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Fingere di essere sicuri, non esserlo mai: "Il dossier Rachel" di Martin Amis

«Avevo ventiquattro anni allora, e i patti erano chiari: fingere di sapere tutto, e non sapere niente; fingere di essere sicuri, e non esserlo mai.»


Questo scrive Martin Amis nell’autobiografia Esperienza (2000; Einaudi 2002), ricordando il sé stesso di parecchi anni prima, giovane figlio d’arte che aveva appena esordito con Il dossier Rachel (1973; Einaudi 2015, raffinata traduzione di Federica Aceto).

Il dossier Rachel ebbe fin da subito un’ottima accoglienza e vinse il prestigioso “Somerset Maugham Award” («mi dissi […]: facci l’abitudine. Non ho mai più vinto un premio», rivela l’autore); sempre in Esperienza, riguardo al suo primo romanzo, Amis coglie l’occasione per concedersi una delle tante riflessioni sulla scrittura e sul proprio essere scrittore (anche in rapporto allo stesso mestiere praticato dal padre Kingsley Amis):

 

[molti critici] si mostrarono clementi, qualcuno decisamente benevolo. Sembravano convinti che dovesse essere molto difficile per me, uscire dall’ombra di mio padre, ma non era stato così: quell’ombra mi aveva fornito una specie di protezione. E non mi sembrava neppure di aver fatto chissà che. Scoprirsi scrittore è sempre una strana sorpresa, nulla invece ti risulta più banale del lavoro quotidiano di tuo padre. Perciò i dolori e forse anche qualche piacere della scrittura a me giunsero attutiti. Era il lavoro di sempre. Avevo faticato, ce la mettevo tutta, ma mi pareva il meno che potessi fare.

 

Il protagonista in parte autobiografico (come spesso accade, in specie nei romanzi d’esordio) sembra proprio voler lasciare l’impressione, al lettore, di saperla parecchio lunga. Charles Highway sta per compiere vent’anni, è fin troppo intelligente e istruito e ha un obiettivo da raggiungere, prima di lasciare l’adolescenza per un’età adulta indesiderata, addirittura temuta, ma che è ormai alle porte: «avere un primo amore, o perlomeno andare a letto con una Donna Più Grande».

Vittima designata è Rachel, di un mese intero (!) più matura di Charles. Con tale surreale premessa si avvia un romanzo che è cronaca commentata e sarcastica della volontà di non crescere (almeno non troppo) e pesca, si diceva, nell’esperienza diretta del giovane Martin Amis, come l’autore stesso conferma: «Quando incominci a scrivere un romanzo a ventun anni (almeno nel mio caso) hai a disposizione solo la tua coscienza: l’autobiografismo è ineluttabile per il semplice fatto che NON c’è altro.»

La vicenda raccontata in prima persona da Highway si configura fin da subito come la spietata ed esilarante ‘caccia’ di un predatore-camaleonte, pronto a dissimulare e ingannare e a costruirsi un’identità ex novo, pur di adattarsi a quello che lui crede sia l’uomo in grado di conquistare Rachel.

Sorprende, del personaggio, la freddezza con cui pianifica tutte le sue mosse, senza concedersi mai il lusso di abbandonarsi al piacere dell’avventura e alle grazie della povera Rachel, in buona fede e dunque perfetta per lo scopo: «Avrei tanto voluto smontare dal turno di lavoro, per cosí dire, lasciarmi andare a quell’esperienza come se fosse qualcosa che non aveva niente a che vedere con il passato […] e nemmeno con il futuro. Ma prima dovevo farla mia, poi ci sarebbe stato tempo per tutto questo»; e ancora: «Ho guardato il profilo di Rachel. Dio, quanto mi piaceva. Una novità nella nostra relazione. Di cosa si era trattato fino a quel momento? Non sembrava affetto, e ancor meno desiderio: piuttosto una specie di lavoro stressante, una routine quotidiana e inevitabile».

D’altro canto, di sé Highway dice (con un’autoconsapevolezza in cui si manifesta tutta la precoce maturità di Amis): «Io? Io sono subdolo, calcolatore, ossessionato da me stesso, in realtà sono praticamente pazzo […]: non lascio che la parte spontanea di me prenda il sopravvento» oppure «la mia esistenza era una rete prismatica di mendacità – ma per me era una cosa […] ludica, letteraria, che rispondeva a un bisogno piú intellettuale che emotivo».

Per soddisfare questo bisogno intellettuale e trionfare nella sfida prima che il tempo scada, Charles non si fa scrupoli: e così, eccolo portare Rachel a vedere un film francese solo per farle intendere di essere bravo a letto, consultare le opere di diverse scrittrici per decidere quale sia il tipo maschile più in voga in quel momento (il «ragazzo malleabile e tenero» o il «tipo autonomo e sicuro di sé»?), sistemare la sua stanza in modo che di lui si intuisca ciò che lui vuole si intuisca (di qui determinati libri o riviste sparsi per la camera, insieme a poesie scritte di suo pugno da riporre timidamente via, non prima che siano state viste), valutare «mosse di apertura», prendere note come «Chiedere cosa ne pensa lei e dichiararsi d’accordo».

Con la testa sempre piena di «un vortice di appunti, direttive, promemoria, suggerimenti, frecce e scarabocchi», Highway rischia la follia nel percorso che via via si dimostra «un accumulo di dettagli senza piacere e basta; una folle, massacrante, particolareggiatissima corsa a ostacoli».

L’adolescenza, allora, nel romanzo di Amis è dipinta come condizione tragicomicamente priva di spontaneità, da attraversare giocoforza ma da una prospettiva già adulta, quasi con imbarazzo, il più in fretta possibile, consapevoli della sgradevolezza di una fase tutta liminale. E Charles, adolescente, lo è davvero, preso com’è dai suoi giochi edonistici, da obiettivi cui dà troppa importanza, dall’indifferenza con cui manipola o giudica gli altri, da come «riesce a distaccare il proprio comportamento dalle sue opinioni sul comportamento degli altri».

Quando, infine, l’obiettivo è raggiunto e il “dossier Rachel”, il quaderno su cui Highway annota intenti e progressi, è archiviato, non resta molto: un uomo – ché il protagonista è ormai cresciuto: ha vent’anni – un uomo apatico, svuotato, pronto a dimenticare, a scrivere nuovi dossier, ad andare avanti senza rimorsi o ripensamenti e, tutto sommato, senza né gioia né tantomeno con la soddisfazione di aver avuto un’esperienza.

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