Il giorno in cui gridammo “poesia al potere”.

Prima fu soltanto un sussurro. Voci incontrollate avevano cominciato a diffondersi già dalla sera precedente e serpeggiava una certa euforia nei cenacoli, tra gli accademici più accorti, nei gruppi di lettura e persino in qualche libreria di catena.

Le signorine in età avevano passato la notte sui suoi versi e qualcuna, al mattino, aveva ancora gli occhi lucidi per le lacrime versate. Ma al mattino, furono i giovani a disertare le aule universitarie e riunirsi, come non si faceva ormai da decenni, per decidere il da farsi. C’era chi pensava a uno slogan efficace e chi sosteneva che il coinvolgimento dovesse partire dai social. I prudenti, avrebbero preferito attendere la nomina da parte del Capo dello Stato.

Intorno a mezzogiorno, fu il nipote di un sessantottino a prendere la parola. Fece un accorato discorso, rispolverando termini obsoleti come “immaginazione” e “tazebao” e tutti presero gli smartphone per cercarne il significato su wikipedia.

Al pomeriggio, le strade delle città italiane erano invase da una folla gentile di poeti in pectore e sognatori di ogni età. Di mamme anche, che con la destra stringevano la manina del figlio distintosi nel concorso scolastico dei “Piccoli Petrarca” e con la sinistra tenevano alzato un volume del grande Maestro.

«È trascorso un quarto di secolo» tuonò poi una voce da un palco improvvisato «da quando abbiamo tutti sottoscritto le nove tesi del Mitomodernismo. Facciamo dell’arte azione, la sua forma visibile sia la bellezza!» disse e continuò elencando tutti i successivi punti del manifesto. Dopo ognuno, la folla esplodeva in boati entusiasti. Ma fu quando ribadì che la politica doveva avere il primato sull’economia e la poesia quello sulla politica che il fanatismo toccò vette incontrollabili.

Anche i poliziotti ai margini della piazza, sorrisero e uno, che aveva scovato sul web un verso da spedire via whatsapp a una ragazza per conquistarla, si levò l’elmetto e gridò forte il nome del Poeta.

«Giuseppe Conte!» urlarono tutti in coro alzando in alto la sua ultima silloge.

«Poesia al potere!» continuarono altri a squarciagola.

«Giuseppe Conte premier!» seguitarono a dire commossi.

Poi, al tipo sul palco arrivò un sms. Lo lesse. Si rabbuiò. Fece un rapido controllo in rete, poi si voltò e guardò l’uomo alla sua sinistra. «Ah, non è lui. Dicono che sia un avvocato civilista.»

Si avvicinò al microfono, con un gesto della mano fece un cenno per richiamare su di sé l’attenzione e, con la voce tremante, cominciò.

«Ciò che è solido si dissolve, non la poesia, non la poesia.»

Quelli che ricordavano le parole del Poeta compresero e si allontanarono mestamente. Agli altri fu necessario spiegare l’equivoco.

Emanuela Ersilia Abbadessa

Emanuela E. Abbadessa (Catania, 1964) ha studiato pianoforte e canto lirico. Ha insegnato Storia della Musica e Comunicazione Musicale alla Facoltà di Lingue dell’Università di Catania. È collaboratrice del quotidiano “La Repubblica” (ed. Palermo). Il suo primo romanzo, Capo Scirocco (Rizzoli, 2013) ha vinto il Premio Rapallo-Carige, il Brignetti Isola d’Elba, è stato finalista all’ Premio Alassio Centolibri e al Premio Rieti. Fiammetta (Rizzoli, 2016) si è qualificato secondo al premio Dessì e al Premio Subiaco Città del libro.

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