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IL BISOGNO DI “SE QUESTO È UN UOMO”

Quando Primo Levi propose a Einaudi il manoscritto di quello che poi diventerà Se questo è un uomo, la casa editrice torinese lo rispedì al mittente con generiche frasi di rifiuto.
Era il 1947, ed era troppo presto. La guerra e i suoi milioni di morti, il nazismo e la sua follia, e le città ridotte ad ammassi di macerie sotto i bombardamenti a tappeto: tutte queste cose bruciavano ancora negli occhi e negli incubi del mondo intero; un memoriale che sbattesse in faccia gli orrori disumani in cui erano sfociati anni di nazionalismo e antisemitismo – che riportasse a galla, nelle coscienze di chi non voleva credere, e portasse alla luce, per chi invece non sapeva affatto, la realtà del complesso di Auschwitz e dell’Olocausto in generale – sarebbe stata una crudeltà intellettuale e psicologica verso quella stessa gente che di crudeltà, a guerra conclusa solamente da qualche mese, ne aveva già subite troppe.
Partendo da questo presupposto, non deve apparire strano che a bocciare il manoscritto di Levi fu un’ebrea, proprio Natalia Ginzburg. Fu lei a inoltrare Se questo è un uomo a Cesare Pavese, e insieme scartabellarono la questione decidendo che circolavano già tanti libri che trattavano di quel tema, che era meglio aspettare, anche perché la gente aveva altro a cui pensare. Da qui, il rifiuto di pubblicarlo, formale e sbrigativo, ma anche perfettamente coerente se si considerano i due campioni: la Ginzburg aveva bisogno di dimenticare la morte del marito, avvenuta in seguito alle torture per mano dei nazisti, e tutta Storia che vi faceva da contesto; Pavese forse voleva non ricordare o, ammettendo la logica editoriale più gretta, non puntare su un libro che, di prima lettura, non prometteva un grande successo o accoglienza presso un pubblico del suo stesso umore.
Se questo è un uomo verrà pubblicato dalla Da Silva, una piccola casa editrice torinese, riscuotendo un modesto successo, per poi tornare (stavolta ben accolto) nel 1958 a Einaudi, che non rifiuterà più alcuna delle opere successive del chimico scrittore. La travagliata vicenda editoriale di Se questo è un uomo si conclude con il finale meritato, ma la scottante delusione della pubblicazione negata undici anni prima squarciò in Primo Levi una ferita forse più terribile di tutte quelle subite ad Auschwitz, uno schiaffo impietoso di un tempo acerbo: quel prigioniero 174517 – che aveva tratto dal bruciante bisogno di testimoniare la forza e l’abnegazione necessarie per sopravvivere, per non dimenticarsi di essere uomo – vede realizzato il suo timore di parlare e non venire ascoltato, o, se ascoltato, di non venire compreso. Di contro, però, il lavoro di Levi resterà per sempre intrecciato al rigetto iniziale: la sua testimonianza, invero, ne trarrà una potenza narrativa altrimenti inarrivabile.

“Il bisogno di raccontare agli «altri», di fare gli «altri» partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno.” (Dall’Introduzione dell’autore).

Tirando le fila di questo discorso iniziale, e prendendo spunto dall’Introduzione citata, esiste un seme comune da cui l’opera fiorisce in una duplice natura (Se questo è un uomo manoscritto e il conseguente prodotto editoriale), ed è il bisogno, nel significato di urgenza. In questo unico spazio concettuale nascono due forze che si annullano a vicenda: l’asserzione della salvezza, proveniente da un uomo che si fa narratore con la memoria dell’esperienza racchiusa in essa, e l’iniziale – poi vinto – tentativo di rimozione, da parte della società, del ricordo della stessa (o, per alcuni, anche del senso di colpa). Il ruolo di testimone messaggero dal di là, da quel buco nero che porta ancora il nome di Auschwitz, è, però, solamente l’epilogo dell’esperienza concentrazionistica, nient’altro che l’anello che salda insieme l’inizio e la fine di una catena di persistenti necessità che caratterizzò la vita di tutti gli Häftlinge, i prigionieri. Bisogni che, nella ben nota condizione di schiavitù costrittiva, urlavano quotidianamente con la voce muta della fame, della sete, della fatica e dell’umiliazione, ma a cui non bisognava rassegnarsi passivamente, perché l’animale quiescente nelle profondità dell’uomo, quando all’uomo vengono tolti i vestiti, il nome, la casa e la dignità, in Lager riusciva presto a prendere il sopravvento. “Lavarsi tutti i giorni nell’acqua torbida del lavandino immondo è praticamente inutile ai fini della pulizia e della salute; è invece importantissimo come sintomo di residua vitalità e sopravvivenza morale. […] Il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare. Si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza.”

L’essere umano che negli agghiaccianti meccanismi del concentrazionismo veniva mutilato di ogni sua dignità fino a essere ridotto, nei progetti delle SS, a una forma inferiore di bestia da soma: un tema che nei decenni è stato radicalmente reso didascalico, sfuggendo forse a una considerazione più consapevole ma fondamentale per la genesi della testimonianza leviana. La necessità memorialistica di Primo Levi (e, quindi, Se questo è un uomo) costituisce, al contempo, la causa e la conseguenza della sopravvivenza dell’umanità individuale, quando questa si è trovata orribilmente minacciata dalle botte, dalla vessazione e dallo svilimento più bieco. Prima ancora, il bisogno di tenersi aggrappati alla vita in tutti i modi possibili – che nella quotidianità spietata era raschiare con il cucchiaio il fondo della ciotola di minestra, rispettare la schiacciante disciplina vigente nel Lager e pensare esclusivamente a se stessi – era solamente l’assioma biologico da cui scaturiva con lancinante, se non ossessiva, urgenza la questione ontologica (dell’essere, in questo caso “umano”). Solo conservando la propria umanità, mai dimenticandosi di essere uomini – nonostante le azioni naziste provassero a convincere continuamente e con terribile forza dell’esatto contrario – si aveva abbastanza forza per cercare di sottrarsi al destino di Sommerso, una sorte già scritta, a caratteri invisibili ma ben intesi già all’arrivo, sotto “ARBEIT MACHT FREI”.

“Il fatto che io sia sopravvissuto, e sia ritornato indenne, secondo me è dovuto principalmente alla fortuna. E forse ha giocato infine anche la volontà, che ho tenacemente conservata, di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei miei compagni e in me stesso, degli uomini e non delle cose, e di sottrarmi così a quella totale umiliazione e demoralizzazione che conduceva molti al naufragio spirituale.” (Dall’Appendice del 1976).

Bisogni primari perché esistenziali, e viceversa; urgenti e personali, quindi egoistici: la tensione alla propria ed esclusiva sopravvivenza erodeva, all’interno del Lager, ogni collettività, ogni sentimento altruista. Ella Lingens-Reiner, altra prigioniera divenuta poi scrittrice, dirà: “Come ho potuto sopravvivere ad Auschwitz? Il mio principio è: per prima, per seconda e per terza vengo io. Poi più niente. Poi io di nuovo; e poi tutti gli altri”. In un ambiente di de-civilizzazione come quello concentrazionistico il codice morale del mondo di fuori veniva fatto a brandelli insieme ai vestiti dei nuovi arrivati. Allo stesso modo, quando Levi riesce (e il cambiamento del tempo verbale è necessario: il fatto sancisce una svolta cruciale nella vita dello scienziato torinese, da questo stesso istante scrittore e testimone, e quindi nel ripercorrerla) a sottrarsi alla fatica del lavoro disumano e de-umanizzante, finendo a lavorare in un laboratorio chimico, è proprio nella solitudine e nell’intimità che nasce Se questo è un uomo, su alcuni fogli scarabocchiati di nascosto e fatali se scoperti: “La pena del ricordarsi, il vecchio e feroce struggimento di sentirsi uomo, che mi assalta come un cane all’istante in cui la coscienza esce dal buio. Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno”. La scrittura come definitivo atto di sopravvivenza dell’uomo sulla bestia: la memoria riportata su carta sancisce il trionfo sul nazismo e i suoi folli interpreti. Sopravvivere per rimanere uomo, il ricordare è conseguenza del percepirsi (ancora) come tale, e il non dimenticarselo come condizione necessaria per salvarsi. L’anello si chiude e la catena si salda con la liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche e il ritorno di Primo Levi in patria, 1945-46. Il Salvato è, in quanto tale, Uomo e Testimone.

Una volta uscito dal Lager, l’istinto egoistico alla propria conservazione si rovescia, diventando un moto di condivisione con il prossimo. Levi è Narratore nel più vero significato benjaminiano: il suo vissuto si trasforma in esperienza per il lettore o l’ascoltatore. Il vettore della narrazione è la rievocazione del ricordo, una memoria che vive di un fondamentale doppio scopo: trasmettere (informare o ricordare agli altri, se possibile anzi al mondo intero, “che questo è stato”) e cercare di comprendere cosa “è stato”. Una narrazione che fluisce dalla bocca e sul foglio per soddisfare questo duplice bisogno, per dirigersi verso due fini intrecciati e complementari.
Primo Levi è Ulisse che siede alla tavola dei Feaci per raccontare loro cosa ha vissuto, e facendo ciò traccia un solco tra lui e i commensali, una linea di separazione che simboleggia lo scarto tra chi ha sperimentato l’estremo e l’uomo comune, innalzando una semplice persona che riferisce fatti a personalità narrante massimamente degna di attenzione. Nonostante questa separazione, però, l’esperienza è di una portata tale che narratore e ascoltatore si aiutano a vicenda per avvicinarsi il quanto possibile a un’asintotica comprensione, per cercare, combinando le forze intellettive di entrambi, di inquadrare la realtà del campo di annientamento nella logica della causalità: un tentativo fallito in partenza, perché Auschwitz è stato prodotto dal fanatismo più illogico; soprattutto, un obbiettivo da non realizzare: “Forse, quanto avvenuto non si può comprendere, anzi, non si deve comprendere, perché comprendere è quasi giustificare”. Il bisogno di capire in toto, di sondare con la razionalità l’abisso dell’Olocausto, di Auschwitz anus mundi, rimane insoddisfatto per entrambi i partecipanti alla rievocazione. Lo sa Levi, che comunque cerca di spingersi fin dove la sua mente da chimico e sopravvissuto può arrivare; lo sa il lettore di Se questo è un uomo o l’auditore delle sue interviste, che trae dal suo inappagato desiderio di capire la bruciante necessità di un’altra riflessione sul testo, di un’altra domanda all’autore.

“Quando ebbe finito di scrivere, (il Doktor Pannwitz) alzò gli occhi e mi guardò. […] Perché quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania.” (Da Esame di chimica).

Noi, oggi, abbiamo ancora immensamente bisogno di Se questo è un uomo e dell’intera opera memorialistica di Primo Levi. A più di settant’anni dalla liberazione di Auschwitz (che sancisce idealmente la fine dell’Olocausto) e dalla pubblicazione del più alto lavoro del chimico torinese, la trasmissione della memoria ci giunge sempre più rimbalzata e filtrata dai mezzi stereotipati della cultura di consumo e dagli automatismi della commemorazione annuale, causando falle sempre più estese di comprensione e consapevolezza. Un problema che già impensieriva Levi, quello della forbice che si apre sempre di più tra chi può testimoniare in modo efficace (perché ancora in vita, e la sua memoria non è stata contaminata dalle stilizzazioni frutto della vecchiaia) e le generazioni che si allontanano, nel tempo, dai fatti narrati. Se ricordare, da parte dei Salvati, era soprattutto un’urgenza scatenata dall’esperienza sulla propria pelle, per noi (“che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case”) è un dovere in quanto uomini: o ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi. Tocca a noi, che non saremo Salvati, ma auspicabilmente consapevoli, farci a nostra volta narratori, partendo da una celebre frase di chi lo fu davvero: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono essere di nuovo sedotte ed oscurate: anche le nostre”.

Michele Maestroni

Classe '96, nato bresciano, studente di Lettere Moderne presso l'Alma Mater di Bologna. Oltre al mio blog "Parole alla Tempesta", scrivo per "Mangiatori di Cervello" e altri progetti.

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