Federico Clapis: digital dadaism

Federico Clapis: milanese, classe 1987, è pittore, autore e performer.

In Italia è diventato famoso grazie ad una singolare strategia: ha prodotto video virali con il preciso scopo di raccogliere followers e visibilità per poi rivelare il suo vero volto: quello artistico

All’apice della sua popolarità, nel 2015, subito dopo l’uscita del suo film, “Game Therapy”, ha annunciato il suo addio alle scene dell’intrattenimento per dedicarsi invece al suo lavoro su tela.

Benvenuto su Midnight, Federico.

Raccontaci di te, qual è stato il tuo percorso?

Ho iniziato dipingendo su tela; dopo un annetto di sperimentazione parallelamente è nato il mio interessamento per il mondo video. Stavano nascendo i primi fenomeni di YouTube, come Willwoosh (Guglielmo Scilla, ndr) e da lì mi sembrava chiaro che sarebbe stato quello il futuro del potere mediatico.

Ho iniziato a produrre video; all’inizio erano produzioni molto impegnative e molto poco web. La prima produzioni è stata la puntata zero di una sit-com a quattro pareti (che mi è costata tantissimo e venuta malissimo!) ed altre cose sempre, però, secondo le vecchie dinamiche televisive e dove mi sperimentavo anche io come personaggio, perché come autore ero abbastanza tranquillo mentre come personaggio mi sono buttato un po’ allo sbaraglio. Per fortuna ho sempre avuto qualcuno vicino che mi aiutasse almeno come regia, che nel tempo mi ha insegnato a montare, diventando indipendente ed è poi lì che c’è stata la mia esplosione. Nel montaggio c’è il tuo linguaggio davvero, c’è quello che hai imparato sul web… insomma ci sei tu.

Per riassumere sono stati cinque o sei anni di crescendo, con alti e bassi ed il saliscendi tipico del web e nel frattempo io continuavo a fare quadri. Una volta, qualche anno fa, ho pubblicato una finestrella su quella che era la mia vita privata, rispetto alla mitizzazione che poteva esserci da fuori di un personaggio abbastanza colorato com’era quello dei primi anni di YouTube.

Invece ho sempre fatto tutt’altra vita. Ero un cazzo di attore! Solo che sai, sul web c’è molta mistificazione della realtà perché vediamo tutto molto vicino.

C’è stato ancora un salendo, ho fatto molte cose, sono arrivato a fare un film girato in diversi paesi del mondo che è andato discretamente e che comunque è stata un’esperienza intensissima.

All’apice di quello ero arrivato ad una maturazione estetica e innovativa sulla tela tale per cui la mia sopportazione del lavoro precedente, che dal produrre video era passato a produrre like, si era esaurita.

A dire la verità non me la sono quasi mai vissuta bene.

E poi c’è stato il fantomatico addio – che poi è stato un addio all’intrattenimento, anche perché sto lavorando molto più di prima.

Behind a Selfie è forse la serie per la quale molti ti hanno conosciuto. Come per lei, nei tuoi lavori si vede sempre un messaggio di fondo che sembra raccontare una condizione umana di disagio. Qual è il tuo punto di vista?

Behind a Selfie è figlia di un istinto, come tutti gli altri, del distruggere le certezze, distruggere le apparenze e distruggere quel concetto di vita vuota che dicevi tu che non è solo digitale ma è la vita di tutti i giorni. Oggi è “Behind a Selfie”, prima era un’altra cosa e domani ne sarà un’altra ancora. Tutti i modi in cui cerchiamo di aggrapparci ad una identità certa che sia identità di coppia o individuale ma che poi dietro nasconde dei disastri, delle sofferenze, scontri. Gli scontri, appunto, nella fattispecie di “Behind a Selfie”, per esempio. Quindi in realtà non era proprio una demonizzazione specifica dei selfie o di quel tipo di apparenza ma era un esorcismo in generale di quello che è il comportamento umano, abbastanza tradizionale, nel quale entriamo a pochi anni di vita e spesso e volentieri ci moriamo.

Ovunque mi esprima cerco di confezionare, a seconda dell’ambiente e del prodotto che devo fare, un mio istinto naturale che è quello. Nell’arte mi sentivo più tranquillo perché era meno equivocabile.

A proposito dei tuoi follower e del tuo rapporto con loro possiamo dire moltissimo. Il tuo è diventato un vero e proprio Case-history. Cosa ti ha insegnato un rapporto così diretto con una community così grande?

Più delle volte è solo sconfortante. [ridiamo]

Io in realtà ho sempre avuto il problema di non sentire di aver fidelizzato il pubblico che ho coltivato. È sempre stato dipendente da un contenuto esilarante, virale, forte. Ma non da me. Con l’arte ha iniziato a crearsi questo processo ed è un processo ancora vivo ed agli albori. Le mie pagine si stanno scremando tantissimo. Ogni settimana sulla mia pagina se ne vanno mille persone e ne arrivano cinquecento nuove.

Su Midnight stiamo seguendo da sempre il tema della verità, della certezza e della post verità. Di un artista spesso diciamo che ricerca la verità nelle proprie opere. Per un artista così digital, come te, che cos’è la verità e come è influenzata dal web?

Il digitale è uno strumento come un altro; la verità, anche nel web, è un’esperienza soggettiva. Ognuno ha il proprio vissuto, il proprio mondo e le proprie esperienze che modificano la propria esperienza. Questo può emergere anche in una relazione sentimentale come in un rapporto di lavoro; dipende tutto da quando si è disposti a mettersi in gioco ed a distruggere delle parti di sé che limitano e che sono figlie di qualche paura, di qualche trauma.

Quindi quello che succede nella vita in tante occasioni lo vedo sulla tela quando realizzo cose delle quali sono cosciente e consapevole fino ad un certo punto. Non sono cosciente totalmente, non è così progettuale come lo si può immaginare dall’esterno. L’interpretazione gliela si può dare dopo e negli anni cambia continuamente ed è sempre un totem che ti ricorda una tua condizione, no?

Questa è la mia verità: essere aperti a vedere tutte le parti di sé, anche quelle che generalmente stanno sotto al tappeto, che solitamente sono tantissime e che ce ne rendiamo conto lentamente, ad ogni passaggio nuovo a seconda della nostra apertura. E non è neanche troppo regolabile: avviene e basta. Le nostre verità sono qui.

Punti molto alla verità anche nella parte video: anche, ad esempio, in Behind a Selfie tu proponi la verità che sta dietro quella che è la verità cibernetica. “Vi faccio vedere il rapporto col mio fidanzato”, ma c’è una verità diversa. Nei tuoi video cogli questa diversità, facendo aprire gli occhi sulla verità apparente e la verità concreta. Secondo te il digitale aumenterà sempre di più questi due aspetti o li avvicinerà?

Il digitale è un grosso aiuto, sotto tantissimi aspetti. Come dicevo prima è in relazione alla propria condizione, a come uno sta, che utilizzerà questo strumento. Può utilizzarlo come qualcosa di proposito o può utilizzarlo come un rifugio alienante. Io stesso faccio entrambe le cose. Il banale incantarsi davanti alla home di Facebook ne è un esempio.

Una delle performance più interessanti c’è sicuramente quella del sosia su instagram. Qual era l’obiettivo e cosa hai ottenuto? 

Volevo ottenere un palesamento di un transfer di identità. Trasferire la mia identità digitale su qualcun altro. L’identità in questo mondo digitale è dato soltanto da una certificazione online e questo mette in dubbio tutto il concetto di identità.

Questo è solo un primo strato superficiale della cosa ma sul web puoi davvero crearti delle identità che non c’entrano nulla con il reale ed allora trasferirla a qualcun altro; cambiargli faccia.

Anche pragmaticamente: io non sapevo più cosa fare su Instagram! I ritmi di Instagram sono diversi da quelli della mia vita, non faccio un quadro ogni 2 ore, mentre su Instagram c’è bisogno di un ritmo molto elevato. Con il sosia avevo trovato un modo per fare contenuto.

È stato davvero una grande esperienza, vedermi da fuori con questo nuovo corpo.

Una social installation.

Devo ammettere, però, che è stato molto impegnativo e non ha dato grandi risultati in termini di ritorno di immagine sulla massa.

Sarò sincero: tengo sempre il bilancio dei numeri ed onestamente non so quanto questo influenzi il mio lavoro, in tutte le logiche di produzione.

Scendo a compromessi tutti i giorni.

Quando faccio un quadro devo farci un video per presentarlo e non è esattamente un percorso naturale, come respirare. Lo faccio perché arriva a molte più persone di una foto ed in modo più diretto perché ci sono io che, come Papà Castoro, racconto il quadro.

Se fare una foto rendesse di più avrei molte meno cose da fare!

Il mio sosia era arrivato fino ad un certo punto e mi sono accorto che oltre quel punto non avrebbe più spinto. Questo è anche rendersi conto dei limiti e confezionare una conclusione del progetto, in modo che rimanga indelebile, piuttosto che trascinare una cosa fino alla saturazione. Questo errore l’ho commesso in passato: spesso ho trascinato format e progetti fino alla saturazione anche per un meccanismo che è come un tapis roulant dove non puoi smettere di correre.

I format che hai concretizzato sono stati moltissimi, ma uno tra tutti si è distinto: “Senza Maschere”. A giudicare da quanto ci siamo detti è andato esattamente controcorrente, perché sembra che tu ti sia concentrato sui contenuti tralasciando del tutto la forma. Com’è stato aprirti così tanto ad un pubblico abituato a vedere un personaggio costruito?

Senza maschere è stata una boccata d’ossigeno incredibile. È arrivata 2014/2015, verso il finire della mia parabola di YouTube, dove avevo raggiunto il mio apice e non avevo nemmeno ancora aperto la mia pagina Facebook. Questo mi ha permesso di fregarmene per la prima volta dei numeri e cogliere la palla al balzo dei numeri bassi facendo un video senza pensare al confezionamento.

Pochissimo dopo è nata la mia pagina Facebook e con lei Behind a Selfie e mi sono ritrovato con due “macchinari”: Behind a Selfie che produceva “persone”, nel senso di seguaci e Senza Maschere che produceva contenuti. Infatti la maggior parte dei commenti privati, delle mail e dei messaggi che mi arrivano ancora oggi arrivano da Senza Maschere, oltre che per l’arte.

Senza Maschere è ancora una pagina (qui, ndr) dove praticamente non metto più contenuti ma una vera e propria community la gestisce lanciando micce per approfondimenti sul web.

Ho terminato i miei video di Senza Maschere perché confidarsi, parlare direttamente alla telecamera – e quindi ad un pubblico – ti trasforma in una sorta di guru, una guida e non è una cosa che mi piace.

Il futuro di Federico Clapis è online o offline? 

Questa è una bella domanda. Probabilmente più offline.

Ora sto scrivendo uno spettacolo per il teatro, quindi proprio staccato dalla rete.

Caspita, ora che me lo hai fatto dire mi fa impressione!

Però lo sento alle porte, questo percorso verso “l’offlinità”.

Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

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