I nostri 15 minuti di polarità

Gli animi non si placheranno neanche a breve. Nella sacrosanta volontà di non aggiungere ulteriori commenti agli ultimi sviluppi relativi ai fatti della nave Diciotti, spolveriamo un dettaglio. Mercoledì 22 agosto 2018, ore 21 circa: sulla home della pagina ufficiale Facebook di Matteo Salvini compare questo post:

Pare che per la nave Diciotti, ferma nel porto di Catania, la Procura stia indagando “ignoti” per “trattenimento illecito” e sequestro di persona.

Nessun ignoto, INDAGATE ME! Sono io che non voglio che altri CLANDESTINI (questo sono nella maggioranza dei casi) sbarchino in Italia.

Se mi arrestano, mi venite a trovare Amici? (Emoticon con largo sorriso a occhi chiusi)

#arrestatemi

Abbiamo conosciuto la questione in sé, la cronaca del fatto. Vengo a conoscenza di questo post tramite un amico Facebook che non ha condiviso direttamente il contenuto in oggetto, ma un commento (con screenshot) da parte di terzi circa la vicinanza del messaggio del leader leghista ad un preciso passaggio del discorso pronunciato da Mussolini alla Camera il 3 gennaio 1925:

Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.

Mussolini si rivolgeva all’assemblea all’indomani del delitto Matteotti, a margine di un omicidio gravissimo. Lo screenshot riportato da terzi e condiviso dal mio amico Facebook riportava pressappoco questo post di Matteo Salvini:

Pare che per la nave Diciotti, ferma nel porto di Catania, la Procura stia indagando “ignoti” per “trattenimento illecito” e sequestro di persona.

Nessun ignoto, INDAGATE ME! Assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.

Se mi arrestano, mi venite a trovare Amici? (Emoticon con largo sorriso a occhi chiusi)

#arrestatemi

Ho scritto “riportava pressappoco” perché in verità qualche ora dopo la sua condivisione, questo post è stato cancellato dal mio amico Facebook. Ho avuto il tempo di leggerlo, ma soprattutto di accedere ad alcuni commenti, i quali già svelavano si trattasse di un fake. L’accaduto: il post riportato da terzi aveva manipolato l’intervento originale di Salvini, aggiungendo quello stralcio del discorso di Mussolini per avallare la tesi secondo cui il vicepremier avrebbe riportato “virgola per virgola” il discorso tenuto dal capo del fascismo all’alba del regime autoritario. Era una bufala.

Orbene, facciamo il punto. Un mio amico Facebook condivide un post relativo all’intervento di Salvini, spesso untore di trumpesche fake news, laddove era esso stesso un rimaneggiamento del messaggio autentico. Finale: il mio amico ha cancellato il contenuto condiviso dopo pochi minuti, evidentemente accortosi dell’errore, magari dovuto alla fretta, all’impossibilità di verificare la fonte. Qual è la questione? Questo mio “amico digitale” non è una persona “qualunque”; è un uomo che personalmente stimo, è autore di libri, si occupa di letteratura contemporanea, opera nel campo della cultura. Può accadere uno svarione, si può inciampare in un tranello ben congegnato. Eppure mi ha scosso questo fatto di per sé non irrilevante. Mi ha scosso perché le accuse di pedissequo fascismo rivolte a Salvini permangono in molti altri post del Ministro dell’Interno relativi allo stesso periodo, ma stavolta citando l’originale, puntando il dito contro quell’“INDAGATE ME!” che resta di impronta mussoliniana. Ora, su una cosa non v’è dubbio: la simpatia di Salvini per il Duce, mai troppo celata. D’altronde è di appena dieci giorni fa un “Tanti nemici tanto onore” che non lascia molto spazio alla fantasia, e non c’è bisogno d’essere uno storico o avere un background culturale di prim’ordine. Su una seconda cosa non v’è dubbio: la manipolazione è un atto politico deprecabile, specie se col fine di suggestionare. E la condivisione di una informazione manipolata ad opera di coloro che non faticherei a chiamare “intellettuali” dovrebbe preoccupare nello stesso modo perché provoca un cortocircuito al quale occorre porre un limite e nei cui confronti bisogna porsi domande. Questo mio amico ha condiviso per esporre al suo pubblico. Certo, ho usato una parola troppo forte, forse inattuale: intellettuali. Veltroni il 29 agosto scorso su Repubblica ha aperto il suo intervento citando un “intellettuale di sinistra”, Luciano Gallino, conscio di usare “definizioni che sembrano diventate brutte parole”. Gioca a fare l’intellettuale lui stesso col pubblico dei suoi libri, film, ma sembra l’avvocato che Gigi Proietti interpreta in “Barzellette”: eufemisticamente “qua vinciamo noi; qua perdi tu”. Veltroni parla ai suoi e-lettori affezionati, non ne conquista nemmeno uno di più, sono gli stessi che per qualche ancora non studiata ragione pagano il biglietto per vedere al cinema la sua nuova opera invece che stare a casa a fare all’amore: forse persino perde una decina di e-lettori a favore del M5S. Testé qualche esempio:

Bisogna (mica io) inventare una forma originale di movimento politico del nuovo millennio(!). Solo Obama, come immaginammo (noi) nel 2008, è restato vivido nella memoria come esempio universale di coerenza programmatica e valoriale. Ma poi ha vinto Trump. Perché la sinistra o accende un sogno o non è (tu, voi). Perché la sinistra o è popolo o non è. (…) Per questo ho scritto oggi (io). (…) Nessuno perda tempo a strologare sulla ragione di questo scritto. È solo amore per la propria comunità e per il proprio Paese (io, mica voi!).

Anche il mio amico ha condiviso quel fake perché “o accende un sogno(/incubo) o non è”, è “solo amore per la propria comunità” digitale. La “viralità” della bufala ha avuto vita breve, pari alle “storie” con tette, culi al mare, pettorali e piatti gourmet, questione che derubricherebbe l’accaduto a gossip o sovraesposizione solare dell’io. Eppure sento ci sia dell’altro. E giacché il fatto coinvolge un “amico” di “cultura” (pure Veltroni lo è, no?) sento ci sia una deriva che porta giornalisti schierati contro la diffusione di fake news a condividere essi stessi notizie false create ad arte per screditare un “nemico”, celebre a sua volta per aver fatto della “caccia al nemico” la tigre di carta da cavalcare per arrivare alla vittoria elettorale. Insomma, stiamo affrontando l’avversario con le sue stesse armi. Mi viene in mente uno stralcio – a proposito di citazioni – da un libro di una certa rilevanza:

In Italia il termine «nazionale» ha un significato molto ristretto ideologicamente e in ogni caso non coincide con «popolare», perché in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, cioè dalla «nazione» e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento politico popolare o nazionale dal basso: la tradizione è «libresca» e astratta e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano.

A denunciarlo è Antonio Gramsci nei suoi “Quaderni del carcere”: non sono sicuro che sia nella libreria di Salvini, ma questa è retorica di basso livello (non sono sicuro nemmeno che la Isoardi possa spolverare una libreria in casa, ma questa è ironia di bassa Lega). Gramsci dice in verità un affare non nuovo, tanto da richiamare lo studio di un secolo prima di tal Ruggiero Bonghi, critico letterario, il quale scrisse un saggio dal titolo emblematico, “Perché la letteratura non sia popolare in Italia (1855-1856)” (SugarCo, Milano, 1993), in cui sostiene che i letterati

si sono organizzati da sé come a modo di casta; e non attingendo a quella, ch’io direi mente comune letteraria d’un popolo, non avendo coscienza dei nuovi bisogni delle menti moderne, scostando sempre più il loro stile dalla naturalezza, e la loro lingua da quella che sentivano parlare e che parlavano essi stessi [Veltroni usa “deflettere”, ndr], si sono in grandissima parte o persi in soggetti la più gran parte inutili per ogni verso, o gli hanno trattati senza saper dar loro nessuno interesse, ed hanno scritto, quasi sempre, in maniera insopportabile.

Cosa c’entrano i letterati con Salvini? E Veltroni? Nulla. Fino a quando i “letterati”, cioè gli uomini di lettere, non si interessano di e a Salvini, eppoi prendono a scriverne. Solo che un male mi pare rappresentare la causa principale del bias, del tilt sociale e culturale: l’incomunicabilità. È la stessa incomunicabilità denunciata da Gramsci e Bonghi anni or sono in rapporto a pubblico e scrittori. È la stessa incomunicabilità che – pare – ha portato al collasso il partito democratico alle ultime tornate elettorali (e che tuttora permane). È l’incomunicabilità dovuta alle bolle alle quali parliamo. I letterati parlano ai letterati, i lettori a lettori della stessa specie, gli architetti parlano con snobismo al massimo ai geometri, i poeti parlano poetese, quelli del piddì sinistramente a quelli che erano del piddì e adesso votano M5S, i giornalisti a chi?, Salvini ai salviniani, nostalgici del fascismo compresi. Il cortocircuito è la nostra sempre più evidente chiusura, l’incessante dialogo tra sordi. Il nostro parlare ai pubblici, al nostro pubblico di riferimento, al nostro stare su un palchetto di provincia con le assi scheggiate e il microfono col filo che spezza la voce elettrica. Quando scattiamo una foto col telefonino, pensiamo a una istantanea “social”; nell’attimo in cui fotografiamo un tramonto ci rivolgiamo a quelli che amano i tramonti: aggiungendo l’hashtag #sunset stiamo parlando a quanti cercano l’hashtag #tramonti, dimenticando magari quelli che nei loro post hanno scritto #natura o #poesia o #arrestatemi (i quali potrebbero, perché no, adorare i tramonti). Ci siamo scavati la fossa in mezzo alla nostra platea di uditori e lettori. Come metteva in guardia anche Umberto Eco nel suo saggio “Lector in fabula”, il target è un bersaglio che «coopera pochissimo: attende di venir colpito». Lo storico della comunicazione Armand Mattelart ha aggiunto che «Il percorso che conduce ai target segna le tappe di una cultura sempre più imperniata sul divertimento, indirizzata alle grandi maggioranze e fabbricata secondo norme industriali». Ecco chi si dimostra essere un intellettuale, chi scrive questo nel 1994 (“L’invenzione della comunicazione”, Il Saggiatore), 25 anni prima dei vari salvinismi o pentastellismi. Parliamo, in definitiva, se non a noi stessi, a quelli che crediamo uguali a noi, ai nostri io moltiplicati. Nella ricerca della nostra porzione, pure marginale, di popolarità abbiamo incontrato e generato la polarità. Ci prendiamo i nostri 15 minuti di po-polarità e poi torniamo alle nostre misere vite da arricchire di filtri magici instagram. “Quello che dovevo dire, l’ho detto”, invece era un’occasione per studiare, sfilare un libro dalla libreria, approfondire, che presuppone tacere per qualche ora, leggere intanto. Così facciamo il gioco di chi vorremmo combattere, arginare, lo aiutiamo a vincere perché al posto di impiegar tempo a racimolare prove per sbugiardarli, perdiamo tempo a schierarci nel nostro frame, fare la parte di chi ha sempre la cosa po-polare da dire al momento po-polare. Come Matteo Salvini. O Walter Veltroni.

Simone Di Biasio

Simone di Biasio è nato a Fondi, in provincia di Latina, nel 1988. È giornalista pubblicista e laureato in Comunicazione a “La Sapienza” di Roma. Ha esordito con la pubblicazione di Assenti ingiustificati (Edilet, 2013; prefazione di Claudio Damiani), insignito del Premio “I Tredici” del Centro di Poesia di Roma e del XXX Premio Alfonso Gatto per l’opera prima. Si occupa dell’ufficio stampa della rivista di poesia online Atelier. È socio fondatore e Presidente dell’associazione culturale Libero de Libero che ha ideato il Festival di poesia contemporanea verso Libero.

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