Il caso Franco Battiato. In memoria del giornalismo italiano

Si dichiara ufficialmente conclusa la spiacevole vicenda che ha avuto come protagonista, suo malgrado, il grande cantautore e compositore Franco Battiato. Se dovessimo attribuire, paradossalmente, una colpa a Battiato sarebbe la sua totale idiosincrasia con un sistema comunicativo che esige la partecipazione assidua e malata delle due parti, cioè il personaggio pubblico e i suoi rispettivi seguaci. Pare evidente che dietro lo sciacallaggio di questi giorni si nasconda una morbosa vendetta ai danni di chi all’interno di questo meccanismo non si è mai dimostrato a proprio agio. Battiato non ha mai avuto bisogno di un selfie per sopravvivere. Lusso concesso a pochissimi; lo sanno bene, i ‘nuovi arrivati’ nel mondo dello show business, che finito X-Factor et similia conviene sponsorizzare t-shirt o denudarsi su Instagram se non si vuole finire nel dimenticatoio nel giro di un paio mesi (anche se la lenta agonia dell’oblio è sempre e solo rimandata; se ne parlava su The Vision[1] tempo fa).

La stessa sorte è (purtroppo) toccata ai giornalisti: per rimanere a galla nel pantano dell’informazione sono costretti anche loro a denudarsi, a privarsi di ogni deontologia, condannandoci a sorbire un mondo di marchette e d’insopportabili egocentrici (senza fare i nomi, basta accendere il televisore; loro sono sempre lì, stravaccati sui divani). A soffrirne non è soltanto la categoria, onorata dai pochi, veri, professionisti rimasti; a lasciare sgomenti è la totale mancanza di sensibilità umana da parte della maggioranza, i cronisti pettegoli, assassini goffi e dilettanti. Unica eccezione in questo caso, se si considerano in pratica tutte le testate giornalistiche (spero di essere smentito), è costituita da Rockol, che ha condannato l’abuso perpetrato ai danni di Battiato con un breve articolo a firma del direttore Franco Zanetti, il quale ha espresso una dura presa di posizione nei confronti di un sistema che risponde ormai solo alle logiche dello sciacallaggio e del gossip:

«Quel che so è che Franco Battiato ha sempre tenuto in gran conto il proprio diritto alla privatezza, quando questa riguardava la sua vita di uomo e di persona, e non quella di musicista e personaggio famoso. E (anche, ma non solo) in nome di quella discrezione riguardo ai fatti propri che l’ha sempre contraddistinto, non merita di essere oggetto di illazioni, pettegolezzi, dicerie.
Finché dipenderà da me, su Rockol non leggerete nulla che lui stesso, o chi lo rappresenta, non abbia deciso di rendere noto riguardo alla sua salute»[2].

Ammettiamo si possa perdonare l’incapacità del professionista, considerando l’era del dilettantismo (in tutti i campi) che stiamo vivendo; ma si può perdonare a un umanista la sua insensibilità? Sbaglieremmo, infatti, a considerare ‘inutili’ questi mestieranti e inconcludente il loro operato; essi sono invece utilissimi e compiono a dovere il proprio ruolo di dilettanti allo sbaraglio alimentando la macchina della diffamazione; sono degli utilissimi stronzi. Come si può parlare allora di un’insufficiente libertà di stampa? Con quanta libertà, invece, questi signori possono uccidere un uomo ed esporne il cadavere in prima pagina? Si perdoni l’inevitabile riferimento: Franco Citti, durante il memorabile Maurizio Costanzo Show, protagonista con Carmelo Bene di un commovente dialogo intervallato dalle risate di alcuni ignoranti in sala, si presenta dicendo «non vorrei tu mi scambiassi per un giornalista» e, dopo le rassicurazioni di Bene («come faccio a scambiarti per un giornalista? Proprio per un giornalista poi!»), sentenzia, con una potenza che appartiene solo ai puri: «[i giornalisti, ndr] sono in prima fila… hanno ucciso un certo Pasolini».

Ci hanno provato anche con Franco Battiato, diagnosticando una malattia terribile (chi ne ha avuto indirettamente a che fare lo sa bene) attraverso un’unica “fonte”, una poesia, se così si può definire; difatti altro non è che un pastrocchio in versi, mal riuscito, di citazioni dal repertorio di Battiato. Ignorano totalmente la poesia, né la comprendono, e da un giorno all’altro giocano a fare gli esegeti. Dilettanti e arroganti.

Loro, gli anonimi della e nella storia, pasticcioni gossippari, non riusciranno mai comprendere un artista che è costantemente fuori dalle loro cronache e dalle loro narrazioni, dai «falsi miti di progresso». Battiato è già nel non-tempo della mitografia: basta ascoltare i suoi dischi, tutti diversi, come a smarcare di volta in volta la storia e le aspettative di un pubblico a volte fin troppo esigente, a cui Battiato ha risposto donando uno stupore sempre nuovo; una scuola di ricerca artistica distante anni luce da quest’epoca di appiattimento. A una parte ‘cannibale’ del suo pubblico, che esige un impellente ritorno sul palco del Maestro, preghiamo di non peccare di avidità, di praticare l’attesa, se qualcosa hanno appreso da Battiato, e di non disperare se l’attesa stessa si rivelerà, infine, un addio alle scene: l’artista non appartiene al pubblico, sa di vivere un tempo ‘altro’, solletica il nulla con una nota e torna sulla Terra raccontando a tutti ciò che (non) ha visto.

La tua vita, Franco Battiato, è un dono infinito e senza prezzo. Loro non lo capiranno mai. Noi sì.

[1] https://thevision.com/intrattenimento/musica-instagram/

[2] https://www.rockol.it/news-693837/franco-battiato-illazioni-sulla-sua-salute-deriva-giornalismo#

Alessio Paiano

Alessio Paiano è nato a Pavia nel 1992 ma ha vissuto sempre in provincia di Lecce, dove si è laureato in Lettere Moderne svolgendo attività di ricerca principalmente su Carmelo Bene. È stato redattore del Centro di Ricerca PENS (Poesia contemporeanea e nuove scritture) presso l’Università del Salento. Scrive articoli di genere indefinito per Midnight Magazine. Fa parte del direttivo del Centro Studi Carmelo Bene. Dirige per «Satisfiction» la rubrica «Il Grammofono», concepita come laboratorio di critica letteraria su poesia e prosa contemporanea, edita e inedita (quest’ultima, preferibilmente). È in via di pubblicazione la sua prima opera in versi, «L’Estate di Gaia», già candidata al Premio Nobel per la Letteratura 2020.

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