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Il furto d'arte, un gioco da ragazzi.

Nel settembre del 2016 sono state ritrovate a Castellammare di Stabia due preziosissime opere dell’artista olandese Vincent Van Gogh, erano date per disperse dopo il furto avvenuto nel 2002 dal museo di Amsterdam; si tratta de “La chiesa riformata di Nuenen” e di “Veduta del mare a Scheweningen” rispettivamente del 1882 e 1884.
Prime prove di un Van Gogh ventinovenne, rifugiatosi nella pittura dopo che il lavoro e le pulsioni religiose erano naufragate in un nulla di fatto.
La notizia è stata accolta con un motivato moto d’orgoglio per gli efficaci sforzi investigativi del comando della guardia di finanza, responsabile, insieme alla procura di Napoli, del ritrovamento delle due tele. Giubilo anche per il museo di Capodimonte, che custodirà le opere mostrandole al pubblico fino al prossimo 26 febbraio, prima dell’effettiva restituzione al museo di Amsterdam da cui erano state prelevate ormai 15 anni fa.

La soddisfazione è più che comprensibile, non solo perché l’autore delle tele è Vincent Van Gogh, o per il valore storico e artistico delle due opere, appartenenti alla primissima fase della vita creativa dell’artista. E neanche circoscrivibile al solo fatto che il ritrovamento di un’opera d’arte ne permette la sua restituzione alla collettività; ma anche perché pochi casi sono tanto fortuiti e probabilisticamente di più difficile risoluzione dei furti d’arte.
Perché i furti d’arte sono spesso troppo facili da mettere in atto, mentre prossimi allo zero virgola sono le possibilità di una loro felice risoluzione. Ciò non significa – naturalmente – che il reato resti impunito e il caso irrisolto; molto spesso i responsabili del furto finiscono presto in manette per via di errori commessi durante la fuga, o perché presto identificati o tracciati attraverso movimenti sospetti di ingenti somme di denaro, ma quel che scompare non lasciando tracce, troppo spesso, è proprio la preziosa refurtiva.
Come nel caso delle due tele in questione; di cui non si seppe più nulla anche dopo l’arresto del responsabile, in breve acciuffato dalla polizia olandese, incastrato proprio da sospetti movimenti di denaro, decisamente troppo importanti per un ladruncolo come Octave Durham, detto “the monkey”. Durham e il suo complice riuscirono a vendere la refurtiva una cinquantina di giorni dopo il colpo, ricavandone “appena” trecentomila euro: niente rispetto all’inestimabile valore delle due opere, di cui si perse traccia fino al 2016, quando spuntano a casa del boss del narcotraffico Raffaele Imperiale, oggi latitante.
La storia del furto, e le modalità del ritrovamento sono raccontate in un avvincente reportage che Mara Gergolet ha scritto per il Corriere della sera. Consultabile qui

Christ in the storm. Rembrandt

La vicenda delle due opere finalmente ritrovate a Castellammare di Stabia rappresenta indubbiamente una bella vincita nella partita contro il mercato nero dell’arte, ma è niente se si pensa a quante ancora siano le opere rubate di cui non si ha traccia. Numeri che aumentano di anno in anno, e che fanno della circolazione illegale di opere d’arte il quarto mercato più redditizio nel quadro del crimine internazionale.
Le ragioni del fenomeno sono molte; spesso introdursi dentro musei, chiese, archivi, gallerie o case private eludendo i sistemi di sorveglianza, è decisamente più semplice che portare a segno un colpo in una banca. Alle facilitazioni di carattere logistico si aggiungono poi anche alcuni fattori pratici: un opera d’arte può oltrepassare qualsiasi frontiera o dogana se ben camuffata, facendo perdere rapidamente le sue tracce, inoltre un reperto da solo può rappresentare una refurtiva più che conveniente, sebbene meno ingombrane – sia fisicamente che da un punto di vista finanziario – del suo equivalente in denaro. E’ anche vero che il valore di mercato di un opera trafugata cala sino all’un per cento del suo valore originario in relazione al basso valore commerciabile che ha l’oggetto appena fuori della sua collocazione legale. Questo valore si fa tanto più basso quanto più clamoroso è il furto, o noti l’autore dell’opera o l’opera stessa. Il rischio inoltre è tale da ridurre a zero anche l’esponibilità dell’oggetto, che scompare così nel nulla, fino a che il caso o qualche altra fortuita circostanza, non porti le autorità sulle tracce del bottino smarrito da tempo.

Il concerto. Vermeer

Del resto, il destino di un’opera d’arte rubata, difficilmente sarà quello di allietare la vista di qualche malavitoso col pallino per l’arte: le tele ritrovate fra i beni sequestrati al latitante Raffaele Imperiale, rappresentavano per esempio un bene “garanzia”, ovvero una potenziale merce di scambio per pagare le tonnellate di cocaina che il narcotrafficante faceva arrivare dal sud America, dando così molto meno nell’occhio.
Ancora, reperti trafugati dai siti archeologici in Siria hanno innescato un mercato quanto mai proficuo persino per l’ISIS che così si autofinanzia per l’acquisto illegale di armi.
L’artnapping (art kidnapping) è invece quella pratica che consiste nell’appropriazione di beni d’arte preziosi al fine di rivenderli agli stessi proprietari. Le compagnie assicurative che coprono l’ipotesi di furto sono spesso più interessate a pagare la richiesta di riscatto che a coprire l’indennità al proprietario, naturalmente, quando questa è assai maggiore della cifra estorta per il riscatto.

Le pigeon at petite pois. Picasso

A fare notizia sono spesso i furti più eclatanti che tuttavia non rappresentano che la punta dell’iceberg.
L’Italia, paese che detiene il 70% del patrimonio artistico mondiale, vanta – proporzionalmente – anche la migliore squadra investigativa nel furto di opere d’arte: una sezione distaccata dell’arma dei carabinieri, attiva dal 1969.
Del resto, sempre su scala proporzionale, anche le opere che circolano illegalmente sfiorano il record: nel 2004 una stima calcolava l’ammontare dei reperti denunciati come rubati o scomparsi a 673.624 unità, di cui meno di un terzo, circa centottantamila, sono stati recuperati. Un lavoro comunque lodevole, se si considerano tutte le difficoltà del caso.

Vincent Van Gogh

Dato l’incremento del business del mercato d’arte illegale, negli anni si stanno intensificando le strategie di controllo su scala internazionale proprio allo scopo di arginare il fenomeno, o almeno mettergli una toppa. L’Italia fa la sua grossa parte, come dimostrato nel caso dei Van Gogh, ma ancora non tutti i paesi hanno una distaccamento della polizia di stato specializzata nell’investigazione su furti d’arte; negli Stati Uniti ad esempio, solo dal 2004 una sezione dell’FBI si occupa di oggetti d’arte scomparsi. A lungo presieduta da Robert K. Wittman, autore di un libro sulla sua decennale esperienza al servizio della FBI.
Oggi la FBI art theft program è composta da appena 13 agenti speciali, e attualmente diretta da Bonnie Magness-Gardiner, archeologa, piuttosto che da un investigatrice, come ci si aspetterebbe.
Altri strumenti utili li offre la rete, come il database “ArtLoss” che, aggiornato in tempo reale, traccia un quadro dettagliato dei nuovi furti dichiarati, delle opere ancora disperse o di quelle ritrovate; nel tentativo di diffondere le informazioni ed incrociare i dati rispetto alle casistiche del loro ritrovamento. Attivo dal 1991, avrebbe sino ad oggi contribuito al recupero di opere d’arte trafugate per un valore totale di 355 milioni di dollari. Fonte del Patrimonio dei beni Culturali.
Sopra tutti poi c’è l’Interpol a tessere una tela di collegamenti e indagini su scala mondiale

infografica interpol

Nonostante gli sforzi, la faciltà con cui si perde traccia di un’opera una volta rubata e le dimensioni del fenomeno, fanno si che il ritrovamento di un’opera d’arte e la sua restituzione alla collettività possano essere paragonate per rarità ad un evento astronomico come un’eclissi, soprattutto se si relaziona la casistica dei ritrovamenti alla quantità di opere che risultano ancora scomparse.
Le immagini presenti in questo articolo (ad eccezione della prima) sono tutte riproduzioni di dipinti tutt’oggi non ancora recuperati.

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