Festivaletteratura, voci e ombre

Da ventidue anni esiste un ottimo balsamo che lenisce il bruciore della nostalgia estiva e mitiga l’umor nero che ci pervade quando settembre e l’autunno ormai hanno già un piede oltre le porte delle case e degli uffici: è il Festivaletteratura di Mantova; qui, la cultura declinata in ogni sua forma si appropria volentieri delle passeggiate lungo il Mincio, dei versi virgiliani e la ricetta dei tortelli alla zucca, in una dolce cinque giorni di voci, lettere e aria internazionale.
Ripercorrendo per sommi capi la 22^ edizione conclusasi ormai più di una settimana fa, proviamo a comprendere la dimensione e le unicità – nel bene e nel male – che rendono il Festivaletteratura una delle kermesse culturali più sentite in Italia e in Europa, un appuntamento di fine estate immancabile per i lettori e gli autori di ogni età, origine e identità.

Le Voci

Più di quattrocento eventi con altrettanti autori e oratori: un numero impressionante, reso ancora più notevole se si pensa che tutto deve avvenire in una settimana corta e per le piazze di una realtà urbana tutto sommato di piccole dimensioni. Il maggior pregio del Festivaletteratura, in questi termini, è che vive un rapporto viscerale con la sua città, e con gli anni è diventato un connotato irrimediabile dell’identità e della cultura mantovane: il festival è disseminato per l’intera Mantova, con le piazze medievali e gli edifici storici a fare da sfondo a incontri, laboratori e spettacoli che si diramano anche al di fuori del centro storico, dalla casa del Mantegna alla vecchia officina del gas; una presenza urbanistica agli antipodi, per esempio, rispetto al Salone di Torino e che permette di vivere davvero la città nel suo quotidiano, durante gli spostamenti, i pasti o la fine della giornata, in mezzo alle luci serali dello splendido centro mantovano.
Questo profondo innesto nella dimensione cittadina potrebbe indurre a pensare a un conseguente sacrificio del palinsesto in virtù di più efficaci modalità di organizzazione e coordinamento della settimana di festival; ma i numeri citati all’inizio di questo paragrafo smentiscono questa logica. Se poi si aggiunge che l’edizione di quest’anno si è svolta sotto il vessillo del concetto di frontiera, è stato inevitabile pensare al 22° Festivaletteratura come un coro di idee e voci incredibilmente ampio, in termini sia matematici che geografici. Autori, artisti e personaggi pubblici di ogni estrazione sociale e provenienza, intellettuali da ogni parte del mondo, compagnie teatrali internazionali che mettono in scena grandi classici come avanguardie contemporanee; anche questo anno Mantova si è trasformata in un crocevia di relazioni e scambi, di tantissime voci diverse che si sono pronunciate senza reticenza per contribuire e cercare di restituire la complessità di un discorso oggi nevralgico, ognuna portando con sé la propria cultura, tradizione e identità artistica; da Nona Fernandez a Zerocalcare, da Manfredi a Igoni Barrett, Pepe Mujica, Lella Costa, Yanis Varoufakis. Un caleidoscopio di visite e visioni preziosissimo, irripetibile al di fuori di ciò che è stata questa edizione del Festivaletteratura.

Le Ombre

Il successo e l’entusiasmo che ogni anno accompagnano in modo sempre maggiore il Festivaletteratura non devono comunque addolcire un discorso critico riguardo ai grossi difetti strutturali che presenta e che, dopo un ventennio di attività, il Comitato organizzativo dovrebbe cominciare a valutare e affrontare.
Primo tra tutti, le modalità di accesso e fruizione degli eventi. Che il Festivaletteratura sia e rimanga per pochi è una provocazione da prendere in giusta misura, ma anche la realtà dei fatti; gli eventi gratuiti sono un quarto del numero totale, e vantano di minore prestigio rispetto a quelli a pagamento. Questo costringe i visitatori ad aprire il portafogli – che di per sé non è nulla di male, dato che in qualche modo, al di là dei contributi degli sponsor, il festival deve avere un ritorno di fondi; la natura delle cose diventa un problema se si fanno due calcoli. Preso quello che dovrebbe essere il giorno più affollato del festival, sabato 8 settembre, su 54 eventi in giornata 20 gratis, di cui la metà si sovrappongono. Per poter vedere una manciata di eventi di punta (o per far divertire i propri figli, dato che anche i laboratori per bambini sono a pagamento) occorre una spesa che va dai 25 ai 40 euro circa a giornata, tolti i pasti e l’alloggio… Sempre se i biglietti per l’appuntamento che interessa non sono già stati venduti tutti in prevendita. Quando un evento di comunità che dovrebbe promulgare l’idea di una cultura libera e accessibile a tutti comincia ad assomigliare a uno spettacolo venduto da Ticketone, forse è bene cominciare a pensare di cambiare rotta.
Se l’accesso tramite ticket di singoli appuntamenti può sembrare, per quanto drastica, una scelta che nel modo più antipatico tutela la vita e il futuro del Festival, totalmente insensato è invece l’approccio verso gli accediti stampa: solo 200 pass disponibile, che comunque non permettono l’accesso agli eventi al chiuso. Questo tetto è al limite della coercizione e ha come unico scopo quello di assicurarsi la massima pubblicità con la minima distribuzione di bonus (la pila di pass all’ufficio stampa è praticamente tutta nominata RAI, Corriere e Repubblica); in questo modo, riviste digitali che, per esempio, hanno dignità pari (se non in certi casi superiore) ai grandi media tradizionali – per qualità d’informazione e riconoscimento da parte dei lettori – , ma non godono dello stesso bacino di diffusione, vengono escluse da una selezione idiota e scorretta. Il giornalista tagliato fuori dovrà o accontentarsi degli eventi gratuiti o accaparrarsi quelli a pagamento.
Un ultimo appunto, una riflessione che prende spunto dall’esempio del Festivaletteratura per riguardare la natura dei festival letterari in generale; molto spesso gli incontri si limitano all’introduzione dei temi raccolti nella/e pubblicazione/i dell’autore invitato, non spingendosi oltre al suadente invito all’acquisto di una delle copie ben sistemate sul banchetto di fianco al palco. Un esempio su tutti, a Mantova, la collana di eventi Accenti, che, dietro lo slogan «Un evento, 30’, un tema su cui porre l’accento» nasconde nulla più che un’inserzione pubblicitaria delle opere dell’oratore. Costruire l’appuntamento oltre questa logica da sinossi si deve, se si vuole restituire al pubblico un contributo positivo (nel senso algebrico di addizione di conoscenza); soprattutto si può, se i relatori decidono insieme e in modo critico contenuto e confezione: la discussione che ha visto Coccia, Simonetti e la redazione de La balena bianca affrontare l’idea di crisi nella e della letteratura di oggi è stata preziosissima in questo senso, nonostante i due autori fossero freschissimi di pubblicazione. Per di più era un evento gratuito, nel chiaroscuro del tramonto di Piazza Leon Battista Alberti.

Michele Maestroni

Classe '96, nato bresciano, studente di Lettere Moderne presso l'Alma Mater di Bologna. Oltre al mio blog "Parole alla Tempesta", scrivo per "Mangiatori di Cervello" e altri progetti.

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