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Il crollo delle aspettative: "Westworld" o dell'amarezza

Strano e imprevedibile mondo, quello delle serie tv, che a volte può riservare grandi amarezze.

La prima amarezza che ricordo riguarda una mattina di molti anni fa in cui mi svegliai rendendomi conto che la mia infanzia era finita e non avrei avuto mai la possibilità di ottenere il “Pasqualone”, agghiacciante contenitore a forma di uovo pieno di giocattoli di serie b.

L’ultima in ordine di tempo, per l’appunto, è seguita alla visione del serial HBO Westworld, ideato da Jonathan Nolan e Lisa Joy sulla base dell’omonimo film del 1973. Il mio approccio a Westworld è stato di totale e incondizionata fiducia: i trailer mi avevano convinto che dopo i primi minuti di visione mi sarei trasformato nell’insopportabile endorser che molesta il prossimo col suo entusiasmo (mi è già successo, ad esempio, con Mr. Robot: non nominate mai, mai, Mr. Robot quando sono nei pressi, se non volete assistere alla mia metamorfosi in questo essere tedioso e orribile).

Westworld è ambientato in un parco a tema del futuro che ricrea lo scenario e le atmosfere del vecchio West ed è popolato da androidi costruiti ad hoc per il divertimento dei visitatori, i quali possono interagire coi “Residenti” nei modi che l’immaginazione e la perversione suggeriscono loro (e si sa dove va a parare l’immaginazione umana quando non le vengono imposte remore di tipo morale: ultraviolenza, sopraffazione, megalomania). La vita media del Residente tipo coincide così con l’essere stuprato, torturato, ucciso da un qualsiasi bancario in vacanza-premio per poi, una volta riattivato e la sua memoria resettata nei laboratori sotterranei del parco, tornare su e farsi scotennare un’altra volta.

Il che, si spera, porterà lo spettatore a confrontarsi col Grande Dilemma Etico aleggiante in tutta la serie ovvero quanto sia ‘giusto’ approfittare di creature non del tutto umane ma non tanto inumane da restare indifferenti alla nostra innata malvagità. Il problema grosso, in questo senso, è causato da una modifica al codice dei pupazzoni a opera di Anthony Hopkins (il proprietario pazzo del parco) che induce i Residenti a ricordare, a livello inconscio, i traumi delle loro ‘vite’ passate. Il Grande Dilemma Etico di cui sopra spinge me, invece, a chiedermi cosa sia cambiato da Il cacciatore di androidi di P. K. Dick e da Blade Runner di R. Scott (e, perché no, da Terminator 2 di J. Cameron) e a irritare la mia ragazza domandando di continuo: «Sì ma quindi? Quindi?!».

Identica reazione, nello spettatore un minimo avveduto, suscitano gli infiniti ammiccamenti a tematiche postmoderne quali l’identificazione autore-creatore, la (maldestra) riflessione sulla problematicità del ruolo di personaggio all’interno di una narrazione (o, come in questo caso, in un’infinità di cicli narrativi più o meno uguali), sull’interpenetrazione tra presente e passto (laboratori ultratecnologici e riferimenti al mondo esterno al parco vs. lo scenario tipico del vecchio West e tipico anche dei film sul vecchio West): il che rimanda al costante gioco di citazioni, pure postmoderno e fondamentale sottotesto teorico della serie. E, tanto per cambiare, per niente originale: i fuochi d’artificio concettuali di Westworld si riducono a un pot-pourri di indicazioni desunte da manuali classici come Postmodernist Fiction Constructing Postmodernism di B. McHale, Metafiction di P. Waugh, i diversi volumi sull’argomento di L. Hutcheon e via così, passando per la lezione dei maestri di questo tipo di narrativa, primo fra tutti J. Barth.

Riguardo al cast, è ovvio che gente del calibro di Hopkins e Ed Harris riuscirebbe a rendere dignitoso pure Un Natale al Sud di M. Boldi ma i due androidi protagonisti (“Dolores” e “Teddy”, per l’amor del cielo) somigliano in maniera talmente dolorosa ai bambolotti Barbie e Ken declinati in salsa western che non c’è stato episodio in cui non mi aspettassi di vederli scappare via dal parco in camper e raggiungere una villa con piscina in un luogo ameno della Florida.

 

Teddy, poi, è una specie di fotocopia mascellona di James Franco più bella ma senza personalità e col nome di un orsacchiotto e i boccoli di lei non aiutano la causa della sua credibilità; per non parlare di come “cercare se stessi” (vera e propria fissazione di Dolores, preda dei ricordi e della consapevolezza via via più acuta che il suo mondo è costruito a tavolino) fosse abbastanza patetico già ai tempi dell’odiosa Joey Potter di Dawson’s Creek. Figuriamoci nel quasi 2017.

Se non altro, i due muoiono male in ogni episodio e ciò mi ha reso meno penosa la visione.

Né risolleva la situazione il visitatore biondino che gioca a fare il cowboy e si innamora della scialba Dolores, da me immediatamente associato al Woody di Toy Story.

 

Infine, ho notato tante falle quanti Residenti ma non sarebbe il caso di farne un elenco esaustivo. Mi limiterò a citare:

  • il padre di Dolores, interpretato da un convincente Louis Herthum, lui sì carismatico e perfino in grado di citare versi di Shakespeare. Ovviamente, lo sostituiscono in quattro e quattr’otto perché si impressiona guardando una fotografia del mondo contemporaneo esterno al parco. Altri Residenti, da parte loro, hanno anomalie pericolosissime ma a quanto pare molto meno gravi rispetto a un dubbio esistenziale: sono ributtati nella mischia dopo una spolverata nei laboratori, anche quando hanno rischiato di ammazzare un ospite;
  • la quantomeno perfettibile sicurezza del parco: i tecnici sono in grado di scoprire cosa sia successo sotto l’ultima pietra ai confini più estremi e desolati della riserva, grazie a un avanzatissimo sistema di telecamere, ma nei laboratori si compiono i peggiori abusi. A niente valgono la sorveglianza a circuito chiuso e la presenza di guardie armate;
  • la sceneggiatura di inenarrabile sciattezza, con frasi del tipo: “Ovunque andremo, saremo insieme”; mi viene da pensare che il cast (in parte) stellare e la postproduzione abbiano prosciugato fondi altrimenti destinati alla costruzione di dialoghi convincenti, perché di fronte ad alcune conversazioni ero davvero prossimo all’imbarazzo;
  • il finale, che per essere meditato ha reso necessaria l’invenzione di un neologismo: “brusticcione” (crasi di “brutto” e “pasticcione”; ammessi anche i superlativi “brusticcionissimo” e “brusticcionerrimo”);
  • la fin troppo abusata metafora del labirinto, con la quale Nolan ha trollato critica e spettatori, spacciandola per esoterica metafora della sua mente geniale: in realtà un diversivo da tirare fuori quando l’azione languiva o Dolores diventava irritante oltre i limiti del tollerabile, con la sua vanesia ricerca del “centro” (del labirinto, di se stessa, della noia di chi guarda). Mi si risponderà, prevedibilmente: “The maze isn’t meant for you“, dandomi a intendere che non tutti possono entrare nei meandri dedalei della serie. Replico: parliamo del labirinto innevato di Shining di S. Kubrick, del labirinto di J. L. Borges o di Labyrinth di J. Henson, di quelli di Teseo e del Minotauro o dei disegni di Escher. Quella è complessità, quello è spettacolo, quella, in una parola, è arte.
  • etc.

È, dunque, con amarezza che ho terminato la visione di Westworld: amarezza per un’occasione sprecata, per la mancata focalizzazione che spesso fa girare il meccanismo narrativo a vuoto; per la volontà, da parte degli autori, di mettere troppa carne a cuocere e gettare fumo negli occhi dello spettatore, riciclando una serie di spunti teorici visti in infiniti altri prodotti culturali (letterari e teorici quanto televisivi e cinematografici) e spacciandoli per il nuovo che avanza. Amarezza, soprattutto, per il tempo che ho sprecato, sperando di trovarci del buono, del non visto, dell’originale.

Al contrario di quanto mi è successo con Mr. Robot. Ma non fatemi parlare di Mr. Robot.

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