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I PADRONI DELLA SCUOLA E LA SCUOLA DEI PADRONI lettera aperta sulla scuola italiana

Avevo diciassette anni quando vidi per la prima volta, ed ero in un liceo italiano, Il giardino dei Finzi Contini. In una certa scena del film di De Sica si ascolta la notizia della proclamazione delle leggi razziali e con una magistrale inquadratura dal basso verso l’alto ci vediamo schizzare in alto stendardi tricolori ad oscurare l’ultimo libero spicchio di cielo, ricordo la vergogna indicibile che ho provato in quel momento, mi sembrava che quegli stendardi stessero lì a dirmi che tutto ciò era fatto anche in nome mio.

Poco dopo nel film il protagonista torna a casa e ha un alterco con il padre nel tentativo di persuaderlo a rendersi conto della pericolosità della situazione, ma l’uomo, ebreo e fascista con meriti di guerra, non riesce a credere a quanto gli viene detto, cerca di minimizzare, fa distinzioni tra Germania e Italia, non può pensare che per tutta la sua nazione non sia altro che un corpo estraneo da separare dopo aver così a lungo identificato la sua sorte con quella della patria e del regime.

Questa vergogna e questo incredulo stupore ho riavvertito in questi giorni a seguito della polemica e delle bufere di commenti e smentite e correzioni e minacce riguardo ai rapporti di autovalutazione (RAV) inviati e pubblicati dalle scuole e all’articolo di Repubblica dell’8 febbraio relativamente al liceo Visconti di Roma dove veniva riportato  (pag. 2 e 82 del Rav consultabile online) l’assenza di studenti disabili, il basso numero di DSA e la relativa omogeneità culturale e di classe (alta e medio alta borghesia romana) e come questi fatti favorissero il processo di apprendimento.

Sono invalido al 100% dalla nascita, ho frequentato un liceo italiano, all’epoca della mia scuola dell’obbligo ero assistito da educatori di cooperative in collaborazione con i servizi sociali locali, i miei genitori al tempo dei miei studi erano disoccupati e uno lo è ancora adesso. Mi sono iscritto all’università dove ho potuto mantenermi gli studi grazie a una borsa di studio vinta per merito e alla pensione di invalidità, negli anni ho diligentemente scelto gli esami che mi avrebbero permesso di accedere alla classe di insegnamento per le mie materie (attuale A 12) e ora, dopo essermi laureato due volte con lode e aver aggiunto un certificato in una scuola di merito e numerose attività scientifiche, editoriali e artistiche, sto frequentando un dottorato di ricerca dopo aver vinto diversi concorsi e congiuntamente preparandomi a ottenere i 24 Crediti in ambito psicologico, antropologico, pedagogico e didattico previsti dal decreto ministeriale dello scorso agosto in vista del futuro concorso.

Soprattutto però negli anni ho organizzato ore e ore di laboratori nelle scuole con compagni di varia provenienza volti all’approfondimento di diversi argomenti in ottica interdisciplinare, per tre anni ho partecipato volontariamente a un doposcuola con bambini e ragazzi figli di genitori di origine estera e in condizioni di disagio sociale (dove ho lavorato anche con un caso di DSA), per un anno ho svolto funzioni di ausilio nei corsi di recupero in un liceo, ho accompagnato classi in viaggi d’istruzione, ho discusso insieme a molti compagni in associazioni di attivismo civile problemi specifici dell’educazione, mi sono prestato a un numero ormai incalcolabile di conferenze e giornate di orientamento.

Perché? Perché quando ho frequentato la scuola, una scuola di campagna come è stata una volta felicemente definita da un altro suo studente, sapevo di essere gomito a gomito con il figlio dei disoccupati e con quello dei commercialisti, con l’orfana e con la figlia dei medici e perché ci veniva ripetuto costantemente: «Passato quel portone siete tutti uguali». Sapevamo di non esserlo, i ragazzi sono meno sciocchi di quanto spesso si creda, restava il fatto che alcuni facevano le estati lavorando da bagnino, da badante, da cameriera e altri andavano in spiaggia o in vacanza, si vedeva dalle frequentazioni, dai comportamenti ovviamente, sapevamo che le risorse erano diverse e diverse sarebbero state le vie in futuro, ma sapevamo anche che era la nostra migliore e più civile speranza credere in quel progetto di una scuola come grande organismo progressivo di educazione sociale di massa, adoperarci, da adolescenti naturalmente, perché tutto questo fosse qualcosa di più di un buon proposito o un’illusione sull’ultimo residuo di civiltà progressista rimasto.

Che fare ora dunque? Dopo aver a lungo fiancheggiato la scuola e operato per diventare insegnante, mi si viene a dire in un rapporto al ministero avente valore di atto che gli studenti in condizioni sociali svantaggiate e gli invalidi non favoriscono l’apprendimento. L’istinto stava per prendere in mano il telefono, chiamare i miei compagni di diverse scuole, chiedere scusa per il ritardo che per diciotto anni la mia presenza in aula aveva comportato per il loro apprendimento, dopodiché estrarre la carta d’identità, srotolare diplomi, certificati, lauree, cartellino dell’università e accendere un bel fuoco sul terrazzo gelato con tutti i simboli di quello Stato e di quel sistema di istruzione che una volta di più mi confinava, umiliava la mia dignità di cittadino e di uomo, dimostrava di trattare le classi inferiori con disprezzo, la povertà come una colpa e un ostacolo ai diritti altrui, l’invalidità come un marchio che deve escludere e separare dal resto dell’umanità.

Poi è subentrata la calma e il ragionamento: ho capito che in mezzo a tutta la fanfara, allo sdegno a buon mercato e ai commenti facili o alle facili strumentalizzazioni io avrei dovuto parlare, avrei dovuto vincere la mia naturale ritrosia a parlare dei miei casi ma soprattutto avrei dovuto parlare perché io potevo farlo e dovevo farlo almeno per una volta per non tradire chi non ha questa possibilità. Non è il merito né il destino a decidere tra due lauree e un dottorato o una smorfia semicosciente inchiodata a una carrozzina, ma spesso è il caso, una terapia giusta o sbagliata, a volte pochi secondi in più o in meno di ossigeno al cervello, io dovevo parlare anche per loro e non ci poteva più essere silenzio.

PUBBLICITA’ e RAV

Si è detto molto e con molta confusione riguardo a questo rapporto e al problema del classismo nelle scuole, anzitutto certamente non si tratta di pubblicità e questo è imputabile alla solita faciloneria dei giornalisti sempre in cerca di scoop e di titoli per suscitare facili entusiasmi e vampate di sdegno buonista di cui, lo dico chiaramente, in nessuna lotta abbiamo bisogno, meno che mai in quelle che riguardano la scuola, l’invalidità e la povertà.

Il rapporto di autovalutazione è un rapporto annuale di risposta a un questionario prestabilito, diviso in sezioni e organizzato per domande guida e per domande con risposta a indice crescente (da 1 a 7 a seconda del livello di progresso o di situazioni critiche raggiunto dalla scuola sotto quel preciso aspetto) e l’articolazione del rapporto dovrebbe coprire, dico dovrebbe, la totalità degli aspetti che riguardano la vita della scuola e il suo funzionamento: composizione degli studenti e loro estrazione sociale, composizione del corpo docente e anzianità di servizio, eventuali qualifiche e competenze informatiche, progetti interculturali, di collaborazione con enti pubblici e realtà private, alternanza scuola-lavoro, prove INVALSI, orientamento dalle scuole medie verso le università, piani di offerta formativa, esiti degli esami di maturità, piani orari, organizzazione del personale, corsi di aggiornamento, metodologie didattiche e di segreteria etc. etc. le statistiche relative a prestazioni e altri dati quantificabili sono in paragone con statistiche nazionali e regionali.

Sbagliato dunque vederlo come una pubblicità o attaccare il dato in quanto tale (come accusare l’1 di essere più individualista del 2) , tuttavia è ancora più sbagliato trincerarsi dietro al rapporto e alle sue cifre per non voler dar conto del fatto che è compito nostro interpretarle e che non sono prive di significato sociale o non voler ammettere che ci rivelano una realtà ben diversa da quella che desideriamo, persino da quella che desidera o immagina chi ha stilato il rapporto, per esempio quando parla dei comportamenti corretti e inclusivi tenuti dagli studenti o quando, sia nella sezione relativa alla programmazione didattica che a quella di attività di inclusione (3.3 pag. 54) viene riportato come progetto di inclusione la possibile sostituzione dell’insegnamento della religione cattolica con non meglio specificati progetti sui Diritti Umani che dovrebbero «favorire la conoscenza e il rispetto di tutti».

LA SCUOLA E LA SOCIETA’

Non voglio parlare dei politicanti che strumentalizzano cercando consenso ma di tutte le persone che in buona fede si sono sollevate sdegnate alla denuncia dell’omologia di estrazione sociale nella scuola, anzi siamo precisi, nel liceo Classico per ora. Esattamente cosa si aspettavano gli italiani? Che i loro figli vivessero in un limbo astratto da ogni connotazione sociale? Che la scuola servisse semplicemente, come si diceva una volta, a leggere, scrivere e fare di conto? Che la brutalità dei conflitti sociali in cui ci sono vincitori e vinti e che la logica dei rapporti di dominio cominciassero fuori dalla linea bianca e non toccassero l’isola felice dell’infanzia e della giovinezza? Questo non lo abbiamo mai pensato nemmeno noi, quando si dice che la scuola è egualitaria non si intende uno stato, ma una tensione, un movimento, un fine dal quale la società è oggi molto lontana e dal quale tutto lo stato presente rappresenta un enorme arretramento materiale e morale

Non mi meraviglio che nei licei dell’alta borghesia romana (o genovese o milanese) non ci siano disabili, poveri o studenti senza cittadinanza italiana, avrei potuto indovinarlo anche senza il RAV o la denuncia di Repubblica, stiamo scoprendo l’acqua calda, le scuole sono anche organismi di selezione delle classi dirigenti (oggi lo sono ancora in senso classista) e di omogeneizzazione culturale di aree sociali e dell’intera nazione (gli strumenti più visibili internamente alla scuola sono quelli che chiamiamo i programmi e che purtroppo non sono mai i terreni di battaglia politica e morale che dovrebbero essere). Ora è cosa ovviamente risaputa che in una società classista i poveri e i disabili non trovano spazio tra le classi dirigenti, con la possibile esclusione di qualche disabile di classe sociale elevata che ha spesso però funzioni esornative o di mascheramento della realtà.

L’uovo di Colombo del discorso, ragazzi, è che la scuola è classista perché la società è classista e la scuola, non nel senso di una scuola ma della scuola italiana, è lo specchio della società italiana.

Ecco perché un buon insegnante, un buon dirigente scolastico non può semplicemente limitarsi a stilare un rapporto ma deve interpretare, ragionare e agire utilizzandolo al più come un consuntivo secondario. Non ha nessun senso che si insorga per una frase, sulla quale comunque intendo ritornare, se si vede solo metà dell’orrore che rappresenta e non la metà di cui siamo tutti complici: i genitori hanno preso a cercare per i propri figli la carriera anziché l’educazione, la misura del successo anziché quella della correttezza umana e dell’autonomia di pensiero e di giudizio, la scuola va nella stessa direzione e oggi ciascuno di noi vuole ottenere successo sociale, prestigio, riconoscimenti, magari anche cultura o il famigerato apprendimento anche a spese dell’integrità morale e sociale di una comunità.

 

Ognuno pensa di essere unico e speciale più frequentemente di quanto pensi di essere uomo tra gli uomini o parte sociale tra le parti sociali, la competizione come anima del mercato si estende alla totalità dei rapporti della vita. Questa selezione competitiva ha un prezzo: asserve, calpesta, emargina, o alla meglio ignora i più deboli nella lotta e gli svantaggiati, prevale nei fatti la mentalità per cui i diritti (anche quelli Umani) per tutti hanno un costo, economico e sociale, che non tutti sono disposti a pagare.

 

L’insurrezione contro il rapporto, in una parte non piccola, non è la giusta condanna ma il gesto di rifiuto e di orrore che gli italiani hanno voluto compiere una volta che la preside, i docenti e gli studenti del liceo Visconti hanno mostrato loro nello specchio della scuola quello che avviene oggi in Italia e nella società italiana, questi ultimi poi non hanno colpa se non la colpa della loro verità, del loro essere veri come figli alto borghesi di genitori alto borghesi.

 

FAVORIRE L’APPRENDIMENTO

 

In questo senso gli ottimi esiti degli esami di maturità la riduzione dei debiti formativi e altri traguardi positivi riportati sul RAV parlano (Sezioni 2.1, 2 3 3 pp. 24-38): nei termini di un nudo calcolo dei voti e risultati omogeneità di classe, autoselezione sociale verso l’alto ed esclusione pagano: la frase orribile e paradossale è vera, l’apprendimento è favorito.

 

Proseguendo nella lettura del rapporto alla sezione sulla prosecuzione degli studi universitari si nota che il 91% degli studenti proseguono gli studi con la carriera universitaria e che il dato è in aumento rispetto al precedente comunque altissimo (84,6% dati a pag 38) ma tutto questo non va a particolare merito del liceo dal momento che era il vecchio percorso di formazione delle classi dirigenti che nella scuola gentiliana permetteva di accedere a tutte le facoltà, e che del resto è noto come con la maturità classica sia più difficile che con altri diplomi trovare una collocazione lavorativa e che naturalmente le ambizioni personali, sociali, materiali e culturali dei rampolli della borghesia romana e dei loro genitori borghesi vanno, a torto o a ragione, ben oltre, fosse anche soltanto per permettere ai figli di ereditare le attività e le aziende di famiglia o per non degradare il loro status sociale.

 

Il dato sul rendimento universitario (p. 39) è tanto lusinghiero quanto ingannevole: tra il 63 e l’84 percento acquisisce più della metà dei CFU, merito del liceo? Apprendimento favorito? Può essere ma ritengo che non sia privo di rilevanza il fatto che certamente i figli della medio alta e alta borghesia non lavorano per pagarsi gli studi! Mi verrebbe da dire che da mantenuti il minimo che possano fare sia studiare e che se quelle cifre non fossero tali sarebbero poco più che dei principini viziati e dei mascalzoni.

 

Mentre commentiamo questi dati restano vere altre aberrazioni e altri orrori che il rapporto e la caciara di giornali e post non lasciano ben vedere: sono tornati a tutti gli effetti i precettori: studenti, ex studenti, piccoli intellettuali squattrinati seguono a casa i figli delle classi più ricche che si possono permettere di pagarli, genitori vengono nei dipartimenti universitari e nelle scuole a cercare chi faccia ripetizione ai loro pargoli in difficoltà, sempre più neolaureati finiscono a insegnare in scuole private e diplomifici di ogni sorta.

 

Questo fatto testimonia il fallimento della scuola non solo nelle sue metodologie didattiche, come è evidente se servono ripetizioni, e nella sua funzione educativa, dato che spesso queste figure devono ricoprire anche questa funzione spesso assumendo ruoli genitoriali dove i genitori del ragazzo sono assenti o incapaci e mediare tra lo studente e la società esterna come né la scuola né le altre istituzioni sociali sono più in grado di fare. Qui si svela l’ipocrisia strisciante di quella frase: a livello didattico l’assenza di studenti in condizioni di disagio favorisce l’apprendimento dicono, ma nella pratica sociale e sul mercato del lavoro vanno benissimo per impartire ripetizioni e sorreggere (in virtù della loro condizione economica) quel sistema didattico e sociale che li ha bollati come zavorra e ostacolo all’apprendimento per la stessa ragione. Questo purtroppo non mi risulta sia stato ancora fatto notare da nessuno.


MA CHE COSA SI APPRENDE?

Venendo al dunque il problema della frase e delle cifre, per cui bisogna avere una sensibilità e un’attenzione non diversa da quella che si ha con le parole quando si leggono, non è l’infelicità o meno dell’espressione, ma che cosa siamo disposti a riconoscere come apprendimento: dalla frase in questione (che compare a pagina 2) come dalla prussiana difesa della preside come mera lettura dei dati apparsa in risposta sul sito del liceo Visconti la faccenda è chiara.

 

Quello che si apprende sono le materie, le informazioni nei progetti, l’oggetto di verifica e tutto quanto viene misurato dagli esiti riportati in quel rapporto, per questo siamo in grado di stabilire una correlazione diretta: l’assenza di condizioni di disagio sociale, di bisogni speciali e di un retroterra culturale diverso semplifica il lavoro e massimizza i profitti scolastici e l’apprendimento.

 

Cristallino questo ragionamento che però come un cristallo lascia trasparentemente vedere l’ideologia produttivista e industrial manageriale a cui è improntato, fa degnamente il paio con le statistiche sul placement (evitiamo l’italiano piazzamento e ci affidiamo all’inglese forse perché l’italiano ci ricorderebbe troppo la verità ovvero che si sta trattando la scuola e l’istruzione come qualcosa che va tra il mercato delle vacche e le corse dei cavalli?), certamente si tratta non di un caso sporadico e non bisogna erigere questo liceo a stendardo del male nella nostra lieta comunità, è piuttosto il logico approdo di anni di politiche regressive e classiste che hanno colpito la scuola con tagli delle risorse, riforme, revisioni, deformazioni che l’hanno aziendalizzata.

               

Va da sé che a questo punto lo sdegno del ministro, o della ministra se si preferisce, rimane un vocalizzo elettorale, una pratica d’ufficio e il panno che dopo decenni di politiche e di attacchi alla scuola progressiva una società deve pur gettarsi addosso, tramite le istituzioni, quando si rende conto che i bruti l’hanno smascherata nella sua brutalità. L’incapacità e le difficoltà in cui insegnanti e dirigenti scolastici si trovano nell’avere a che fare con chi è altro dal medio borghese bianco normodotato non sono solo colpe interne, sono colpe anche politiche di chi ha avuto sempre una chiara e perseguita idea di come risolvere le questioni che questa alterità pone. Di fatto nessun intervento del ministro tra quanti ne ha fatti finora va in controtendenza con quanto indicato e portato alla luce da questo rapporto e dalle polemiche che ne sono seguite.

 

Esiste però, e di questo si sarebbe dovuto e si dovrebbe tenere maggior conto tanto in sede di compilazione del rapporto quanto nell’immaginarlo e nello stendere, ad esempio, le domande guida delle varie sezioni e la cornice di obbiettivi in cui tutto il documento è inquadrato, la possibilità di dire no, in coscienza ritengo che questo non sia l’apprendimento, che l’apprendimento che si deve desiderare e raggiungere e per cui bisogna lavorare comprenda un insieme di norme e di prese di coscienza e di consapevolezza da parte degli studenti riguardo alla società, alla correttezza nei rapporti, al rispetto, al pensiero autonomo, alla comprensione e all’accettazione dell’alterità, alla coscienza di potere e dovere concorrere non alla propria affermazione, o non soltanto, ma anche al benessere collettivo. (Argomento peraltro soavemente presente nei principi fondamentali della Costituzione all’articolo 4 per gli amanti delle difese costituzionali)

 

Di fronte a questo i risultati e la conoscenza rappresentano solo una parte;  nomi, date, opere, lingue, operazioni, argomenti e quanto si discute nell’ora di lezione sono una metonimia dello sforzo di apprendimento e la forma concreta della specifica formazione della personalità intellettuale, affettiva e morale degli studenti, la scuola opera con queste forme, e non può che avere queste pena il rinnegarsi completamente in ogni ruolo e funzione, ma il fine è nella formazione, se appunto pensiamo a una scuola realmente produttrice di eguaglianza e comportamenti positivi.

 

Come possono gli studenti del liceo Visconti (o quelli di altri licei simili) sviluppare queste capacità e questo pensiero, apprendere come tenere relazioni con una società complessa, conoscere e capire gli altri se negli anni della scuola altro intorno a loro non c’è? Più volte in diverse pagine del rapporto è richiamata la capacità degli studenti di comportarsi in maniera corretta e inclusiva (segnatamente al paragrafo 3.2 e 3 di cui prima pp. 50-54) ma la domanda che a questo punto sorge spontanea è: corretti e inclusivi nei confronti di chi?

 

Quanto è più facile includere chi ci è simile, chi già per la sua condizione è accomunato a noi! Certo la scuola è inclusivissima per chi ci entra, anche dietro a quel portone sono tutti uguali, ma non è questa credo l’uguaglianza che volevamo per la nostra scuola né quella che volenti o nolenti, potessimo schierare tutte le flotte, gli eserciti, i mercenari, i campi di detenzione e le barriere di cui siamo capaci, il futuro e la storia potranno permetterci. Il resto sono illusioni da fascistelli di mezza tacca.

 

Cari ragazzi, nella vostra scuola non ci sono cittadini non italiani, provenite per lo più dallo stesso contesto sociale, non avete in classe o non incontrate in corridoio disabili, quanto più difficile per voi sarà sentirvi corresponsabili verso ognuno di questi? Non potete aiutarli, non dovete organizzarvi con loro, non avete tutti i giorni l’obbligo di rispettarli, ma allora li rispetterete?

Cosa potete apprendere dell’altro se è un altro che non incontrate mai?

 

La questione sembra affidata all’insegnamento della religione cattolica, quella che tra le altre cose sostiene a gran voce che le categorie la cui assenza favorisce il processo di apprendimento sono le più vicine a Dio, il quale evidentemente è un po’ che non passa del tempo tra i banchi e la cui ignoranza deve essere risaputa viste le condizioni. Accanto alla religione cattolica simili funzioni pedagogiche sono svolte da progetti relativi ai Diritti Umani come si diceva e qui sorge immediata un’altra domanda: dov’è questa umanità cui appartengono questi diritti e cui sono spesso negati? Nel liceo Visconti è evidentemente un’umanità da telegiornale senza volto e senza forma e a quanto pare ci si augura che sia proficuamente così, il piccolo problema che non si possa imparare ad amare l’umanità in astratto e che forse i diritti più lesi sono proprio per esempio quelli di chi non ha la cittadinanza, non conosce la lingua o ha qualche forma di disabilità e quindi non favorisce il  processo di apprendimento (anche dei Diritti Umani non scordiamolo!) non pare sfiorare la mente dei compilatori di rapporti. Per loro fortuna i rapporti li legge un ufficio del ministero e non Dostoevskij.

 

IL MESTIERE DELL’EDUCATORE

Se dunque l’assenza di diversità e disagio fa tutt’altro che favorire l’apprendimento e anzi lo inibisce nei suoi aspetti fondamentali di confronto con l’altro, di apprendimento delle capacità sociali e di una corretta e globale percezione del mondo in che senso si può arrivare a scrivere una frase del genere e come mai di fatti i risultati sono più alti?

 

Semplice in realtà, il liceo Visconti non è un liceo modello in nulla, potrà al massimo essere una scuola delle élites che è cosa ben diversa e spero presto un fossile storico: scuole come quella, senza disagi, omogenee, che non devono far fronte a nessuna difficoltà specifica e dove tutto sembra scorrere pacatamente dai tempi dei Gesuiti cui volentieri e pittorescamente chi ha steso rapporto si richiama più volte (a pag. 69 includendo la loro ratio studiorum tra i punti di forza della scuola!), sono terreni facili, dove il compito degli insegnanti è più semplice (e cionondimeno se hanno avuto parte nell’approvare questa idea di apprendimento e scuola è certamente in parte fallito) e gli ostacoli sono minori, dunque i risultati, dal punto di vista di una didattica intesa molto strettamente, sono più alti.

 

Le scuole da prendere a modello e con alti risultati dovrebbero essere oggi proprio quelle che con più energia e successo devono affrontare i loro compiti facendo fronte al disagio economico e sociale degli studenti, a classi multiculturali, alle esigenze di studenti con disabilità, quelle dove il corpo docente è flessibile e pronto a recepire i riflessi tra i banchi dei grandi cambiamenti storici e sociali che viviamo, cosa su cui per esempio la stabilità del liceo Visconti e le cui caratteristiche del corpo docente (anziano e scarsamente abile con le nuove tecnologie come si dice a pag. 24 del RAV) lasciano almeno dei dubbi.

 

Gli insegnanti, e qui sia chiaro non mi sto necessariamente riferendo a quelli del Visconti o di altro liceo implicato nella polemica, dovrebbero esserlo per più ampia convinzione e non solo per mestiere, oggi è requisito essenziale per affrontare in senso democratico e non regressivo e oppressivo le sfide a cui la società italiana è posta di fronte, dovrebbero ritenere prevalente, invece di quella che vediamo emergere dal guazzabuglio di questi giorni, l’idea di istruzione e di apprendimento complessivo e collettivo che vede la scuola portatrice di progresso sociale, integrazione e formazione della persona, purtroppo non è sempre così ma certamente i terreni difficili richiedono e producono insegnanti migliori e più adatti, a mio parere, dei terreni facili.

 

Tutto questo non appare dal RAV, ma a onor del vero per come è strutturato difficilmente avrebbe potuto apparire, altro motivo per cui ha davvero poco senso che la Fedeli minacci punizioni e faccia cadere teste per placare il popolo, simili sistemi vanno bene per un insieme di sudditi non per una repubblica del XXI secolo. Mi veniva subito da chiosare con la storia del vecchio Remirro de Orco e del Duca Valentino: «E presa sopr’a questo occasione, lo fece a Cesena, una mattina, mettere in dua pezzi in sulla piazza, con uno pezzo di legno e uno coltello sanguinoso a canto. La ferocità del quale spettaculo fece quelli populi in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi».

 

No. Se anche la Fedeli punisse con il licenziamento i presidi di tutte le scuole, se anche decimasse (si parla per assurdo) il corpo docente del Liceo Visconti, se si risalisse perfino al povero sventurato che ha avuto l’idea di scrivere quella frase per primo nel rapporto, se si trovasse perfino la mano di chi ha scritto la stupida difesa d’ufficio apparsa sul sito della scuola non sarei “satisfatto” né la dignità umana e civile sarebbe restituita a me e a tutti gli altri studenti invalidi, stranieri e in condizione di disagio di questo paese.

 

Voglio pensare di vivere in un paese civile dove le esecuzioni sommarie non risolvono nulla e non è quelle che dobbiamo chiedere né per quelle ci dobbiamo battere, non si tratta di lesa maestà della mia minorità o di quella di altri. Si tratta di capire come sia possibile fare in modo che nessuno mai sia spinto dalle condizioni a poter pensare di scrivere su un rapporto una frase di tale ferocia e barbarie; i rapporti, i sistemi di valutazione devono essere cambiati, si deve dare agli insegnanti la possibilità di svolgere pienamente il loro lavoro in ogni suo aspetto e punirli solo se non lo compiono. In questo senso è desiderabile che si muovano gli accertamenti ministeriali.

 

Gli insegnanti devono tornare ad avere rispetto degli studenti e del loro mestiere (cosa che purtroppo spesso manca), ed essere consci di rappresentare oggi la prima linea di una fondamentale battaglia di civiltà se crediamo nell’educazione, invece di scimmiottare i dipartimenti universitari cui hanno poco da invidiare, che hanno altra funzione e altri problemi, e che comunque non condividono quell’onore di essere allo stesso modo educatori e maestri. Il giusto riconoscimento sociale deve ritornare a essere proprio del mestiere dell’educatore.

 

A tale proposito occorre parlare della figura degli educatori, questi esseri misteriosi di cui mai si parla nella scuola e nel mondo dell’istruzione, sui quali per esempio nei RAV in generale non si trova nessun paragrafo apposito e che, to’ guarda che strano!, compaiono nelle classi quando ci sono dei casi di disabilità, DSA, BES o di disagio sociale, relazionale, familiare.

 

Nonostante si tratti a volte anche di figure di lunga esperienza e professionalità, con delle loro competenze specifiche che non riguardano solo, come si crede, l’assistenza allo studente bisognoso ma tutto il generale andamento della classe e l’insieme di relazioni nella scuola cui lo studente è iscritto e rivestano una funzione educativa speciale per tutti (non bisogna sottovalutare gli aspetti positivi e educativi in maniera diversa dalla lezione che può portare la presenza di un altro adulto in classe) sono spesso trattati con sufficienza e visti come figure di secondo piano e poco qualificate.

 

Le condizioni salariali e contrattuali in cui gli educatori lavorano sono spesso disastrose, il monte orario e la ripartizione delle ore tra i soci lavoratori (dato che spesso anche se non sempre i forti tagli ai servizi sociali da parte dei governi e delle amministrazioni locali hanno imposto il ricorso ad accordi con cooperative) è in costante riduzione e difficilmente una persona è in grado di mantenersi con il proprio lavoro.

 

Costretti ad adottare spesso improvvisate soluzioni di fortuna per fronteggiare situazioni problematiche nelle quali si trovano assieme agli studenti che assistono (non solo disabilità, ma anche disturbi psichici, di apprendimento e relazionali, situazioni di devianza, di abbandono o negligenza familiare), all’interno dell’istituzione scolastica una sinergia con le dirigenze, il corpo docente, le famiglie, le amministrazioni è spesso inesistente, anzi non di rado sono proprio gli educatori a dover agire non dove lo Stato non arriva, come si suol dire, ma dove ha proprio smesso di voler arrivare; così rappresentano l’ultimo filo che lega con civiltà una parte dell’umanità oppressa e in difficoltà all’altra (anche a quella che la opprime).

 

Per gli insegnanti e gli educatori il lavoro aumenta in mole e difficoltà, le risorse però diminuiscono e libertà e autonomia con esse, ma dunque io dico: da decenni tagliamo finanziamenti all’intervento sociale, ritiriamo l’iniziativa pubblica dal sostegno ai cittadini e alla convivenza, trattiamo la scuola come se fosse una fabbrica di lavoratori-merce per aziende, e non occorre che mi dilunghi tanto su questa retorica, sulle relazioni con la tanto decantata (purtroppo anche nei RAV e anzi sembra essere uno dei fiori all’occhiello di questo liceo) alternanza scuola-lavoro, (della quale bisognerebbe spiegare ai governi, ai ministeri e ai presidi che si tratta di una novità solo per gli studenti borghesi e che per quelli in condizioni disagiate è sempre esistita nella forma blanda dei lavoretti e purtroppo più spesso in quella feroce e violenta del lavoro minorile, dopo scuola e in nero cui ancora oggi in Italia molti studenti sono costretti) il metodo con cui vengono condotte le indagini statistiche e le attività di orientamento e la natura economico politica di tutte le riforme della scuola degli ultimi anni di qualsiasi governo, in proposito basti pensare che un paragrafo specifico sugli educatori o sull’apprendimento sociale e relazionale non c’è, mentre uno sul collocamento lavorativo campeggia in maniera estesa (al paragrafo 2.4), trattiamo poi gli insegnanti come i peggiori nemici della modernità, i responsabili della disoccupazione e all’occorrenza come una potente casta baronale da debellare e gli educatori come i netturbini della società che devono spazzare in qualche centro ricreativo tutto l’immondezzaio umano che il bravo cittadino borghese non vuole vedere per strada e soprattutto che non vuole avere intorno mentre si forma e si costruisce una carriera e poi ci lamentiamo e facciamo la faccia candida e stupita, innalziamo i bravi vecchi striscioni democratici quando qualcuno, con fredda praticità e sincerità da burocrate nazista, dice una mezza verità nella lingua che gli hanno insegnato essere vera?

 

Qual è questa mezza verità? Che senza stranieri, senza poveri e senza disabili in una scuola certe cose vanno meglio, la verità intera è che questo l’abbiamo voluto, che negli anni chi poteva e doveva operare e decidere ha operato e deciso perché oggi non potesse che essere così.

 

I DISABILI E LA SCUOLA

Molte cose sono preoccupanti dei discorsi che a questo punto riguardano i disabili in merito a queste mezze verità dette e alle più ampie e ben altrimenti orribili verità sociali cui alludono, posso dire a metà tra la confessione e l’ammonimento che è proprio in questo silenzio e in questo parlare mai scevro da interessi e secondi fini del tema della disabilità che io sento soffiare un orribile vento di Terzo Reich  da molto tempo.

 

Nessuno ci assicura e anzi sono una minaccia presente e un cupo segnale sul futuro i continui tagli, le aggressioni allo stato sociale e l’indifferenza generale in cui i disabili sono tenuti: nessuno nemmeno in campagna elettorale si premunisce di comprarci, non valiamo nemmeno una promessa falsa e ricordo con spavento che persino la più radicale delle formazioni politiche che si fronteggiano si è “ricordata” di parlare della disabilità solo dopo un’imbarazzante telefonata in diretta che ha gelato un’assemblea intera, dopo che qualcuno forse si era sentito umiliato come me alla polemica di cui si parla.

 

I disabili sono un problema e basta. Il mondo della scuola ha dimostrato ampiamente anche con questo ultimo episodio di non fare virtuosa eccezione, ovunque c’è silenzioso imbarazzo e impreparazione, la storia di come io abbia in persona provato mille volte questi fatti non è tema di questa lettera per due motivi, il primo è che non si tratta di una lamentazione, il secondo è che non voglio e non si deve in nessun caso dare l’impressione che esistano disabili di serie A meritevoli di ascolto, aiuto e integrazione e disabili di serie B che sono semplicemente al massimo tristi casi persi, nemmeno se il discrimine tra questi fossero la parola e la ragione.

 

Per millenni abbiamo favoleggiato di dei e demoni, di miracoli agli storpi e di baci ai lebbrosi proprio perché continuiamo a essere impreparati socialmente ad affrontare la disabilità. La prima domanda che io mi sono posto è ma perché non ci sono disabili al liceo Visconti? Probabilmente a nessuno dei lettori, a nessuno dei prodi giornalisti, a nessuno dei nostri innumerevoli difensori d’ufficio del venerdì pomeriggio, forse nemmeno al ministro sarà venuto in mente di porsi questa domanda, erano tutti troppo intenti a discutere se si stesse effettivamente meglio o no senza disabili per chiedersi dove fossero finiti. Tutto ciò mi fa tristemente pensare che se domani la mia classe di concorso passasse da A 12 a T 4 nessuno ci verrebbe a cercare e che i critici troverebbero altri elementi di disturbo e i difensori altri da difendere (magari nell’ordine gli zingari, gli omosessuali, gli ebrei per dire), la Chiesa altri jackpot di buone opere e  anche il buon Dio con tutta quella ressa di gente presso di lui forse si sgranchirebbe un po’ le gambe.

 

Ebbene udite l’arcano è in parte svelato: se il probo giornalista democratico e antifascista avesse letto oltre pagina 2 (tutte le citazioni riportate da giornali si riferiscono esattamente allo stesso trafiletto sulle caratteristiche generali di pagina 2) e si fosse spinto fino all’ardua pagina 18 avrebbe letto che: «L’importanza storico-artistica dell’edificio, costruito come sede del Collegio Romano dei Gesuiti nel 1583, determina un vincolo posto dalla Soprintendenza per le Belle Arti e Paesaggio e, conseguentemente, una non modificabilità degli ambienti. Alcune aule risultano troppo piccole e, in particolare, è stato necessario adattare due ambienti più grandi alle attività di scienze motorie non possedendo una palestra in sede. Il rispetto delle moderne norme della Sicurezza è possibile per lo più solo in deroga, così come il superamento delle barriere architettoniche. L’acquisizione di nuovi locali che consentissero anche di accogliere le crescenti domande di iscrizione, sarebbe pertanto molto auspicabile, fatta salva la permanenza nell’edificio attuale».

 

È rivelato il fatto ovvio ma dimenticato che i più vicini tra i figli di Dio ovviamente nel 1583 non beneficiavano della gloriosa ratio studiorum gesuitica e al massimo potevano sperare in un gesuitico esorcismo e ovviamente non ce lo hanno lasciato detto per il fatto che non sapevano né leggere né scrivere, ma qui mi fermo perché vedo già strisciare sinistramente verso di me un lurido rappresentante dei futuri handicap studies in literature pronto a offrirmi, qualora accettassi di essere sempre soltanto un disabile e che i disabili fossero sempre solo subalterni nell’essenza, una cattedra e un nome nel glorioso pantheon dei subaltern studies accanto ai gender che devono solo accettare che diversità e disparità vadano a paio e ai postcolonial che in fin dei conti devono solo essere sempre ex colonizzati mai liberi dal marchio del padrone, e capisco che se Lutero ha mai lanciato il calamaio al diavolo lo ha fatto perché ha visto un essere del genere.

 

Chiusa la glossa la situazione permane però, né dal 1583 i problemi sembrano risolti, è chiaro che non ci siano disabili al liceo Classico Visconti: una parte probabilmente sceglierà altre scuole più disposte e già meglio attrezzate per esperienze precedenti, l’altra probabilmente semplicemente non può entrarci! Se le barriere architettoniche sono superate, ed è da vedere come, solo in deroga al vincolo della soprintendenza e le aule sono piccole sarà poi facile la vita per chi deve spostarsi con deambulatori o bastoni? Saranno eliminate tutte le barriere architettoniche? Potrà entrare e manovrare una carrozzina grossa in aule piccole? Ci potrà essere almeno un locale di ampiezza sufficiente libero per i ragazzi con bisogni speciali o con handicap e ritardi anche psichici? E i bagni come saranno? Saranno tutti al piano e accessibili? Domande che un buon dirigente dovrebbe porsi, che un giornalista avrebbe potuto immaginare prima di saltare sul carro dei perdenti che è sempre il più facile da guidare, problemi che da un rapporto di autovalutazione al ministero in una Repubblica civile del XXI secolo dovrebbero apparire.

 

Anche altri tuttavia potrebbero concretamente essere i problemi che portano un disabile a non iscriversi (o i suoi genitori a non iscriverlo) al liceo Classico Visconti, ad esempio la quasi necessaria prosecuzione degli studi con la frequenza all’università che apre tutto un altro mondo enorme di problemi nel quale l’impreparazione e il buonismo profondamente disprezzativo sono forse anche maggiori, non è mio compito e intenzione discuterli qui, mi limito a fare un brevissimo e non esaustivo elenco: mancano programmi di orientamento specifico compatibili con le capacità residue o acquisibili da un disabile, non tutte le università possiedono un servizio per studenti disabili, i testi d’esame non sono completamente e ovunque disponibili per non vedenti, manca un’adeguata responsabilizzazione degli editori in questo senso, la preparazione degli operatori a volte può essere sommaria, le risorse economiche e il personale sono spesso in decrescita per tagli, i servizi di aiuto allo studio non sono organizzati per materie, i servizi di spostamento sono spesso precari e di fortuna, non tutte le aule sono accessibili, a volte il corpo docente è poco collaborativo, non tutte le strutture residenziali sono attrezzate, la conferenza che riunisce le università italiane per discutere le problematiche degli studenti disabili rimane inefficace e i suoi documenti lettera morta.

 

In questo edificante scenario di progresso e uguaglianza quale genitore iscriverebbe il figlio al liceo classico Visconti sapendo di dover andare incontro a tutto ciò e in aggiunta, e questo sì va come pubblicità di demerito eventualmente al liceo, sapendo che magari a Roma ci sono altre scuole più accoglienti e meglio attrezzate e preparate? In questo certamente il pensiero del RAV del Visconti non si discosta per nulla dall’atteggiamento maggioritario e largamente diffuso per cui si legge con tutta serenità a pag. 82 «Bassa appare la percentuale (4% rispetto al 9,4% nazionale) di gruppi di lavoro per l’Inclusione, ma, come si è detto altrove, nella scuola non si registrano casi di alunni diversamente abili e molto pochi sono i casi di DSA» senza preoccuparsi minimamente del fatto che un più ampio lavoro sull’inclusione probabilmente invoglierebbe ad iscriversi più studenti con disabilità, DSA e difficoltà di inclusione, ma certo magari per questioni di apprendimento e di livellamento verso l’alto forse per le politiche scolastiche sono preferibili i figli della borghesia romana che vengono anche da altri quartieri. Domanda impertinente: i disabili, gli studenti con DSA e in condizioni di disagio sociale di quel quartiere, se ci sono, in che quartiere vanno a studiare? Proprio nessuno fa il classico? O andranno in un classico migliore per le loro esigenze?

 

Questo modo di ragionare all’inverso, che pretende di reagire ad hoc senza curarsi del contesto e dei diritti di libertà di scelta imprescindibili, non cessa di lasciarmi stupito e amareggiato: di questo passo ci verranno forse a dire che i piani antincendio si fanno quando qualcosa prende fuoco?

 

Ad ogni modo stanti così le cose si possono decidere due strade: o decidiamo che non è affatto vero che omogeneità culturale e sociale e assenza di disagio e disabilità favoriscono l’apprendimento e decidiamo di prendere delle serie misure per contrastare la ghettizzazione delle classi e per garantire i diritti di tutti e provvedere ai bisogni, oppure c’è una palese contraddizione tra il sostenere che certe assenze favoriscono l’apprendimento (pag. 2) e il chiedere che vi siano locali più adatti e ritenere vincoli le barriere architettoniche (pag. 18) imputabile solo a una distrazione e a un’estrema burocratizzazione del processo di compilazione, fatto senza attenzione: a quel punto suggerisco a chi di dovere di salvare la faccia dicendo che mentre in plurime assemblee e commissioni, come giustamente ricordato oggi in difesa dagli studenti del liceo, veniva discusso e approvato il testo del RAV non aveva attenzione perché pensava al moroso, alla morosa, alla partita, alla cena in forno, alla gita della domenica; altrimenti la difesa burocratica approntata sul sito suona con queste parole: «Gentili signori, ho solo pensato delle scemenze, poi le ho solo scritte e dopo le abbiamo rilette, era il nostro preciso dovere».

 

Io per questo dico no, non è possibile, ragazzi miei non fatevi prendere dai sentimentalismi e dalle espressioni di routine sulle barriere architettoniche! Avanti sosteniamo le condizioni che favoriscono l’apprendimento! Anzi scaviamo un muro di cinta intorno alla scuola, mettiamo una porta sorvegliata con pedaggio (comodamente accettabile in linguaggio moderno come costo dei libri, dei trasporti, delle gite etc.) contro i poveri, poi già che ci siamo installiamo una mitragliatrice sul tetto (a salve per carità siamo antifascisti e democratici!) nel caso qualcuno di quei miserabili si trascinasse fin qui e pretendesse di farsi una cultura, studiate bravi ragazzi, i ritardati non vi ritarderanno.

 

In questa occasione emerge chiaramente una questione che la collettività non ama le si ponga davanti al viso: questi malformi, questi sventurati, che nonostante gli sforzi sociali per tenerli raggruppati e lontani ogni tanto fanno cucù, ricordano a tutti, loro difensori compresi, che il mondo è molto meno perfetto e ariano di quanto anche in una scuola e nei cuori di un popolo «antifascista, democratico, e interclassista» si amerebbe sotto sotto che fosse.

 

Quando poi addirittura uno di questi esseri ha l’ardire e, malgrado tutti gli ostacoli che democraticamente sono stati posti sulla sua strada, gli strumenti per prendere la parola e rifiutare di impantanare il discorso in fumi ideologici, per dire chiaramente che si tratta di un problema politico, di civiltà e dei costi che siamo disposti a sostenere e della società che vogliamo sviluppare non rimane forse altro che il silenzio imbarazzato di quell’assemblea. Non è forse lontano il giorno in cui si deciderà definitivamente (nei fatti si è già deciso che i disabili non sono affatto una priorità) che siamo un costo sociale troppo alto da pagare e che a conti chiusi non possiamo “favorire” lo sviluppo di questa comunità, per allora e intanto ci resta la consapevolezza che chi può deve lottare anche per chi non può e che nulla sarà oggi dato per nulla, ma che la lotta è politica se non vogliamo che una volta di più qualcuno confonda i nostri diritti con la sua carità, o li riduca a desideri per tutelare i suoi: io non ho forse la quinquennale esperienza della dirigente scolastica, né quella dei docenti a tempo indeterminato (tutto giustamente documentato a pag. 24), anzi probabilmente né io né altri futuri docenti della mia stessa leva avremo mai un incarico a tempo indeterminato vista la precarizzazione lenta e costante di tutto il corpo degli insegnanti in Italia, ma non mi risulta che il diritto allo studio (sancito dall’articolo 34 della Costituzione italiana e garantito ai capaci e meritevoli anche se privi di mezzi; lo stesso articolo si apre dicendo «la scuola è aperta a tutti») funzioni in modo tale che il diritto allo studio proficuo di uno studente inibisca il diritto di un altro. Dare soltanto adito alla possibilità di una simile interpretazione come “giustificata dai doveri professionali e dalle evidenze dei dati” è comunque una colpa.

 

CULTURA CLASSICA E CULTURA DI CLASSE

Se non si tratta dunque solo di essere «democratici, antifascisti e interclassisti» come invece da più parti e con affanno i dirigenti scolastici si sbracciano a dire, se prendiamo atto del fatto che non ci sono squadre di camicie nere che svitano i bulloni alle carrozzine agli invalidi e strappano le pagine dai dizionari dei non italofoni che si recano di buon mattino a scuola nei licei classici italiani a quale cultura, a quale tradizione si richiamano questi anonimi compilatori di rapporti?

 

Anche qui la paginetta del Visconti merita di essere citata per intero perché, devo dirlo, rappresenta un esempio di gustosa imbecillità:« L’Istituto ha chiaramente e da molto tempo stabilito la sua missione e le priorità educative, come ampiamente riportato nel PTOF che viene aggiornato annualmente. La missione consiste nel coniugare efficacemente l’antica tradizione educativa del liceo, diretto erede della ratio studiorum dei Gesuiti, saldamente ancorata ai valori della cultura classica, con le sfide del mondo contemporaneo cui è obbligatorio dare risposta. Le priorità sono quelle stabilite dal PECUP ministeriale ma da sempre avvertite nella scuola come irrinunciabili: tramite la cultura classica – che significa il Sapere senza steccati né separazioni tra discipline umanistiche e scientifiche – formare cittadini attivi con menti agili e flessibili, capaci di pensiero autonomo e critico, capaci di sviluppare competenze di innovazione e creatività». (pag. 69)

 

Tralascio la palese incapacità di rispondere alle sfide del mondo contemporaneo, sulla quale ho già detto abbastanza, e le difficoltà che (poveri loro) gli studenti borghesi socialmente e culturalmente omogenei incontreranno nel formarsi davvero un pensiero autonomo e critico. Voglio invece soffermarmi su quelli che sono, non senza orgoglio, rivendicati come i pilastri della cultura del liceo: la ratio studiorum dei Gesuiti quale «antica tradizione» e la cultura classica.

 

L’antica tradizione cui questo rapporto si richiama era certamente una delle più vitali e feconde dell’Europa Moderna, non per nulla i Gesuiti elaborarono molte delle loro conoscenze e dottrine pedagogiche quali precettori e docenti della nobiltà e delle monarchie europee, con molti progetti interattivi specialmente in ambito teatrale e oratorio, ma anche con sperimentazioni scientifiche. In questo senso possiamo stare tranquilli: ancora oggi la migliore ratio studiorum è a disposizione in chiave moderna per la moderna nobiltà che senza ostacoli ne trae profitto, tiriamo un sospiro di sollievo, l’antica tradizione è salva.

 

Ma di più! È depurata dalle scorie medioevali al fuoco della ragione illuministica, niente esorcismi, niente inquisizione né barbarie simili, anzi per chi ha problemi anche con il dogma è pronta la scatola vuota dei Diritti Umani dell’umanità senza volto e senza pericolo di compromissione morale dei giovani studenti con il disagio sociale.

 

Quando però si passa alla cultura classica le cose si fanno più complesse, più divertenti e per lasciare spazio alla fantasia persino l’illuminismo e i Gesuiti con la loro Trinità arretrano: cosa siano questi valori della cultura classica, come possano essere il veicolo del raggiungimento delle priorità enunciate nel PECUP, da  ex-studente di un liceo classico, devo dire davvero mi sfugge. A quali valori si riferiscono esattamente gli anonimi (e sospetto però purtroppo sul piano nazionale non tanto anomali) estensori del rapporto? Al politeismo o alla pederastia? All’abitudine a consultare gli oracoli? All’incesto? All’ubbidienza delle donne? Al valore guerriero? Usa forse in quella scuola che all’intervallo folle di ragazzi si strattonino cercando di strappare la merenda a un compagno caduto? Sono abituati a ridurre in schiavitù i gruppi di scuole rivali dopo le partire di calcio? Certo questo saldo asse educativo fondato sulla cultura classica spiegherebbe l’assenza di disabili meglio della mia sociologia e scagionerebbe ministri, governi, borghesia, preside, docenti: in perfetta tradizione pedagogica classica nel cortile del Visconti hanno eretto una rupe dalla quale gettano gli studenti disabili che fanno domanda di iscrizione, stupido io a non pensarci!

 

L’Italia si è lungamente cullata in un sogno di continuità con un mondo classico mai esistito per come lo si insegna. È ora di svegliarsi, oggi questa eredità è il più duro a morire dei miti fascisti e può ritorcersi contro di noi alimentando il razzismo dietro il velo della “diversità culturale” tra noi e gli stranieri, dovremo dunque spendere ore a comprendere il barbarico e violento mondo di Omero, sforzarci e compiacerci di sceverare tutte le implicazioni morali e umane dei crimini di Antigone e di Edipo e poi trattare come un selvaggio e un ostacolo chi non parla la nostra lingua e come un pezzente importuno chi è povero? In quale verso di Sofocle allora finisce la lode per chi difende le leggi non scritte della morale e in quale comincia quello per chi respinge chi in difficoltà non ha il permesso di soggiorno scritto?

 

Di eredità classica al Visconti (e in molti altri licei) resta soltanto l’aroma di democrazia censitaria che aleggia sulle note di pagina due riguardo l’appartenenza degli studenti del liceo «democratico e interclassista» alla medio alta borghesia romana. Lasciti gentiliani senza dubbio e della struttura selettiva e classista che quell’idea di scuola ha inteso proporre e ha concretamente prodotto; purtroppo invece della pedagogia umanistica e filosofica della scuola di Gentile lo sviluppo del capitale e della società, di conseguenza di ideologia della pedagogia, ha ritenuto lati migliori e strumenti più utili il classismo, la chiusura, il disprezzo per le attività manuali, i rigidi e orientati meccanismi selettivi.

 

La polemica contro il classico che data da qualche anno, e non è un caso che il problema del classismo affligga soprattutto il liceo classico, non è però soltanto una polemica interclassista o contro una vistosa rimanenza di un sistema che invece di essere residuo riprende forza ed estende le sue logiche all’insieme dei rapporti sociali, se così fosse sarebbe senza dubbio condivisibile come punto di una lotta anticlassista, ma ancora una volta il problema è più ampio di come sembra. La progressiva marginalizzazione del classico, le costanti polemiche sullo studio delle lingue classiche e la funzione delle discipline e dell’educazione umanistica della società traducono la svolta antiumanistica che da decenni lo sviluppo del capitale e la formazione della grande borghesia ha preso, oggi anche uno sciocco sa che chi vuole raggiungere o mantenere una posizione dirigenziale, fatti salvi gli studi di diritto, si dedica piuttosto a quelli economici, alle matematiche finanziarie, alla gestione aziendale o al limite alla pubblicità, alle branche più mercatologiche delle scienze politiche e sociali.

 

In poche parole la borghesia distrugge i propri stessi passati strumenti culturali perché diventati orpello inutile e di intralcio, i tentativi di difesa del classico, come appare evidente anche dai fatti del Visconti, non sono difese della cultura classica (che oggi può tutt’al più dare un paio di ragioni stupide all’anticapitalismo romantico e alla bohème di massa in cui vive solo la piccola borghesia), ma difese del processo di selezione come arma sociale, del metodo di studio come strumento di successo e del possesso esclusivo di un servizio di qualità cui va aggiunto il non più determinante ma ancora non ininfluente prestigio simbolico che la cultura classica in quanto tale e in quanto cultura disimpegnata rispetto alle concrete esigenze lavorative e di mantenimento ancora detiene in Italia.

 

Per questa ragione le ideologie produttivistiche e funzionaliste, il successo e la ricerca di prestigio e dominio si possono tranquillamente accoppiare, come avviene tra le righe di questo rapporto, con un pensiero classista di stampo tradizionalista: la borghesia distrugge sì i propri strumenti passati ma in qualche modo, in quanto passato glorioso, li monumentalizza e ne tiene lontano i socialmente disagiati e gli appartenenti alle classi inferiori, conservando da un lato il prestigio simbolico, dall’altro illudendosi di adattare in questo modo le vecchie forme culturali alle nuove esigenze di formazione e selezione delle classi dirigenti. Il costo umano di questa strategia è altissimo anche se non sembra e come sempre lo pagano gli esclusi.

 

Ora io da una simile scuola e da una simile cultura non posso vedere altro che prodotti studenti con una visione assai limitata del mondo, visione che però farà loro riconoscere nel mondo qualcosa in cui sono ampiamente legittimati alla ricerca del successo, alla competizione (alla quale sono stati preparati, esortati e abituati per essere vincenti) e al dominio proprio su quanti non hanno avuto, con largo profitto per il loro apprendimento, come compagni di banco.

 

CONCLUDENDO

Queste pagine mi sono costate, ma più mi costa ora ammettere che a questi mali, portati alla luce con particolare violenza dai fatti e dai dibattiti di questi ultimi giorni, soluzioni facili e immediate non se ne diano, perché ripeto che il male non sta nel Liceo Visconti, non si tratta di una polemica contro una scuola in particolare, e che la stortura sta nei gangli della società.

 

Suggerimenti immediati, questi sì si possono dare, sono anzitutto quello di non strumentalizzare polemiche e lotte per quello che non rappresentano e secondariamente di analizzare e studiare dettagliatamente la forma dei rapporti di autovalutazione e predisporne di nuovi e diversi più in linea con quella che dobbiamo ritenere una scuola progressiva, democratica e socialmente aperta.

 

Molti passi in avanti potrebbero essere fatti se invece di esaltare beceramente l’omogeneità sociale e culturale si programmassero classi socialmente e culturalmente miste come un qualcosa di ormai richiesto dalle condizioni storiche e dallo sviluppo sociale. Sarebbe davvero bello se il Visconti potesse essere all’avanguardia in questo e fregiarsene come vera risposta ai problemi della contemporaneità invece di accampare riferimenti idioti alla cultura classica e che altri licei classici d’Italia seguissero l’esempio.

 

Potremmo poi porci una serie di domande che non sono state poste finora e che sono capitali nel discorso: il diritto alla qualità dell’apprendimento di un appartenente alle classi meno agiate, di uno straniero, di un DSA e di un disabile sono tutelati al Visconti? E in Italia? Possiamo chiedere e come ai giornalisti di fare bene il loro fondamentale lavoro d’inchiesta oltre pagina 2?  Avremo mai un ministro competente che non giochi al sovrano e non faccia scudo alla scuola con la sinistra per distruggerla con la destra? Riusciremo e per quale via a far sì che le persone non insorgano arbitrariamente in difesa di non si sa quali principi di quali parti lese e lo facciano invece perché i principi siano chiari e le parti in grado di difendersi da sole? I dirigenti della scuola in questione oltre ai militari e ai giudici che campeggiano sorridenti nelle foto del sito della scuola incontrano ogni tanto gli assistenti sociali, le amministrazioni, le associazioni di genitori, di invalidi e di stranieri almeno nel quartiere per capire come mai i più bisognosi di assistenza proprio sembra che in quella scuola non si iscrivano?

 

Intanto potrebbe essere interessante che invece di blaterare di ratio studiorum, Diritti umani e cultura classica si impegnassero a rispettare un diritto, verificando che i locali siano adeguati e attrezzati e il personale competente per accogliere anche studenti invalidi e con disturbi e bisogni specifici se mai a qualcuno di loro venisse in mente di iscriversi lì o se anche soltanto un giorno uno di costoro volesse passare a sentire se per caso qualcuno ha intenzione di chiedergli scusa per aver pensato che fosse poi cosa legittima e da poco credere di poter tutelare i diritti altrui affossando i suoi e restituirgli pari dignità. O così che io, aspirante insegnante, che per la verità avendo acquisito una certa, come dire?, intimità con il Rapporto di autovalutazione del Visconti ha perso la voglia di insegnare ai suoi sceltissimi alunni, avendo voglia di entrare in quella scuola per stringere la mano alle persone che hanno prodotto una delle più impressionanti serie di idiozie perbeniste degli ultimi anni e nondimeno inconsapevolmente necessaria a dare una scossa all’aria e a portare in superficie un coacervo di contraddizioni, abbia almeno la certezza di poterlo materialmente fare.

 

Certo i fatti restano nella loro nudità, anche dopo un lungo discorso la vergogna rimane, non solo perché qualcuno ha scritto quello che ha scritto ma perché io ho dovuto scrivere queste pagine partendo dalla consapevolezza che, anche nel 2017 dell’Italia «democratica, antifascista, interclassista» esse non sono e non rappresentano senso comune. Il sentimento di estraneità è grande e forse sarò ancora tentato in futuro da qualche amico che mi consiglia per il meglio di agire come chi può prendere vantaggio, di fregarmene, di fare carriera, di non restare nelle scuole dove i ragazzi (tutti, anche gli altoborghesi romani) non capiscono e non apprezzano niente, di restare all’università.

 

Voglio pensare però, e lo penso con affetto verso le migliori intenzioni e persone che ho visto e vedo all’opera nel campo della scuola e dell’educazione: insegnanti, educatori, personale di servizio e tecnici, volontari, compagni, e che non sono la scuola che emerge dalle cifre harvardiane dei licei romani, milanesi, genovesi, che sarò pure un elemento di disturbo dell’apprendimento ma finché mi reggerò sul bastone vorrò lottare per non lasciare la scuola alla mercé di tali politicanti, governi, dirigenti burocrati e altoborghesi ansiosi di promozione e controllo e che almeno tra le mura di una scuola non solo ciascuno dia secondo le proprie capacità (come certamente faranno gli intelligenti alunni del Visconti) ma soprattutto a ciascuno sia dato secondo i suoi bisogni.

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