Focus Orizzonti

Due dei temi particolarmente cari alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, edizione numero 75, sono quelli della dittatura (con annessi colpi di Stato) e della guerra permanente. Diversi sono i paesi interessati, diverse le angolature, differente è la disposizione d’animo dei registi.

Se The Announcement di Mahumut Fazil Coskun (Turchia) e Tel Aviv On Fire di Sameh Zoabi (Palestina) giocano sull’ironia sottile, A Twelve-Year-Night di Alvaro Brechner (Uruguay) resta sul commovente filo della commemorazione.

The Announcement racconta di una notte del 1963, nella quale alcuni ufficiali militari di Istanbul cercano di fare un annuncio, riguardo all’imminente colpo di stato, alla stazione radio nazionale. Niente sembra andare per il verso giusto a questi sgangherati cospiratori ma il risultato è una serie di esilaranti gag surreali in stile Roy Andersson.

Tel Aviv On Fire è la storia di Salam, un giovane scrittore palestinese impegnato nella stesura della sceneggiatura di una soap opera che coinvolge la sfera araba (palestinese) e la sfera israeliana attraverso una storia d’amore dal futuro incertissimo. Ne esce una critica allo stato di guerra permanente che domina i territori di confine tra Israele e Palestina, tra check-point e militari che hanno addirittura la velleità di influire sulle vicende della soap opera stessa; sbugiardando gli abusi di potere e rimarcando l’inutilità dello stato di guerra permanente.

A Twelve-Year-Night è il ricordo dei dodici devastanti anni di prigionia e isolamento di José Mujica (ex presidente dell’Uruguay), Eleuterio Fernandez Huidobro (ex ministro della Difesa) e Mauricio Rosencof (giornalista e scrittore), durante il periodo del regime dittatoriale uruguaiano degli anni Settanta. Ne esce un commovente resoconto della follia umana ma anche della perseveranza e della forza d’animo di questi tre uomini facenti parte del gruppo rivoluzionario dei Tupamaros.

Quello che si cerca in queste tre pellicole non è il lieto fine, e neanche una lezione di storia, bensì il ricordo di alcune ferite ancora aperte che l’odio umano continua a generare, nell’eterno refrain “homo homini lupus”.

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