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I nostri tempi, tra complanari e ombrelli. Su Felici diluvi di Graziano Gala

Graziano Gala, nato nel 1990 a Tricase (Lecce), esordisce nel 2018 con questo Felici diluvi, edito dall’editore salentino Musicaos. Si tratta di una raccolta di quattordici racconti che Gala allestisce come un reticolo di strade – complanari, «strade per rimediare agli errori». La strada – il percorrere, il camminare, l’asfalto, la terra battuta – che conduce a un rimediare le cose della vita: è questo infatti il perno attorno al quale ruota la struttura del libro. Struttura: perché Gala, consapevole della necessità che specialmente oggi si ha nell’elaborare una raccolta di racconti (in un panorama in cui c’è da competere, ad esempio, con le tante copie vendute da I difetti fondamentali di Ricci e con le ristampe degli esordi dell’ultimo Strega Cognetti), applica la sua scrittura in un unicum coeso, fatto di riferimenti intertestuali, richiami stilistici, topoi ricorrenti. Felici diluvi si presenta dunque come una serie di storie che si tengono legate da numerosi aspetti. 

Il primo di questi aspetti a saltare all’occhio è la localizzazione delle storie: luoghi che ritornano e si ripresentano; luoghi che sono paesi e città del Salento o della Brianza, ma quasi mai chiamati con il loro vero nome – Inzago diventa Imago, Lecce diventa Feccia. Questo crea una griglia addirittura geografica, non soltanto tematica, nel quale l’autore è in grado di accompagnare il lettore, permettendogli di familiarizzare perfino con i momenti psichici di una certa collettività locale.   

La cosa che però ci permette di collocare con decisione il lavoro di Gala in un contesto all’altezza dei tempi è la decisione di creare un libro che abbia come tema la speranza – intesa come riscatto, intesa come rinascita, intesa come «uomo di cenere» montaliano. Non ci troviamo davanti a un libro di short stories (alla Carver o comunque alla americana) dove un particolare quotidiano fa da grumo fantasmatico pronto a esondare in una condizione endemica sociale e diffusa: in Gala troviamo un altro tipo di complessità, troviamo epiloghi, storie all’apice del loro climax che, al culmine della tensione – tragica – nonostante l’assenza di un qualsiasi deus ex machina, si concludono con un tonfo sordo. E mai sgradevole. In queste storie nulla si rompe per sempre. In sostanza: queste storie finiscono bene. Ed è questo il punto che più dovrebbe interessare nell’opera di Gala: ha deciso di scrivere (esordendo) una raccolta di racconti dove narra storie ai margini, di strada, di strade, sì, ma di strade e complanari che si ricongiungono tutte attorno a una vittoria, parziale o totale non importa. Le complanari percorse dai racconti di Gala conducono i suoi personaggi (e anche noi) a una vittoria, a un riscatto, a un uomo di cenere che in realtà è una fenice che rinasce: a un ombrello che, nella disperazione del disuso estivo, esulta disperato all’arrivo di un acquazzone – nell’ultimo, bellissimo racconto che dà il titolo alla raccolta.  

Se andassimo a raggruppare i personaggi di questi quattordici racconti ci troveremmo una sfilata di maschere da tempo immemore in cerca d’autore, che ora però l’autore lo hanno trovato. E questi personaggi – maschere, personae – dovevano essere raccontate: ne avevamo (noi) il bisogno. Un libro all’altezza dei tempi, ecco perché.  

E all’altezza dei tempi anche per l’aspetto tutt’altro che secondario – ci mancherebbe – dello stile. Gala è il massimo studioso di Cosimo Argentina, nonché suo biografo. Di Argentina, in Felici diluvi, c’è poco e niente. Questa è una denotazione imponente dello spirito che sostiene il Gala autore, ne traccia una indipendenza estetica non facile da raggiungere. Dello scrittore tarantino resta a tratti una vocazione al drappeggiamento “post-punk” e barocco (cioè quella tendenza a usare un lessico complesso in un’elasticità semantica postmoderna tutto tranne che idilliaca), ma per il resto qui assistiamo a un recupero del piacere della forma letteraria che è il racconto: anzi, la novella. Murakami e i suoi figli di Dio che danzano, con le loro psicosi urbane che non avrebbero mai voluto; Pirandello, finanche, con i suoi epiloghi che sono pseudo-bozzetti veristi agghiaccianti; ma specialmente – ed è qui l’altro punto che rende Gala autore all’altezza dei tempi – Calvino, Perec, Benni, Queneau, e gli altri scrittori che sanno come divertirsi.   

Anche quelle di Gala sono passeggiate narrative – non nei boschi di Eco, ma lungo strade, binari, complanari – che restituiscono un barthesiano piacere del testo. E in un’epoca come questa qui, in cui la pratica letteraria è obbligatoriamente intrecciata a un infinito intrattenimento o all’opposto impegno civile inesausto e quindi a una nozione stringente di utilità, la scelta di scrivere come scrive Gala è coraggiosa, tanto che questo autore, in un altro periodo, avrebbe rischiato di essere tacciato beceramente di formalismo spicciolo (rischio che corrono anche scrittori come Argentina). Ma invece Felici diluvi non è esercizio di prosa, non è una kermesse di racconti che semplicemente allietano la penna dell’autore: è un recupero della letteratura come gioco, quella letteratura analizzata recente da Federico Bertoni in un suo corso di Teoria della letteratura; una scrittura lontana dai lustrini dell’industria editoriale e dalla pesantezza delle tendenze letterarie pluridecorate che sicuramente non sono una risposta alle urgenze del mondo contemporaneo. Questo mondo contemporaneo dovremmo tracciarlo, percorrerlo, innervandolo di storie: questo, sì, questo è il recupero di cui dovrebbe occuparsi la letteratura contemporanea nella sua componente specificatamente creativa. E Gala lo ha capito.  

Andrea Donaera

Andrea Donaera (Maglie, 1989) è laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “Pens: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight ed è il direttore artistico di “Poié”, Festival della Poesia di Gallipoli. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia e il saggio "Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani" (L’Erudita, 2017).

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