un discorso, Ted dimentica immediatamente ciò di cui sta parlando. Non riesce a trattenere l’attenzione per tempi prolungati su uno stesso argomento, è mentalmente iperattivo, la sua vita è costellata di progetti mai finiti e lettere lasciate a metà. Il suo stesso pensiero è una terra straniera, ma forse tale condizione è lo scotto da pagare per quel rifiuto originario a ridurre la complessità del reale, al non voler scendere a compromessi con l’idea che la comunicazione umana sia fondata sulla scelta, sulla semplificazione e sul rischio, sempre costante, del fraintendimento. Nelson, da parte sua, ribatte che “’Disordine da Deficit d’Attenzione’ è stato coniato dagli sciovinisti della regolarità – abbiamo bisogno di un termine più positivo… ‘Mente colibrì’ [hummingbird mind] credo possa andar bene”. [3]

Quando Ted Nelson scoprì il computer non vide un calcolatore ma un nuovo media. Nelle sue parole, software is a branch of movie making: una sequenza di eventi che appariranno su uno schermo per colpire la mente e il cuore di chi li osserva. E writing is a special case of design – su uno schermo il confine tra grafica e scrittura è poroso. Nella definizione di Nelson “prosa” è testo che può essere riformattato senza perdere valore, come ad esempio le frasi e i paragrafi, mentre “poesia” è testo il cui formato non può essere alterato senza perdere significato, e quindi intestazioni, grafici, tabelle. E anche, ovviamente, la poesia vera e propria.

Come le nostre sembianze sono un effetto secondario, o fenotipo, di un certo modo di intrecciarsi del nostro DNA, così il sistema di scrittura ipertestuale e ipermediale che Ted Nelson iniziava a concepire è solo uno dei possibili fenotipi in cui può manifestarsi un certo modo di organizzare le informazioni tale da superare la costrizione gerarchica. Nel 1965 presenta all’American Computing Association il paper “A File Structure for The Complex, The Changing and the Indeterminate”, in cui Ted Nelson propone una struttura alternativa a quelle esistenti per organizzare i file, che chiamò ELF (Evolutionary List File). Nello stesso articolo apparve per la prima volta la parola “ipertesto”.

Deciso a entrare nella storia dell’informatica contromano, Nelson continuò ostinatamente a sviluppare le sue idee e iniziò a sviluppare il software più ambizioso ed utopico di sempre: Xanadu.

Un file è un contenitore di dati. Letteralmente significa “raccoglitore”. In un computer i nostri file sono organizzati gerarchicamente, e questa struttura gerarchica non la decidiamo noi. Possiamo decidere i nomi dei file e delle cartelle, decidere quante cartelle metteremo in altre cartelle che metteremo in altre cartelle e così via ma non possiamo decidere che esistono file e cartelle, siamo costretti in una struttura ad albero da cui non possiamo fuggire. Organizziamo e visualizziamo i file di un computer nello stesso modo in cui organizziamo i nostri documenti di carta. Gli stessi sistemi di annotazione del testo, i cosiddetti linguaggi di markup, derivano dai codici usati dal revisore di bozze per i tipografi: è il dominio del paradigma della carta, il paperdigm. Quando Ted scrisse la sua proposta l’informatica era ancora metallo incandescente che andava raffreddandosi molto velocemente; era ancora possibile fargli assumere altre forme, e invece prese proprio questa. Perché?

Nelson continuò ostinatamente a sviluppare le sue idee e iniziò a sviluppare il software più ambizioso ed utopico di sempre: Xanadu. Lo sviluppo di Xanadu è iniziato cinquant’anni fa. Per i suoi numerosi detrattori rappresenta il più eclatante esempio di vaporware dell’industria informatica, per i suoi pochi adepti è un progetto che rivoluzionerà il mondo dell’informazione e il modo di pensare dell’umanità: solo non si sa con certezza in quale decade verrà concluso. In principio c’è il docuverso, l’universo dei documenti, al cui centro sta Xanadu. Aprendo Xanadu, dal tuo schermo avrai accesso a tutto ciò che è stato pubblicato al mondo: libri, riviste, fotografie, registrazioni, film, tutto. Ovviamente potrai aggiungere anche tu la tua parte. Essendo un sistema ipertestuale, la rappresentazione visuale dei collegamenti è importante tanto quanto quella dei documenti in sé. L’elemento fondamentale dell’interfaccia di Xanadu, che non è mai cambiato nelle varie ipotetiche versioni, è la visualizzazione parallela dei testi, la loro bivisibilità.

Potrai creare i tuoi collegamenti non solo tra documenti ma anche tra sezioni interne al documento, scelte ad arbitrio. Potrai creare le tue note e i tuoi commenti. Ogni documento avrà diverse versioni: potrai avere accesso a tutte, tutte rimarranno memorizzate, e quindi sarà possibile citare un singolo frammento di una singola versione di un documento. I collegamenti saranno bidirezionali: quando qualcuno citerà qualcosa di tuo, lo verrai a sapere. E viceversa. Nel linguaggio di Xanadu, si dice che il pezzo è stato “trascluso”. Tramite la “trasclusione” il documento o la parte di esso che si vuole citare, ad esempio una frase o una fotografia, non la copierai nel tuo documento ma si creerà una sorta di alias alla fonte originale, che automaticamente indicherà i credits dell’autore e corrisponderà al proprietario del documento le royalties per la citazione una tantum.

Le idee di Nelson negli anni Sessanta ebbero un’accoglienza piuttosto tiepida nell’ambiente informatico; all’inizio gli unici ad ascoltarlo con sincero interesse furono dei ragazzini delle superiori di Princeton appassionati di tecnologia che avevano formato un club, i R.E.S.I.S.T.O.R.S. (Radically Emphatic Students Interested in Science, Technology, and Other Research Studies). Con loro condivise idee, visioni del futuro e giochi di parole comprensibili a poche persone: c’è una foto di quel periodo che lo ritrae assieme a loro in macchina, lui è in maniche di camicia, ha i capelli lunghi, sembra molto felice. In quel periodo riuscì anche a racimolare dei fondi per noleggiare un computer e lavorare con un programmatore, Cal Daniels, con il quale nel 1972 sviluppò la struttura-dati che sarebbe stata l’ossatura di Xanadu, l’Enfilade.

Poco prima che fosse possibile mostrare le prime righe di codice a dei potenziali investitori però, i soldi finirono, e Nelson dovette restituire il computer che stava noleggiando.

Frustrato da questo insuccesso si concentrò per qualche anno su altri progetti, e nel 1973 pubblicò Computer Lib/Dream Machines, un libro doppio, nel senso che può essere letto sia in recto che in verso. Da un lato c’è il disegno di un pugno alzato dentro a un computer stilizzato e il motto “You can and must understand computer now!”; se si capovolge e si gira c’è la copertina di Dream Machines, in cui un uomo volante col mantello di Superman tocca uno schermo con un dito. La struttura del libro/i riflette l’organizzazione anarchicamente esatta della mente di Nelson, per cui le pagine sono strutturate in frame, disegni, foto e blocchi di testo.

Farne una sinossi è impossibile.

È un ipertesto su carta, è un manifesto della nuova rivoluzione informatica, un pamphlet contro l’IBM, una lista non ordinata degli esperimenti informatici più innovativi di quegli anni, un catalogo con tanto di indirizzi e numeri di telefono, una raccolta di idee, giochi di parole, slogan, c’è perfino un jingle per un progetto di franchise Xanadu (The greatest things you’ve ever seen/ Dance your wishes on the screen/ All the things that man has known/ Comin’ on the telephone –/ Poems, books and pictures too/ Comin’ on the Xanaduuuu).

Computer lib/Dream machine è una corposa brochure che illustra le meraviglie e i vantaggi della vita nei territori di frontiera digitale. Diventò un libro di culto della nascente controcultura hacker, anche se il successo del libro per Ted Nelson fu un mezzo fallimento: avrebbe voluto raggiungere la gente comune, non predicare ai convertiti. Eppure fu grazie alla sua diffusione  che conobbe i programmatori con i quali avrebbe fatto rinascere il progetto Xanadu. Nell’organigramma del gruppo, elencato in un pezzo di carta scritto attorno ai primi anni Ottanta, figurano profili come “data poet”, “accelerator” e “dreamer”. Mark Miller (“hacker”), attualmente ricercatore a Google, ha inventato le Miller Columns, ossia le liste a cascata che i profani conoscono come l’opzione “Column view” nel Finder. Ma da encomiare è soprattutto Roger Gregory (“System Anarchist”), braccio programmatore di Nelson e uno dei suoi migliori amici, la colonna portante del progetto. Gregory si dedicò a Xanadu con la stessa ostinazione costante, lenta e disperata di certi Sisifo, continuando a portarlo avanti anche quando ormai tutti lo avevano abbandonato. Alla fine di un suo controverso articolo Gary Wolf, giornalista di Wired, gli domandò semplicemente: “Why?” Con la testa tra le mani, Gregory rispose: “Total insanity”.

Tra gli anni Settanta e Ottanta il gruppo di lavoro continuò a portare avanti lo sviluppo di Xanadu, tra diaspore e una costante penuria di fondi, mentre Ted Nelson teneva conferenze e discorsi in cui continuava ad annunciare l’imminente uscita del software. La realtà è che Xanadu aveva un design dei dati estremamente innovativo ed alcuni algoritmi molto interessanti (Miller e Gregory avevano inventato un nuovo sistema di indirizzamento che sfruttava la matematica dei numeri transfiniti) ma nessuno aveva nemmeno cominciato a programmare l’interfaccia. La forma terrena di Xanadu era ancora solo un groviglio di righe di codice scarsamente funzionanti e dei diagrammi disegnati con i gessi colorati su delle lavagne. Nel 1987, alla convention hackers 3.0, la traballante demo di Xanadu venne vista da John Walker, programmatore milionario inventore di Autocad, che decise di finanziare copiosamente il progetto. L’accordo prevedeva grossomodo che Nelson sarebbe rimasto proprietario del marchio commerciale e del suo immaginario sistema di franchising, ma non avrebbe avuto ruoli operativi, vista la sua scarsa attitudine a concludere qualsiasi cosa.

Dopo poco il gruppo di programmatori si divise tra la vecchia guardia capitanata da Gregory, che venne progressivamente messo in disparte, e Miller e i nuovi assunti che provenivano dal centro ricerche Xerox PARC dall’altra, che presero il comando. Miller e compagni cominciarono a credere che non stavano semplicemente sviluppando un software ma contribuendo all’evoluzione dell’umanità verso una nuova forma. Destino comune agli utopisti, avevano in mente l’umanità in generale ma nessun utente in particolare, e ad un certo punto il loro lavoro sembrò diventare un puro esercizio di piacere intellettuale. Nelle loro mani Xanadu sarebbe diventato non solo una iperbiblioteca ma anche uno strumento di democrazia universale, per consentire alle comunità di persone di prendere decisioni razionali tracciando l’evoluzione di ogni idea, opinione e asserzione (la possibilità di ripulire le discussioni tra gli uomini dal rumore di fondo dei pregiudizi e dalle emozioni attraverso un linguaggio universale meccanizzato è un’utopia antica, che ricorre nell’Occidente almeno dal Medioevo con l’Ars Magna di Raimondo Lullo. Nell’Europa del Seicento dilaniata dalle guerre di religione Leibniz ci lasciò le bozze di un progetto che si chiamava “characteristica” o “calculus”, un linguaggio formale in cui a tutte le nozioni essenziali del pensiero si sarebbe dovuto assegnare determinati simboli o caratteri: assieme a questo sistema, un’enciclopedia avrebbe completato il progetto di un calcolatore universale per la soluzione di tutti i problemi. “Coloro che fossero stati in disaccordo non sarebbero più scesi in guerra ma si sarebbero messi a sedere insieme dicendo: facciamo dei calcoli”).

Nel 1991, annus fiscalis horribilis, l’azienda Autodesk subì un crollo spettacolare in borsa, crollo che comportò la necessità di tagliare i progetti improduttivi: Xanadu fu tra questi. Dopo essere stato abbandonato da Autodesk il team si disperse mentre ormai nel mondo si stava diffondendo il World Wide Web. Nel 1999 è stato rilasciato Udanax, una versione OpenSource del codice di Xanadu. Nel frattempo, Ted Nelson ha elaborato assieme ad occasionali collaboratori nuovi demo, che in realtà sono mockup, modellini in scala ridotta, oggetti che assomigliano all’originale inesistente senza esserlo:

Mark Miller, alla domanda se il World Wide Web non rappresentasse il compimento del loro sogno ipertestuale ha risposto: “fare quello che fa il web è facile”. Xanadu, se fosse esistito, sarebbe stato uno strumento migliore del web attuale. Nel web non c’è trasclusione. È possibile linkare solo le pagine ma non le singole parti di un documento. I link non sono bidirezionali e si spezzano. Non è possibile risalire con certezza all’autore o alle diverse versioni di un testo. Semplicemente il web non è logico, è ridondante, disordinato e confusionario. Tim Berners Lee ha inventato il web per disperazione: il CERN dove lavorava era diventato una babele di protocolli e formati, c’erano migliaia di dipendenti che cambiavano ogni due-tre anni, rintracciare un documento era diventato un impresa improba.

E quindi, per usare le sue parole, “I just had to take the hypertext idea and connect it to the Transmission Control Protocol and domain name system ideas and—ta-da!—the World Wide Web.” Una soluzione pragmatica, di compromesso, creata combinando tecnologie e concetti esistenti. Anni dopo, John Walker scrisse che a un certo punto il team di Xanadu “hyper-warped into the techno-hybris zone”, credendo di poter “creare dall’inizio alla fine un sistema in grado di archiviare l’informazione, presente e futura, in ogni forma, per quadrilioni di persone per miliardi di anni. E quando questo processo fallisce, e fallisce sempre, pare non scuota la fiducia in un modo di procedere che, in realtà, è astruso quanto l’astrologia”. Miller ovviamente non è d’accordo con questa versione dei fatti: sei mesi, sarebbero bastati soltanto altri sei mesi.

Le prime applicazioni delle tecnologie ipertestuali sono state sviluppate su testi sacri o di autori religiosi, come ad esempio il GodSpeed Instant Bible Search Program o l’index Tomisticus di Padre Busa, un progetto quest’ultimo nato inizialmente per calcolare la ricorrenza della particella “in” tra le nove milioni di parole che costituiscono l’opera omnia di San Tommaso d’Aquino. George Landow, uno dei primi teorici dell’ipertesto, ha notato come nell’esegesi biblica l’Occidente avesse già immaginato “questi punti magici di ingresso in una realtà reticolare” dove tutto era simbolo e rimando, e ogni evento era una magica finestra sulla complessa semiotica del disegno divino. La Bibbia inizia con l’inizio di tutte le cose e finisce con la fine di tutte le storie, e per lungo tempo chi è nato in Occidente ha inscritto la possibilità di raccontare la sua storia all’interno di questa storia più grande.

Nella forma chiusa del libro si inscrive l’esperienza dell’inizio e della fine. Queste esperienze nello smisurato intrico del Web si moltiplicano fino a perdere di senso: non c’è inizio perché ogni nodo può esserlo, e non c’è fine perché chiunque può continuarlo, non esiste l’ultima Parola, solo fermi immagine, campionamenti e carotaggi di una massa fluida e multiforme. Come “il libro dei sentieri che si biforcano” di Borges, internet é un enigma che parla del tempo senza mai citarlo. Apparentemente appiattisce tutto su un infinito presente del possibile, tutte le storie coesistono, tutte le possibilità, ma é solo un’illusione; noi non possiamo veramente scivolare via dall’inesorabilità del prima e del dopo, e mentre rimaniamo ipnotizzati davanti a questa specie di sublime orizzontale l’apparente infinito attimo presente viene misurato e monetizzato, i nostri “atomi di tempo come elementi del profitto”. Da sempre vorremmo dissolvere lo stesso limite che ci dà la forma, e questo limite è l’attesa, la durata, l’inizio e la fine. Ma fino a che punto può collassare la distanza tra il desiderio e il proprio oggetto senza che si formi un buco nero da cui verremo risucchiati?

In Xanadu did Kubla Khan

A stately pleasure-dome decree:

Where Alph, the sacred river, ran

Through caverns measureless to man

Down to a sunless sea…

Il nome del progetto di Nelson è una citazione dal celebre frammento Kubla Khan (or a vision in a dream). Malinconico, accidioso, dipendente dall’oppio, Samuel Taylor Coleridge dell’Infinito ne fece letteralmente una malattia. Le poche opere che ha concluso redimono tutte quelle che non ha mai iniziato. In una lettera l’amico Southney di lui diceva: “his mind is in a perpetual St Vitus’s dance – eternal activity without action”, eterna attività senza azione. Nel “compendio di Storie”, ci ricorda Borges, Rashid ud Din scrisse che “ad Est di Shang Tu Kublai Khan eresse un palazzo, secondo un piano che aveva visto in sogno e che serbava nella memoria.” Oggi di quel palazzo non rimangono nemmeno le rovine. Cinque secoli dopo, in un sogno prese forma la visione di Coleridge, di cui ci rimangono solo cinquanta versi. Somiglianze che lasciano intravedere un piano. “Forse”, continua Borges, “un archetipo non ancora rivelato agli uomini, un oggetto eterno […] sta entrando gradatamente nel mondo: la sua prima manifestazione fu il palazzo, la seconda fu il poema”.

E la terza, probabilmente, fu digitale.

Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

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