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Gentile Viviani: due lettere aperte.

Nella convinzione che scrivere a proposito di un libro sia sempre un atto di servizio nei confronti dell’autore e del pensiero in genere, riportiamo di seguito due lettere aperte a Cesare Viviani, scritte da due giovani lettori e autori di poesia, in riferimento al suo breve saggio La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… (Il Melangolo, 2018). Chi scrive è dell’idea che la salute di una comunità dipenda in larga misura dall’attitudine alla dialettica: è perciò che, con la stima e il rispetto che si devono a un poeta, esprimiamo le nostre riserve sul libro, animati dalla speranza che esso favorisca un’ulteriore aggregazione di voci, di assenso o di dissenso, specialmente tra i giovani poeti. Ricostruire un discorso collettivo significa anche dotarsi della pazienza necessaria a leggere e a sviluppare riflessioni che trascendano la dimensione del post Facebook e riservino uno spazio più congruo al dibattito sulla causa comune.

 

Gentile Viviani,
sono un giovane lettore di poesia, appartenente a quella generazione di «ventenni e trentenni» su cui lei si è espresso con accenti molto critici nel suo breve libro La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…, tacciandoli a più riprese di narcisismo e d’incultura. Malgrado alcune osservazioni prudenziali, atte a rassicurare i pochi giovani incorrotti, l’impressione generale è che il libro sia un atto di condanna esteso a un’intera generazione. Scrive a p. 48: «Questo libretto non sarà bene accolto dai poeti giovani e meno giovani. […] Chi ne scriverà con accenti di approvazione sappia che rischia la simpatia e la protezione di quei critici ed editori che invece per varie ragioni – personali o pubblicitarie – puntano sulla poesia di oggi, quella dei versificatori.» Trovo che in queste parole si annidi un ingiusto sottinteso, in base al quale lei identifica il giovane poeta virtuoso con quello che legge il libro senza batter ciglio, accogliendo – insieme alle molte osservazioni belle e preziose sulla poesia – anche le critiche più dure al suo indirizzo; e il versificatore con l’altro, il lettore insoddisfatto, quello che non rinuncia al proprio spirito critico di fronte ai contenuti e ai toni del libro. Militerò di buon grado fra i «versificatori», se ciò comporta il diritto a una cordiale replica.
Le sue riflessioni intorno alla parola e alla solitudine del poeta sono ricche di senso, sebbene non risultino nuove a un lettore di Rilke (e i lettori di Rilke, tra i giovani, sono più di quelli che crede; tra coloro che stimo c’è anche qualcuno che lo ama tanto da avergli dedicato un lavoro di ricerca); neppure è una novità l’esistenza di poeti, «giovani e meno giovani», che tentano di assoggettare la poesia alle ragioni del successo individuale (invano, perché – come lei opportunamente osserva – simili pretese finiscono per urtare contro una società che non tiene i poeti in alcuna considerazione). Quel che trovo ingeneroso, invece, è il tono di disillusione che la induce a liquidare un’intera generazione, fornendone una rappresentazione parziale e inesatta: gli unici nomi che ricorrono nel libro sono quelli di autori che lei ritiene eccezionalmente degni della sua stima; al contrario, i nomi dei cosiddetti «versificatori», che costituirebbero la regola del sistema dominante, sono passati sotto silenzio: il rischio è che il lettore attribuisca a queste figure senza volto i nomi di autori che giudica approssimativamente rispondenti alla descrizione, rimanendo così prigioniero di affezioni e antipatie personali, anziché essere agevolato nella comprensione di dinamiche reali.
Afferma a p. 13 che «la maggior parte dei poeti più giovani, dai ventenni ai quarantenni, non valorizza il lavoro di noi più anziani. Ci hanno letti solo nelle antologie o su internet. Noi, “ai nostri tempi” e modi, abbiamo letto tutti i libri, dalla prima all’ultima poesia, dei poeti più anziani.» Su quali basi si regge un’affermazione così radicale? Le modalità di lettura sono certo cambiate rispetto a qualche decennio fa, ma posso assicurarle, dal canto mio, che quasi tutti i giovani poeti di mia conoscenza hanno letto molto non solo di «Luzi o Zanzotto, Sereni o Giudici, Raboni, Porta o Pagliarani», ma anche dei poeti della sua generazione; e che ciascuno seleziona, secondo i propri interessi e la propria combinazione spirituale, riferimenti e guide diversi. D’altronde coloro che non sono avvezzi alla lettura non leggeranno verosimilmente neppure questo libro, che così perderà ogni ragion d’essere.

Se chi scrive offre un campione attendibile per comprendere la comunità dei giovani poeti, sappia anche che sono un suo lettore: Credere all’invisibile è stata una delle mie prime porte d’accesso alla poesia contemporanea, alla fine del liceo; e i testi che leggevo qualche anno più tardi a un incontro di giovani poeti della mia città, Catania, erano tratti da Infinita fine.

Non v’è giorno che io trascuri la lettura dei poeti: mi sento ben lontano, però, dall’aver «letto tutti i libri», vanto che lei ascrive alla sua generazione; tanto più che, quando si nutre interesse anche per altre epoche o tradizioni letterarie, il numero dei poeti degni d’esser letti – magari in lingua originale – cresce in misura esponenziale: «leggere tutti i poeti» diventa allora meno utile che leggere alcuni poeti ben scelti, se è vero che «bisogna leggere la poesia con la stessa lentezza con cui l’autore l’ha scritta» (p. 27). Più d’uno – stenterà a crederci – sente ancora il bisogno di leggere non solo Hölderlin e Rimbaud, che lei menziona, ma anche Mimnermo e Sofocle, Lucrezio e Ovidio, Petrarca e Tasso; e ne discute pure, con i propri coetanei, molto lontano dalle pareti universitarie, talora proprio sulle piattaforme online che lei demonizza, perché «Internet produce in primo luogo chiacchiera» (p.68). Anche in questo caso, è bene che sappia che non tutti i giovani poeti aderiscono alla Rete con incondizionato entusiasmo; quasi tutti, invece, con riserve e inquietudini che il più delle volte vengono portate alla coscienza e comunicate agli altri.

Viene fatto di chiedersi, leggendo il suo libro, chi siano veramente i poeti giovani dei quali sta parlando: circoscrivere la critica, facendo i nomi, sarebbe un atto d’onestà verso una generazione che ha bisogno d’essere conosciuta prima d’essere processata; perché «se il pericolo maggiore […] è non leggere», «credere di conoscere un poeta per averne letto poche poesie su internet e in antologie» (p. 57), neppure i poeti giovani meritano questo trattamento. Quando questo sarà chiarito, allora si potrà parlare della necessità di «appartarsi» (p. 68); e forse ci apparteremo tutti, e cercheremo di capire se basta la provvidenza a tenere accesa la fiaccola della poesia e ad effettuare il passaggio di consegne.

C’è un secondo antidoto al narcisismo, che io trovo più efficace della solitudine e più difficile a insegnarsi e a praticarsi, vale a dire il dialogo: mettere da parte sé stessi, come lei giustamente ammonisce, ma aprire anche spazi di coscienza condivisa; amare i poeti in silenzio, ma leggerli anche insieme e imbastire dialoghi sui testi, propri e altrui; comporre – se necessario – in camera da letto o in ascensore, intrecciando però voci, visioni e sensibilità con gli altri; disporsi a sacrificare pregiudizi e comodi rifugi, governando la nave insieme per scongiurare la deriva. Nonostante un diffuso scoramento, dal quale non siamo esenti, io e altri ragazzi restiamo convinti che, quando due o tre giovani si raccolgono in nome suo, c’è da credere che la poesia sia in mezzo a loro.

Cordialmente,
Gianluca Fùrnari

 

 

«Cari giovani, non è questo il punto: il problema è che voi non avete letto nemmeno Luzi o Zanzotto, Sereni o Giudici, Raboni, Porta o Pagliarani».1

Gentile Viviani, come lei stesso invita a fare a p. 22 del suo libro La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…, citando il ben noto “se mi sbaglio mi corrigerete”, vorrei rassicurarla e, se permesso, correggerla riguardo alla sopracitata accusa di ignoranza. Io, appartenente alla generazione di «ventenni e trentenni» che lei condanna indistintamente e nel suo insieme, le confesserò che non solo ho letto Luzi e Zanzotto, Sereni e Giudici, Raboni, Porta e Pagliarani, ma che spesso mi sono trovato a discutere di questi poeti in folti e appassionati dibattiti con i miei coetanei, dal momento che — come lei ricorda giustamente a p. 26 — l’unico modo per imparare ad amare la poesia è «leggerne tanta, con intensità e lentamente». Anzi, le dirò che non c’è attimo in cui io non rifletta sulle letture che ho fatto; in cui non chieda pareri a poeti giovani e meno giovani; in cui non cerchi di fuggire dal palcoscenico infecondo dei rituali pubblici. Non troverà, infatti, neanche un verso pubblicato a mio nome né in volume, né in rivista, né online in quanto, già da tempo, condivido con lei l’opinione che, almeno inizialmente, «sarebbe meglio consegnare a mano 10-20-30-40 copie» (p. 25) alle persone che stimiamo e delle quali ci interessa un giudizio critico.

La meraviglierà sapere che — in linea di massima — sono totalmente d’accordo con quanto lei scrive. Pur ammettendo che nulla di ciò che ho letto nel suo libretto mi ha sorpreso, in quanto pane quotidiano per chi si occupa di poesia (o almeno cerca di interessarsi a questa), c’è da ascriverle il merito di aver detto, o meglio ripetuto, interessanti concetti, sebbene per nulla nuovi. D’altra parte: repetita iuvant. Il punto, forse l’unico, in cui mi trova in disaccordo, è quello in cui si scaglia in maniera piuttosto astiosa verso gli ipotetici oppositori del suo libro, specialmente quando descrive questa categoria con il generico “i poeti giovani”. Mi sembra, detto con tutta sincerità e con un pizzico di rammarico, un modo sbrigativo per mettere le mani avanti e creare una semplicistica quanto infondata analogia tra “i giovani” e “la fine della poesia” presente nel titolo. Sarebbe utile che lei pescasse delle carte dal mazzo ricco ed eterogeneo della poesia giovane e che ci desse degli esempi concreti su cui discutere, magari facendo dei nomi. Così come io sarei in grado di esprimere un personale giudizio sulla sua poesia, avendo letto la maggior parte dei libri da lei pubblicati, mi piacerebbe che lei offrisse lo stesso trattamento alla “poesia giovane”, per evitare di cadere nel tranello della parzialità che lei stesso depreca nel libro. Solo chiarendo questi punti, forse, si potrà placare la proliferazione degli «scriventi versi tutti bravi» (p.53) e si potrà ottenere una qualche coscienza sul lavoro che si sta svolgendo.

Per concludere, vorrei sperare che il suo «evitare le chiacchiere» (p. 65) non fosse frainteso con “evitare il dibattito” tout court. Se c’è infatti una reale necessità nella poesia contemporanea è quella di coniugare l’appartarsi del poeta (come lei ben evidenzia) con un dibattito che sia il più ampio possibile e che prenda le forme di una dichiarazione d’intenti. Solo così si potrà procedere verso una direzione precisa ed evitare che si scambino versificatori per poeti.

 

Gentile Viviani,
anche noi giovani le mandiamo un caro saluto, niente affatto adirati e angosciati dalle sue parole. Sappiamo bene quanto le critiche siano necessarie e salutari. Vorrei concludere anch’io con una frase di Seneca, come fa lei nel suo libro. Se è vero, infatti, che senza spaziare nelle opere di chi ci ha preceduti non avremo che il tempo della nostra vita, è anche vero che “finché vaghiamo a caso, senza seguire una guida, la vita si consumerà breve e tra gli errori”. Il mio invito ai giovani è dunque quello di decidere dove voler andare “non senza seguire un esperto che già conosca la strada”, mentre l’invito alle guide è quello di girare indietro la testa e controllare, di tanto in tanto, che la carovana non si perda per la via.

Cordialmente,
Lorenzo Di Palma

 

 

 

1 C. VIVIANI, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…, Il melangolo, Genova 2018, p. 13.

Lorenzo Di Palma

Lorenzo Di Palma è nato a Chieti nel 1995. Frequenta il corso di laurea in Lettere Moderne e collabora attivamente con il Centro di Poesia Contemporanea dell' Università di Bologna.

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