Il Segno dei quattro

Non toccare!” quante volte per strada, nei negozi, un po’ dappertutto, avete ascoltato – ammettetelo, con malcelato fastidio, non si potrebbe semplicemente lasciarlo fare? – una mamma richiamare un bimbo tra l’imperativo, l’affettuoso e il preoccupato. “Non toccare!” perché non puoi, o non devi. Non devi e non puoi. Spesso i bimbi, curiosi, toccano lo stesso e la situazione precipita. Non dobbiamo avere troppa fretta nel giudicare quelle creaturine, soprattutto perché capita anche ai Grandi, e magari i danni non sono solo cocci di un qualche oggetto fragile finito in terra, che la mamma difende con tutta la sua autorità, ma qualche migliaio di cuori. Ne sa qualcosa Nique Wilkins. Lui ha provato a toccare ciò che non avrebbe dovuto. A Bologna, sponda Fortitudo, se ne ricordano ancora. Anche vent’anni dopo.

I derby sono, ad ogni latitudine, merce delicatissima, da trattare con prudenza, segnatamente se sono una serie di finale scudetto alla meglio delle cinque, alla fine di una stagione segnata da altri cinque confronti di livello astrale: andata e ritorno di campionato; semifinale di coppa Italia; due gare del play-off Eurolega. Per capire fino in fondo quei derby bisogna anche tuffarsi nella realtà del momento: quella di un campionato ricchissimo, di pilla e di stelle, campioni ripescati sin dall’NBA per riuscire ad affermarsi come la squadra numero uno, della città numero uno della pallacanestro italiana in quel momento.

Bologna ha sete di scudetto, ce l’hanno entrambe le sue anime: quella virtussina, foraggiata dalla Kinder, e il lato Fortitudo, griffato Teamsystem. La rivalità si respira a ogni livello: tra i due super presidenti, Cazzola e Seragnoli; i due traghettatori in panchina, Messina e Bianchini; i fuoriclasse sul parquet, Nesterovic, Frosini, Danilovic, Abbio, Rigaudeau per le V nere; Meyers, Rivers, Fucka, Chiacig e Wilkins per i bianco-blu con la grande F. Quando si arriva alla serie di finale la tensione è alle stelle. I confronti durante l’anno sono stati tutti tiratissimi – uno è finito in rissa – qualche protagonista ne ha già pure fatto le spese: Valerio Bianchini, allenatore Fortitudo, è stato allontanato prima dell’inizio dei Play Off. Ovviamente non ha apprezzato la decisione – qualche anno dopo si è lasciato sfuggire che fu come cacciare il direttore della Rinascente pochi giorni prima di Natale – ma non ha avuto scelta: si è fatto da parte. prende il suo posto Petar Skansi, detto Pero.

Tutta la Dotta è in fibrillazione, stretta attorno ai due campi di battaglia: derby sì, ma in due stadi diversi. La Virtus gioca già a Casalecchio di Reno; la Fortitudo, invece, si stringe attorno a quel catino infernale che è il Pala Dozza. La stagione regolare si è chiusa con le squadre al primo e secondo posto. Prima la Virtus: si comincia e – eventualmente – finisce a Casalecchio. Tuttavia, squadre così forti e arrabbiate possono infischiarsene del fattore campo, infatti viene disatteso nelle prime due gare, ma confermato nelle seconde. La Fortitudo ha anche avuto la palla dello scudetto, a casa sua, ma se l’è vista sfuggire tra le dita. Due pari: il titolo si assegnerà in virtù di un’unica, estrema, sfida. La numero dieci della stagione. Anche se, alla fine della fiera, basterà un instante.

Trentuno maggio millenovecentonovantotto, gara cinque. Sfida maschia ed equilibrata, non ci si poteva aspettare niente di meglio: tensione e stanchezza la fanno da padrone. Per tutta la partita le due squadre si scambiano colpi come due pugili coriacei: incassano e colpiscono ancora più forte. Ancora una volta è la squadra ospite a prendere un leggero vantaggio, anche se se lo vede rosicchiare piano piano, a 27 secondi dalla fine, la Fortitudo guarda i cugini dall’alto di quattro punti: un possesso pieno, quello della Storia. Per carità, avrebbero la possibilità di sigillare quel vantaggio, ma l’Airone Fucka si è appena visto risputare un libero dal ferro; ineluttabile la palla flotta tra le mani del Picchio Abbio; cambio di lato e palla consegnta a Sasha Danilovic, dove l’area da tre è più lontana dal canestro, proprio in punta. Due blocchi provvidenziali hanno portato davanti a lui proprio Nique Wilkins, non sempre granitico in difesa, ma ora apparentemente intenzionato a tenere. Con lo stesso piacere sopraffino che potremmo provare mangiando un piatto di tagliatelle al ragù accomodati al centro del Madison Square Garden, guardiamo due autentiche gemme NBA mentre si sfidano a Casalecchio.

Dalla loro sinistra, discreto ma presente e attentissimo, come la mamma di inizio pezzo, un signore di mezza età – il fisico non esattamente atletico, da mastino, e la calvizie lo rendono autorevole al primo sguardo – tiene gli occhi incollati al gioco. Isola il contesto, ritaglia il momento, osserva: per l’arbitro Zancanella, sospeso in una sovrumana concentrazione, esistono solo i movimenti aggraziati dei due e la palla. Danilovic, improvvisamente, ferma il palleggio; Wilkins fa un passo verso di lui; “Non toccare, Nique” pensano tutti i fortitudini presenti, guidati da Skansi e Seragnoli; “Non toccare, Non toccare” forse lo pensa persino Tiziano Zancanella col fischietto in bocca e la fronte aggrottata, consapevole del peso dell’istante. “Non lo tocco, lo fermo” pensa Wilkins e, nell’istante esatto in cui Danilovic porta la palla verso il ventre prima di alzarla sulla testa, prova ad appoggiare la mano sulla cuoio, per stoppare. Ha toccato. L’arbitro fischia pronto, il suo pugno si alza sopra la testa: fallo. Sasha completa il movimento: tira restando sospeso in aria. Il palazzetto è una tomba, mentre la palla è in volo nessuno parla, tutti seguono quella parabola con gli occhi. Canestro. Boato. Il pugno chiuso di Zancanella si trasforma in tre dita che fendono l’aria dall’alto in basso: il tiro è valido. Meno uno Virtus. Il pareggio arriva, con il libero di Danilovic, poco dopo: supplementari. La Fortitudo avrebbe ancora la possibilità di provare a vincerla, ma sono troppo frastornati, non riescono a organizzarsi: il finale è segnato. Sono svuotati e senza capitano. Carlton Meyers è in panchina per falli, la sua squadra cede poco alla volta, sotto i colpi di Danilovic e compagni che, grazie a quei quattro punti e a quella improvvida smanacciata, si prendono lo scudetto e la città. Pensateci, ad ogni futuro “Non toccare!”

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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