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Il peso del linguaggio nella Terra del rimorso di Stefano Modeo

 La terra del rimorso di Stefano Modeo è un libro piccolo, composto di 25 poesie titolate con i numeri romani in successione, con una non numerata a introdurre più un esergo che concilia De Martino e Luzi nel segno della taranta. Come già notato in prefazione da Deidier, un luogo che ormai potremmo definire ‘sacro’ del nostro Novecento (tra poesia, antropologia e cinematografia) è riutilizzato funzionalmente per raccontare un tempo e un luogo diverso: un tempo, quello dell’industria pesante e della battaglie perse; un luogo, che sembra subire come una marcescenza interna. A tal proposito citerei subito, proprio nel mezzo della raccolta (XII), l’immagine del “mare spento”, potremmo dire un mar morto, che in tal senso si auto confina (facendosi lago) e assume condizioni inadatte alla vita (salinizzazione, riscaldamento). O ancora, alla XVII, vediamo un lucreziano “grembo” terreo, umido accogliere in sé “ferro” e “sale” facendosi infecondo, cancrenoso. Sono sensazioni che un nativo di città meridionali industriali (l’autore dell’articolo lo è) non può che riconoscere immediatamente: come un generale senso di colpa, la sensazione di aver compiuto (se non proprio noi qualcun altro, ma è davvero importante?) un sacrilegio indicibile alla terra e al mare, nonché ai propri simili; e il soffocamento, vedere come niente produce più niente, il fiato mancare, il fetore di una cosa o dell’altra che invade finanche le spiagge.. ma non è necessario proseguire sul tema. Così come non vogliamo rimarcare ancora il tema del ri-morso demartiniano per come contestualizzato nel paesaggio del libro.

Piuttosto, mi preme concentrarmi sulla questione del linguaggio, o meglio su alcune forme del linguaggio che, all’interno della raccolta, sembrano essere sottoposte al medesimo processo di stagnazione cui si sottopone il paesaggio. Anzitutto, i codici poetici più tradizionali: certi ordini frastici, rime e assonanze, ripetizioni, sembrano mirare coscientemente all’inflazione, alla svalutazione. D’altronde, se si guarda al fin troppo retorico “Fummo generati epici in questa terra” (I) si capisce subito il gioco che regge il verso: di questa stessa epicità originaria non resta appunto che un codice linguistico, che si offre però come un guscio vuoto. In secondo luogo, il lessico sindacalista-rivoluzionario dell’organizzazione, anch’esso ormai una foresta incantata e impenetrabile del linguaggio novecentesco, dopo la formulazione gramsciana, le appropriazioni debite e indebite, l’impossibile tentativo pasoliniano della sintesi (Trasumanar e organizzar). In molte poesie, ad esempio la XIII, si percepisce la coscienza autoriale di una sloganizzazione, di una megafonizzazione dell’armamentario lessicale e fraseologico, che anche qui ha portato a una corrosione interna del codice; la quale a sua volta è riflesso di una corrosione interna della realtà concreta a cui tal codice afferiva: emblematico in tal senso l’uso negativo, al penultimo verso della raccolta, di “cortei disorganizzati” (XXV).

Modeo, insomma, si imbarca consapevolmente in un mare magnum più volte (tra luoghi poetici e codici linguistici) per lanciarsi in un’opera titanica di erosione, rappresentando un popolo orfano di linguaggi e narrazioni. Ancora alla I d’altronde leggiamo “analfabeti di futuro”; mentre alla XIX l’autore espone in modo cristallino la dialettica tra ‘tradizione’ come memoria feconda, utile appunto per il futuro, e di contro come morboso istinto conservativo, sterile come la ruggine o i deserti salini.

Al fondo di questo processo cosa resta? Il “paese guasto” della Taranto industriale, certamente; ma quale linguaggio nuovo, quale nuova forza o fiamma può scaturire dalla ruggine? Modeo, come tutti noi, a questo non può rispondere. Soltanto, a fine opera (XXIV) lasciarci la scia di un “desiderio di rivolta” ancora autentico, resistente all’erosione linguistica, come una pulsione nucleare, precedente a, trascendente la rivolta contestuale, storicamente determinata.

 

Salvatore Azzarello

Salvatore Azzarello: Salvatore Azzarello nasce il 23/08/93 a Termini Imerese (PA). Ha studiato Lettere moderne all’ Università degli Studi di Palermo e ora è laureando al Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana presso l’Istituto di Studi Italiani dell’Università della Svizzera Italiana di Lugano. È stato semifinalista dell’edizione 2016 del Premio Rimini e ospite dell’evento “Lettere a un giovane poeta” dell’edizione 2015 di Parco Poesia di Rimini. Alcune sue poesie sono state pubblicate sul sito del festival. Le cose che esistono è la sua raccolta d’esordio.

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