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“Guarda la vita che anonima fermenta”

L’indifferenza naturale di Italo Testa.

Nei corridoi dell’Università di Lugano un pomeriggio di giugno incontro Fabio Pusterla, mi dice che ha letto i miei articoli sul suo ultimo libro e sulla raccolta di Meschiari e aggiunge “se ti sono piaciuti quei due libri devi assolutamente leggere questo”; e detto ciò mi porge in gentile omaggio un oggetto delizioso, con una copertina in carta ruvida azzurrina decorata con foglie in varie sfumature di blu. Il titolo recita L’indifferenza naturale di Italo Testa, l’ultima uscita della collana da Pusterla stesso diretta per la Marcos y Marcos.

La raccolta poetica di Testa ha le due qualità che, a mio parere, una raccolta dovrebbe avere. La prima: una propria voce, coinvolgente e intensa, flessibile alle variazioni dell’animo e del contenuto eppure sempre riconoscibile. La seconda: un suo paesaggio, interiore ed esteriore, non nel mero senso del contesto o dello sfondo ma da intendere come l’insieme degli elementi che in interazione con l’io poetico danno alla poesia una sua vita propria.

Colpisce anzitutto il lavoro meticoloso sulla metrica e sulla rima. Si prenda ad esempio La lenza, tra le prime poesie del libro, costituita da quattro coppie di versi. I primi tre versi sono legati da ragioni metriche (sono dodecasillabi, il secondo e il terzo presentano anche gli accenti sulle stesse sillabe) e da un’assonanza tra il primo e il terzo. La fluidità di lettura che si viene a creare da questi fattori è strozzata dal quarto, un endecasillabo a minore che non è in assonanza col secondo; rima, invece, con il verso successivo. Dopo un sesto verso isolato a livello rimico (un endecasillabo a maiore lunghissimo, con tre sinalefi) abbiamo l’ultima coppia, legata in assonanza. Ricami simili sono ben frequenti nella raccolta di Testa, catturano l’attenzione e guidano la lettura. Si pensi, ad esempio, ai versi brevi e brevissimi raggruppati in terzine della sezione Campi d’acqua, praticamente al centro della raccolta, come una purificazione estrema all’epicentro, tra un brano di vita e l’altro, con metafore puntuali (“i container immobili / tra i pioppi neri / ansanti animali”, cit. da L’orizzonte intravisto…) e immagini come fissate su tela, sbalzate nella luce, “macchie di sole” (ibid.). Prima, la natura invasiva e pervicace della sezione Luce d’ailanto; dopo, il chiarore diffuso e placido della sezione Gloria e i gelsi. A contribuire alla formazione di quella specifica voce di cui parlavo concorrono anche altri elementi, quali la tessitura fittissima di rime e di assonanze interne, l’estrema variabilità dello schema rimico tra strofa e strofa, l’uso sapiente e calibrato, non eccessivo di chiusure ‘sentenziose’ in rima baciata, le ripetizioni di attacchi e i il reiterarsi di strofe identiche a livello metrico e rimico a creare effetti drammatico-corali.

Tutto questo dà talvolta alla poesia di Testa un’istanza rituale ed evocativa. Ma evocazione è un termine che va ponderato giacché questa natura sin da principio (e poi più volte lungo il libro) “fermenta” indipendentemente dallo sguardo poetico, prolifica in modi “insinuanti” e “clandestini”, proprio come gli ailanti la cui invasione è salutata con gioia caproniana di rime – caproniano, concettualmente, potremmo ritenere anche il distico “ancora spogli quando avanza il niente / nell’aria più lucida, e più demente”, e dunque la dialettica tra il nulla che avanza e l’accamparsi degli elementi reali, a schermo. Ma l’invasione naturale si declina lungo in libro in modi diversi, più o meno attraenti, e rispetto ad essa il soggetto poetico vive sovente processi di decomposizione, sfarinamento o polverizzazione. Il “vero” naturale, sempre di leopardiana memoria, che sembra emergere dal duplice processo non si offre infine in forme magmatiche o tempestose, ma in plasmatica trasparenza: “filtra l’immagine acquosa del vero” (cit. da Battezza le tue giunture nel blu…).

Eppure un contro-tema sembra delinearsi, che è quello del rapporto con una misteriosa figura femminile, al quale correlerei il tema della luce. Mi sembra infatti che la suddetta figura sia sempre accompagnata da una luce particolare, teatrale quasi (“ma la luce ti rivela nel mattino”, cit. da E non vedi), capace di farne risaltare il profilo nella sua ecceità. Uno strumento di amore e conoscenza contro l’indifferenziato naturale:

ecco, minima cosa spaurita

la luce che ti ferisce è anche gioia

non dimenticarlo, quando vedrai

del bicchiere che colmano i giorni

solo la parte vuota: i contorni

brillano di luce propria, la vita

divide il tuo letto anche quando vai

per una strada umida e ignota.

Salvatore Azzarello

Salvatore Azzarello: Salvatore Azzarello nasce il 23/08/93 a Termini Imerese (PA). Ha studiato Lettere moderne all’ Università degli Studi di Palermo e ora è laureando al Master in Lingua, letteratura e civiltà italiana presso l’Istituto di Studi Italiani dell’Università della Svizzera Italiana di Lugano. È stato semifinalista dell’edizione 2016 del Premio Rimini e ospite dell’evento “Lettere a un giovane poeta” dell’edizione 2015 di Parco Poesia di Rimini. Alcune sue poesie sono state pubblicate sul sito del festival. Le cose che esistono è la sua raccolta d’esordio.

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