Gilgi, l'amica ritrovata, è ancora una di noi

La censura, che arma a doppio taglio.

Il potere – quello totale, refrattario ai limiti e ai bilanciamenti – da sempre la utilizza nella speranza di ammutolire le voci fuori dal coro. Spesso però, la creatura si ribella al creatore e il bavaglio si trasforma in megafono.

Grandi romanzi, immediate censure, magari anche spinose vicende giudiziarie, e poi – immensa, futura e duratura – la fortuna. È andata così a Baudelaire, Galileo, Nabokov, Machiavelli, Rushdie, Pasternak, ma la lista è lunga, eterogenea e diacronica. Molti libri che ora ritroviamo sugli scaffali di tutti – quelli che si conoscono già, anche prima di averli letti, perché si sono depositati nell’immaginario culturale collettivo e lo hanno plasmato in maniera profonda – hanno dovuto affrontare il bivio della censura, imboccando la strada felice della visibilità.

In alcuni casi, per insondabili motivi, accade però che sulla lunga distanza la spunti il potere, riuscendo nel suo originario intento di zittire. Così, ci siamo dimenticati Irmgard Keun e del suo Gilgi, una di noi.

Un’edizione tedesca di Gilgi

Pubblicato nel 1931 in Germania, il libro ha un immediato un successo di pubblico, ma viene poi proibito dal regime nazista, con i primi roghi di libri del 1933. Un’edizione italiana esce per Mondadori nel 1934, in pieno ventennio fascista (altro potere poco clemente con i libri): è pesantemente rimaneggiata, tanto che la sua carica eversiva risulta completamente disinnescata. L’Orma editore lo recupera nel 2016 in tutta la sua interezza, con una traduzione di Annalisa Pelizzola.

Nel leggerlo adesso, con lo sguardo privilegiato del dopo, non sorprende che la censura lo abbia fatto a brandelli.

Siamo a Colonia, in Germania. La Repubblica di Weimar emette i suoi ultimi sussulti mentre Gilgi ha ancora tutto da vivere. Ventun anni, alle spalle una famiglia borghese, noiosa ed ipocrita, di vecchi ideali e di vecchi costumi, Gilgi – soprannome sbarazzino e vita sottile – incarna qualcosa di totalmente nuovo. Ascolta musica jazz, bacia i ragazzi senza volerli sposare, si guadagna da vivere come stenografa, frequenta corsi di inglese e di spagnolo, si paga l’affitto di un piccolo appartamento. È una flapper, la nuova donna del dopo-guerra. Diffida dai grandi ideali astratti – il socialismo libresco dell’amico Pit, il nazionalismo aggressivo che si respira dappertutto in Europa, quel patriottismo di facciata che fa la polvere insieme ai soprammobili in casa dei suoi genitori, che presto scoprirà essere adottivi.

La sua vita è un pendolo che oscilla tra gli estremi di lavoro e divertimento: si tratta di fare bene il primo per poi potersi concedere il secondo – tutto il resto è una perdita di tempo. A guidare ogni sua azione sono il mantra dell’indipendenza, soprattutto economica, ma anche emotiva, e il supremo comandamento della praticità. Fantasticare, dunque, ma con cautela, perché Gilgi sogna piano, nei limiti di un perimetro possibile, anzi più che sognare programma, progetta, risparmia.

Nell’incipit è quasi antipatica tanto è impostata, e “la tiene stretta nelle mani, la sua piccola vita”. Il problema è che dalle mani le scivola, a pagina settanta circa, quando incontra Martin Bruck, scrittore bohémien e perdigiorno presentatole dall’amica Olga.

Una giovane Irmgrad Keun

Anche Martin, all’inizio, è un personaggio che può risultare piuttosto antipatico perché tipizzato: gira per la città con il naso all’insù e senza meta, con sotto braccio Gilgi, a cui invece piace camminare solo se “sa dove andare”; sperpera denaro e accumula debiti perché insegue i piaceri immediatamente accessibili, mentre Gilgi segna i marchi in entrata e in uscita sul taccuino; ha la presunzione di poterle insegnare il bello, mentre lei vede solo l’utile.

In mezzo, un amore così ingombrante da occupare tutta la distanza caratteriale tra i due, una distanza misurabile grazie ai ficcanti guizzi stilistici con cui la Keun spesso ci delizia (“Lascia perdere gli antichi greci, Martin, andiamo a comprare la stoffa”).

Quasi fino all’ultimo, sembra proprio che siano gli antichi greci ad avere la meglio sulla stoffa e che Gilgi si faccia snaturalizzare da un sentimento più forte di lei. Non ho più nessun limite e nessuna volontà”, confessa all’amica Olga, “all’improvviso non posso più garantire per me stessa. Mi credevo infinitamente sicura e protetta nel mio amore. E adesso proprio questo amore mi ha disarmata, mi ha lasciata senza alcun difesa, sono in balia di tutto e di tutti”.

Presa in contropiede, Gilgi si dimentica di sé, si adatta alla vita di Martin con un’arrendevolezza d’argilla. Perché Martin non era previsto: non è solamente un amore, ma la falla nel piano, lo scarto tra la vita pensata e vissuta, un magnifico intoppo che costringe a riconsiderare e ridiscutere. Martin è la porta del romanzo su una miriade di altre stanze, un vero e proprio espediente narrativo (e quanto è bello e raro che sia un personaggio maschile ad essere sacrificato in questa funzione!), è la miccia che innesca in Gilgi un’irrequietudine pericolosa quanto necessaria.

Eugenio Montale, che con le donne in carne ed ossa non ci sapeva fare per niente, eccelleva però nella resa poetica delle loro più profonde condizioni psichiche. A due riprese, tra il 1928 e il 1939, scrive una poesia per Dora Markus, giovane ebrea austriaca che lui non ha mai conosciuto di persona. La lirica confluirà nella sua seconda raccolta poetica, Le occasioni.

La Dora di Montale, proprio come Gilgi, è incastrata in quel periodo di transizione tra i ruggenti anni venti e il 1939, annus horribilis. Sono irrequiete, le figlie di quell’instabile parentesi , di quella che “non è una pace, è una tregua che durerà vent’anni”, sono argento vivo in un’incubatrice di contraddizioni, dove l’emancipazione della donna si scontra con l’inasprirsi dei nazionalismi e il consolidarsi dei totalitarismi. Montale, nel descivere Dora, ci parla anche di Gilgi quando dice: “La tua irrequietudine mi fa pensare/ agli uccelli di passo che urtano ai fari nelle sere tempestose:/è una tempesta anche la tua dolcezza”.

Gilgi, prima di Martin, aveva per la vita un libretto di istruzioni preciso, una lista scritta senza basarsi sulla prova dell’esperienza. Era tutta una regola senza alcun rodaggio, un po’ come quella Costituzione di Weimar così splendida sulla carta e così fallimentare nella sua applicazione. Non fatevi ingannare dalla copertina rosa: questo non è (solo) un romanzo d’amore, ma di formazione (un bildungsroman, direbbero gli esperti), se per formazione si intende l’attraversamento, la prova, l’aprirsi dell’occhio sul mondo esteriore e interiore, l’aprirsi della mano sui mondi degli altri, per sondare i limiti delle cose e conoscerne gli estremi, collocarsi, prendere una direzione piuttosto che un’altra.

Questa operazione di scandaglio morale e di spulatura emotiva, Gilgi non la compie solamente sul suo personale sentimento, ma su questioni altrettanto pregnanti, se non di più. Tocca la maternità e l’aborto, la politica e il patriottismo, la povertà ed il lusso, le disuguaglianze sociali e il lavoro, addirittura la religione.

Lo fa – ed è la marcia in più, il vantaggio della grande letteratura creatrice di mondi sulla storia raccoglitrice di resoconti – attraverso l’incontro e il confronto con personaggi ben riusciti (Olga, il vecchio amico Hans, la signorina Täschler, la signora Greif, l’amico Pit) tutti significativi, portatori di modelli di volta in volta da imitare, da correggere o da ricusare, sempre comunque godibili da un punto di vista letterario.

La Keun si esibisce in freschi impressionismi, si inventa con le parole immagini parlanti come “Un qualche dio di buon umore le ha sigillato l’anima con un tappo di spumante” o “I miei indici sono tutto quello che mi hai lasciato di me stessa”, ha un andamento allegro, possiede un’estrema modernità, dimostra un’adesione alla realtà concreta delle cose, riconducibile non solamente alle prove meglio riuscite della Nuova Oggettività tedesca quanto a un dono naturale, a un talento narrativo sempre attuale: a leggerla, se non fosse per i riferimenti temporali interni, non verrebbe mai in mente il lontano 1931.

Per come è scritto e per quello che dice, per una rilevanza di fondo che ci risuona dentro quando leggiamo, come una sorta di riconoscimento, una somiglianza tra il suo passato e il nostro presente, tra noi e lei, Gilgi è un personaggio che – pur essendo fortemente ancorato al suo tempo – è anche completamente fuori da esso, perchè gli è sopravvissuto e lo ha superato.

Agli editori de L’Orma – filologi militanti, infaticabili rabdomanti di piccole perle letterarie – va il merito di aver recuperato Gilgi dalla cenere dei Bücherverbrennungen, e di averla riportata sui nostri scaffali, dove certo non sfigura tra Anna Karenina ed Emma Bovary (entrambe donne di carta con destini editoriali complicati dalla censura), anzi spicca come un modello femminile diverso. Non verrà ricordata per la sua patologica passione per i libri o per una brutta fine con il veleno o sotto un treno, ma ha il grande merito di andare oltre alla sua montaliana irrequietudine. Perché se è vero che, a causa della censura che l’ha fatta cadere nell’oblio, il romanzo della Keun ha perso l’occasione di conquistarsi la validità perenne dei grandi classici che forse avrebbe meritato, possiede anche qualcosa che Anna ed Emma non hanno: la cosa incredibile, di Gilgi, la sua cifra davvero rivoluzionaria, è che non muore.

Non un’eroina tragica e distante a cui guardare con un vago incantamento, dunque, che suscita una disperazione e un’immedesimazione tutte letterarie, ma un’amica ritrovata, in cui possiamo davvero riconoscerci, in cui possiamo trovare la forza per rimanere ben incollate con le suole al nostro presente anche se non ci piace, perché “È così meschino imprecare contro il proprio tempo! È il mio tempo! L’unico in cui vivo. Prima o dopo, il tempo è sempre il tempo. Adesso per me il tempo è importante, mi appartiene – non bisogna lamentarsi del proprio tempo, e non basta rassegnarsi: bisogna stare dalla parte del proprio tempo”.

 

 

 

Camilla Marchisotti

Camilla Marchisotti, classe 1993, è cresciuta tra Torino, Ivrea e Aosta. A Torino ha vissuto per un certo periodo nella stessa via di Natalia Ginzburg, e questo non le sembra di certo un caso. Anche perché il lessico familiare (e tutto ciò che ne compete) è il campo d’azione della maggior parte delle sue follie.

Una tra queste è la decisione di lasciarsi alle spalle due anni di Giurisprudenza all’Università di Torino, per spostarsi a Bologna a studiare Lettere Moderne.

A suo dire Bologna l’ha resa una persona ancora meno costante perché passa le giornate a peregrinare da un’attività ad un’altra: lettura, scrittura, studio, lezioni, lunghe passeggiate, cinema e fantasticherie varie.

Sempre in movimento tra attualità e letteratura, è stata per molti anni parte attiva dell’associazione Libera, e le alcune sue fantasticherie sono state pubblicate dalla rivista online “404 – file not found“. Tra le sue passioni più recenti Annie Ernaux e le poesie di Patrizia Cavalli. Tra quelle meno recenti, la Costituzione, che continua imperterrita a citare.

Quando non è impegnata nelle sue mille attività, è facile trovarla a cercare qualcosa. È infatti solita perdere le sue cose ovunque, soprattutto nei posti che la fanno sentire a casa.

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