Venezia 75, vincitori e vinti

“Que viva Mexico!”: con queste parole di Ėjzenštejn potrebbero scendere i titoli di coda al Lido di Venezia. Dopo La forma dell’acqua di Guillermo del Toro, a trionfare nell’edizione 75 della Mostra Internazionale d’arte cinematografica, è un’altra pellicola messicana, Roma di Alfonso Cuarón. Lodato equanimamente da critica e pubblico, il film di Cuarón è un intimo memoir dei tempi in cui il padre ha deciso di lasciare la famiglia; è il ritratto di un’epoca andata con una fotografica e un bianco e nero a dire poco magistrali.

Il Leone d’Argento – Gran Premio della giuria è andato al film in costume The Favourite del greco Yorgos Lanthimos, in grado di vincere anche la Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione femminile, grazie a Olivia Colman.

Il western The Sisters Brothers di Jacques Audiard ha vinto Il Leone d’Argento – Premio per la miglior regia.

La Coppa Volpi per la Miglior Interpretazione maschile è andata a William Defoe, nei panni di Vincent Van Gogh, nella pellicola At Eternity’s Gate di Julian Schnabel.

I celebratissimi fratelli Coen sono stati in grado di vincere il Premio per la Miglior Sceneggiatura, con la loro mini-serie western, The Ballad of Buster Scruggs.

Il tanto discusso thriller The Nightingale di Jennifer Kent, ha invece vinto il Premio Speciale della Giuria oltre che il Premio Marcello Mastroianni, grazie al giovane attore emergente Baykali Ganambarr.

Per quanto riguarda la Sezione Orizzonti, il Premio per il Miglior Film l’ha vinto il thailandese Phuttiphong Aroonpheng con il film Manta Ray; pellicola con un’eccellente fotografia e una trama alquanto audace, nella quale un uomo comincia a vivere ricalcando le orme del suo salvatore.

Infine, il Premio Venezia Opera Prima – Leone del futuro è andato a The day I lost my soul della siriana Soudade Kaadan.

Nella solita meravigliosa babele di lingue della rassegna veneziana, l’Italia (in concorso con Martone, Minvervini e Guadagnino) è uscita a mani vuote da questa edizione numero 75; ma anche finissimi cineasti come Olivier Assayas, Mike Leigh o Shinya Tsukamoto, seppur con ottimi lavori, non sono stati in grado di stregare la Giuria capitanata da Guillermo del Toro.


Shiniya Tsukamoto è un autore giapponese di culto, accolto con un ovazione per la sua ultima fatica, Zan (The Killing), in concorso a Venezia 75. Rimane un autore pionieristico che ha sviluppato un nuovo folle genere cinematografico: quello dei cyberpunk movies, caratterizzato dalla presenza di corpi amputati, sangue a profusione ed elementi fantascientifici. La prima pellicola è Tetsuo del 1989, seguita da Tokyo Fist (1995) e A snake of June (2002).

L’ultimo lavoro presentato a Venezia esce da questo filone ma non ne perde tutte le caratteristiche.

Mokunoshin Tsuzuki, interpretato Sousuke Ikematsu (L’ultimo samurai), è un ronin, cioè un samurai senza padrone, che si trova ad aiutare una famiglia di agricoltori in un villaggio sperduto del Giappone di metà Ottocento. Il suo equilibrio è turbato da una squadra di predoni che minaccia la tranquillità della famiglia, ma soprattutto dall’arrivo di un altro ronin, Jirozaemon Sawamura (interpretato dal regista stesso) che lo ingaggia, assieme al giovane amico Ichisuke, per formare un piccolo gruppo di guerrieri e servire lo Shogun della città di Edo.

Le vicende sono raccontate in modo secco, le sequenze sono rapide; non resta spazio all’immaginazione; il sangue scende copioso. Ma esiste un personaggio in grado di dettare il ritmo dell’intero film: Yu (interpretata da Yu Aoi), la sorella del giovane contadino Ichisuke, follemente innamorata di Tsuzuki. Sono i suoi tremori, le sue paure e i suoi sussulti a scandire le sequenze.

Zan non è una semplice storia di samurai, come apparentemente potrebbe sembrare; è chiaramente la storia di un’uccisione eccellente (molte sono le uccisioni, a voler essere precisi); ma è prima di tutto l’uccisione di un amore. E’ un amore senza riserve, quello di Yu per Tsuzuki, che non sarà corrisposto e troverà il suo sfogo in uno straziante urlo che sembra ricordare Janet Leigh in Psycho.


In concorso a Venezia 75, Capri-Revolution di Mario Martone chiude la trilogia del cineasta napoletano, iniziata con Noi credevamo e proseguita con Il giovane favoloso. Dopo l’Italia del Risorgimento, il Giacomo Leopardi di Il giovane favoloso chiudeva la pellicola glorificando la natura con i celeberrimi versi de La ginestra. Proprio la natura viene ad essere lo sfondo onnipresente di Capri-Revolution; girato in parte nell’isola che da il titolo al film, in parte nel Cilento.

Lucia, interpretata dalla giovanissima Marianna Fontana (debuttante nel 2016 con Invisibili di Edoardo de Angelis), è la protagonista di una favola di formazione, sospesa tra la rigidità di una famiglia tradizionalista e la ricerca artistica e intellettuale di una comunità naturista guidata dall’affascinante Seybu (il riferimento è un vero gruppo fondato agli inizi del Novecento dall’olandese Karl Wilhelm Diefenbach). E’ la storia dell’emancipazione di questa giovane capraia che decide di liberarsi dalle catene dell’autorità domestica – incarnata dai fratelli – e di lanciarsi nella sperimentazione fisica e spirituale all’interno di questa comune, in grado di farle scoprire l’importanza della cultura e dell’arte. Due saranno le figure fondamentali nel suo percorso di crescita: il pittore-intellettuale, figura guida della comune e il medico dell’isola, allo stesso tempo baluardo di pragmatismo e fedele servitore di un Italia chiamata alle armi agli albori della Prima Guerra Mondiale.

Lucia è una di quelle figure femminili che può essere accostata a celebri personaggi della letteratura; basti pensare alla Lia di Canne al vento di Grazia Deledda che decide di scappare dalla Sardegna per inseguire la libertà, o a Scout di Il buio oltre la siepe di Harper Lee che, già da bambina, viene a contatto con l’idea di “diverso”, imparando l’importanza della tolleranza e dell’accettazione.

La narrazione è ben supportata dall’agile regia di Mario Martone e dalla sceneggiatura curata da Ippolita di Majo, arricchita da un largo utilizzo del dialetto napoletano. Ma la vera chicca è il paesaggio musicale creato da Apparat, artista della musica elettronica, in grado di creare un viaggio della protagonista, tra sospensione e desiderio, che la conduce a prender parte alla festa della vita.


Il regista inglese Paul Greengrass, nell’arco della sua carriera si è districato tra le pellicole da blockbuster (la saga di Jason Bourne con Matt Damon) e i drammi tratti da avvenimenti storici o politici tragici come United 93 e Bloody Sunday,

Con 22 July, presentato in concorso a Venezia 75, Greengrass inserisce un altro tassello nel filone delle pellicole riguardanti i fatti di cronaca. Sotto la lente di ingrandimento è la tragedia del 22 luglio 2011, nel corso della quale l’estremista di destra Anders Behring Breivik uccise 77 persone in due distinti momenti; prima per mezzo di un’autobomba in pieno quartiere governativo ad Oslo, poi, travestendosi da poliziotto, massacrando una moltitudine di giovani riuniti nell’isola di Utoya per un campo estivo organizzato dalla Lega dei Giovani Lavoratori.

Il risultato è una pellicola che vuole raccontare queste tragiche vicende in modo dettagliato, passando dai momenti dell’attacco per arrivare alle traumatiche fasi del processo a Breivik. Le scene del massacro, a tratti cruente, sono seguite da un’approfondita caratterizzazione psicologica di alcune figure chiave: evidentemente l’assassino (interpretato da Anders Danielsen Lie); Viljar, uno dei giovani superstiti, nel corso dei suoi momenti di riabilitazione fisica e mentale; e sopratutto Geir, l’avvocato scelto da Breivik stesso. Proprio Geir risulta essere il personaggio più convincente; ne esce con il ruolo dell’avvocato del Diavolo, il difensore dell’indifendibile che svolge il proprio compito in ottemperanza alla legge e guidato dalla più profonda rettitudine.

La sceneggiatura sembra quella di un film per la TV, una sorta di docufilm se non fosse per le ampie parentesi di descrizione psicologica. Considerando il talento di Greengrass nella creazione di scenari da action movie, con 22 July, questa scelta, come dire, di più basso profilo, sembra assolutamente voluta ma non del tutto riuscita. L’eccessiva lunghezza e la prevedibilità di alcuni dialoghi sono probabilmente gli elementi che impoveriscono la qualità dell’intero lavoro.


Brady Corbet ha appena compiuto trent’anni, e in qualità di attore ha già calpestato un lungo percorso che lo ha visto recitare in numerose pellicole, tra le quali, Sils Maria (Assayas), Escobar (Di Stefano) e soprattutto Funny Games (Haneke), già nel 2007.

Passando dall’altra parte della cinepresa, nel 2015, ha diretto il fortunato L’infanzia di un capo, con Robert Pattinson, tratto da una novella di Jean-Paul Sartre e vincitore del Premio Orizzonti e Leone del futuro a Venezia 73. In questa edizione della rassegna veneziana, il giovane prodigio presenta, in concorso,Vox Lux – nome derivante dalla casa discografica ideata dalla protagonista del film – con le star Natalie Portman e Jude Law.

La pellicola racconta il percorso verso la gloria di Celeste (Natalie Portman) che sarà in grado di diventare una pop star dopo essere stata vittima di una sparatoria che ha scosso gli Stati Uniti d’America sul finire degli anni Novanta; partendo dalla post-adolescenza (la giovane Celeste è interpretata da Raffey Cassidy), fino ad arrivare alla presunta maturità dei trent’anni. La narrazione abbraccia un arco di tempo che va dal 1999 al 2017 e una serie di tragici eventi della storia americana scandiscono la scalata al successo di Celeste, supportata dalla sorella Eleanor (Stacy Martin) e dal manager interpretato da Jude Law.

Corbet vuole raccontare il dietro-le-quinte della vita di una pop star, sottolineandone le debolezze soprattutto negli affetti. Il risultato è ottenuto legando le vicende private di Celeste con le vicende di cronaca nera che hanno scosso l’America; come se i movimenti di una celebrità fossero in grado di scatenare i peggiori crimini dell’umanità che creano a loro volta uno stato d’ansia generalizzato. Tale stato d’ansia è ben coadiuvato da un ritmo serrato e da una fotografia a tratti cupa che ricorda qualche fotogramma di David Lynch in Twin Peaks.

Se la sceneggiatura e il lato pop spinto agli estremi possono essere contestabili, indiscutibile è il talento di Natalie Portman che torna alla mostra del Cinema di Venezia dopo Jackie di Pablo Larrain. La nevrosi e l’esaurimento sono magistralmente messi in scena andando probabilmente a sfatare l’immortalità degli dei.


Pepe Mujica

Uno dei tanti personaggi sotto la luce dei riflettori in questa edizione 75 della Mostra del Cinema di Venezia è sicuramente José Alberto Mujica Cordano.

Non gode certamente della celebrità di giovani star amatissime dal pubblico, quali Ryan Gosling, Emma Stone o Lady Gaga, ma l’entità delle sue gesta ne fanno uno dei protagonisti indiscussi della rassegna veneziana.

José Mujica, Presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, è in qualche modo celebrato in due pellicole presentate a questa edizione della Mostra del Cinema.

La prima, presentata nella sezione Orizzonti, A Twelve-Year-Night di Alvaro Brechner, racconta i lunghissimi terribili di anni di tortura, subiti dal prigionieri politici facenti capo al gruppo rivoluzionario dei Tupamaros negli anni Settanta. Tra questi figurano l’ex ministro Eleuterio Fernandez Huidobro, lo scrittore Mauricio Rosencof ed, evidentemente, José Mujica.

La seconda pellicola, fuori concorso, “El Pepe, una vida suprema”, è un documentario di Emir Kusturica sulle vicende personali e pubbliche dell’ex presidente uruguaiano. Più che una documentario sulla sua vita, quello che ne esce è una storia d’amore. Si celebra l’amore di Pepe per la natura, per il proprio paese e la propria gente; ma parallelamente si celebra l’amore di Pepe per la sua compagna di una vita, Lucia Topolansky.

In questo memoir di Kusturica vengono creati dei parallelismi tra i piccoli momenti quotidiani di Pepe – tra piante, fiori e trattori – e i grandi bagni di folla caratterizzanti il periodo della presidenza.

L’accento viene posto sulla necessità di cambiamento culturale; la necessità di cambiamento dello schema mentale, il quale sarà l’unico in grado di condurre a un cambiamento politico ed economico. Ma l’elemento che sembra essere fondamentale nella vita di Pepe, risulta essere proprio l’amore; non è possibile essere il protagonista di grandi imprese senza l’appoggio e l’ispirazione quotidiana di una compagna fedele.

Il risultato è un vero e proprio inno all’essere operosamente felici, grazie al contagioso entusiasmo di un Uomo ottantatreenne ancora impegnatissimo a vivere.


Focus Orizzonti

Due dei temi particolarmente cari alla sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, edizione numero 75, sono quelli della dittatura (con annessi colpi di Stato) e della guerra permanente. Diversi sono i paesi interessati, diverse le angolature, differente è la disposizione d’animo dei registi.

Se The Announcement di Mahumut Fazil Coskun (Turchia) e Tel Aviv On Fire di Sameh Zoabi (Palestina) giocano sull’ironia sottile, A Twelve-Year-Night di Alvaro Brechner (Uruguay) resta sul commovente filo della commemorazione.

The Announcement racconta di una notte del 1963, nella quale alcuni ufficiali militari di Istanbul cercano di fare un annuncio, riguardo all’imminente colpo di stato, alla stazione radio nazionale. Niente sembra andare per il verso giusto a questi sgangherati cospiratori ma il risultato è una serie di esilaranti gag surreali in stile Roy Andersson.

Tel Aviv On Fire è la storia di Salam, un giovane scrittore palestinese impegnato nella stesura della sceneggiatura di una soap opera che coinvolge la sfera araba (palestinese) e la sfera israeliana attraverso una storia d’amore dal futuro incertissimo. Ne esce una critica allo stato di guerra permanente che domina i territori di confine tra Israele e Palestina, tra check-point e militari che hanno addirittura la velleità di influire sulle vicende della soap opera stessa; sbugiardando gli abusi di potere e rimarcando l’inutilità dello stato di guerra permanente.

A Twelve-Year-Night è il ricordo dei dodici devastanti anni di prigionia e isolamento di José Mujica (ex presidente dell’Uruguay), Eleuterio Fernandez Huidobro (ex ministro della Difesa) e Mauricio Rosencof (giornalista e scrittore), durante il periodo del regime dittatoriale uruguaiano degli anni Settanta. Ne esce un commovente resoconto della follia umana ma anche della perseveranza e della forza d’animo di questi tre uomini facenti parte del gruppo rivoluzionario dei Tupamaros.

Quello che si cerca in queste tre pellicole non è il lieto fine, e neanche una lezione di storia, bensì il ricordo di alcune ferite ancora aperte che l’odio umano continua a generare, nell’eterno refrain “homo homini lupus”.


Doubles vies, brillante commedia di Assayas dal gusto tipicamente francese

Dopo il successo della ghost story Personal Shopper, Olivier Assayas torna alla Mostra del Cinema di Venezia con Doubles vies, una commedia dal sapore dolce e tipicamente francese.

Le vicende sentimentali di alcune coppie si intrecciano segretamente e fanno sdoppiare le esistenze di questi personaggi, nitidamente raccontati dal regista francese.

Se la pellicola parla anche di libri e di editoria in senso più ampio, è proprio lo scandaloso e magnifico libro “Coppie” (1958) di John Updike che torna alla mente, scavando nei sotterranei delle esistenze di Alain (Guillaume Canet), Selena (Juliette Binoche), Léonard (Vincent Macaigne), Laure (Christa Théret) e Valérie (Nora Hamzawi).

Alain è un editore parigino di successo che fatica ad adattarsi alla rivoluzione digitale, caldeggiata dalla giovane assistente Laure; nutre seri dubbi di fronte al nuovo manoscritto di Léonard, uno dei suoi scrittori di punta, trattandosi dell’ennesimo lavoro autobiografico (non fiction) che prende spunto dalla sua relazione amorosa segreta. Selena (una Juliette Binoche dall’ironia sottilissima), moglie di Alain, affermata attrice teatrale che si presta al piccolo schermo, sembra pensare l’opposto di Alain riguardo al libro di Léonard e riuscirà a far prevalere la sua opinione.

Doubles vies risulta essere un ampio inventario di riflessioni, focalizzandosi soprattutto sull’idea di post-verità, sul ruolo che ha l’informazione – anche se falsa – nello spostare l’opinione pubblica, sull’incapacità delle persone di ricercare le fonti e di discernere la qualità delle informazioni stesse.

Lo zucchero lo aggiunge Assayas ricordandoci che ciascuno di noi nasconde una seconda vita, parallela a quella che tutti sono in grado di vedere; ognuno ha delle passioni nascoste e dei segreti inconfessabili. Il messaggio è di conforto a tutti quelli che vivono una vita di coppia; vuole raccontarci l’eterno ritorno dell’amore o il suo essere ciclico; ci sono concesse le fughe, gli errori e le follie ma alla fine si torna a casa.


Roma di Alfonso Cuarón

Roma di Alfonso Cuarón è una pellicola magnifica; l’ultima fatica del cineasta messicano è un film del quale si parlerà a lungo. Dopo l’exploit di Gravity (sette premi Oscar nel 2014), anche questo ultimo lavoro, distribuito in Italia da Netflix, senza dubbi raccoglierà consensi e riconoscimenti in giro per il mondo.

Roma, quartiere di Città del Messico, è la storia in bianco e nero di una famiglia messicana di ceto medio, ambientata agli inizi dei travagliatissimi anni Settanta. Il ritratto di questa famiglia risulta essere un memoir autobiografico di Cuarón, ripercorrendo alcuni mesi della sua vita, contraddistinti dall’assenza del padre e dalla presenza di alcune magnifiche figure femminili. I ragazzini – brillantemente interpretati – sono quattro; convivono con la madre, la nonna e due dolcissime domestiche. Sarà proprio una di questa domestiche, Cleo – interpretata dalla bravissima Yalitza Aparicio, grande candidata alla Coppa Volpi (migliore interpretazione femminile) -, a riunire i pezzi del puzzle familiare con un commovente calore umano. La giovane ragazza sarà in grado di reagire a drammatiche vicende personali e sarà forse la fonte d’ispirazione per la madre della famiglia, in grado anch’essa di chiudere la porta in faccia alla malasorte.

Il risultato è un poetico tributo alla forza e alla caparbietà delle donne; un’analisi sulla società messicana dell’epoca, politicamente instabile e vergognosamente maschilista.

Le onde del mare, le pile di libri, il sempre festoso cagnolino, sono solo alcune delle immagini, accompagnate dalla soavità della lingua, assurte a simboli della speranza e della redenzione.

Se il bianco e nero, l’innovativo sistema di sound design e una meravigliosa fotografia, creano facilmente un contenitore memorabile, anche il contenuto di questa pellicola risulta essere di una raffinatezza rimarcabile. Trovare dei punti deboli è veramente difficile; Alfonso Cuarón, dopo l’odissea di Gravity, ha fatto il suo ritorno dallo spazio ed è entrato tra le mura domestiche di una casa che è il mondo intero.


First man, il volo interiore verso la Luna apre teneramente Venezia 75

Per il golden boy Damien Chazelle – è il caso di dirlo – il volo dalle pellicole dedicate alla musica (La La Land, Whiplash), a quest’ultima fatica dedicata all’allunaggio, è decisamente apprezzabile. Che il giovane regista statunitense desiderasse dare vita a un classico del Cinema da poco più che trentenne?

Dopo la pioggia di Oscar e Golden Globe per La La Land, First Man (le vicende sono tratte dall’omonimo libro di James Hansen) di Damien Chazelle è un’opera che farà felice il popolo a stelle e strisce; glorificando una delle imprese più incredibili e – sarebbe il caso di sottolinearlo con maggiore franchezza- discusse dell’umanità: il grande balzo sulla Luna. La fortuna del film sta proprio nella scelta di non concentrarsi sull’intera vita dell’astronauta Neil Armstrong (Ryan Gosling), bensì di focalizzarsi sugli anni di preparazione alla leggendaria missione Apollo 11.

Numerose sono le pellicole dedicate ai viaggi nello spazio, ma la peculiarità di First Man sta nello spostare il focus sul volto di Neil Armstrong; sulle sue angosce, i suoi dolori e sulla grande caparbietà che l’ha condotto verso l’impensabile. Le strazianti vicende personali del protagonista, condivise con la dolcissima ma altrettanto caparbia moglie Janet (Claire Foy), si intersecano con il rumore assordante delle missioni preparatorie. Ryan Gosling è felicemente maturato nel passaggio dal condurre un’automobile sportiva (Drive), al condurre la più celebre missione spaziale della storia; è soprattutto l’espressività del suo volto a muovere i fili di un lavoro cinematografico ben architettato, con un ritmo calzante e mai troppo lento.

Sarà il silenzio finale del nostro grazioso satellite a stabilire se First Man diventerà un classico intramontabile; sicuramente ha già ottenuto una vittoria non scadendo in una scontata retorica hollywoodiana da colossal, pur mantenendo una nota di tenerezza.

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