• Home
  • /
  • Internet
  • /
  • Se tutto è fake news, niente è fake news: Matteo Flora per Midnight Magazine

Se tutto è fake news, niente è fake news: Matteo Flora per Midnight Magazine

È curioso pensare al modo in cui immaginiamo il termine “propaganda”. Mentre lo scrivo, la mia mente immagina volantini distribuiti e manifesti affissi ai muri con un messaggio politico strillato e sensazionalistico. Eppure, con la stessa forza del pensiero vintage che invade la mia immaginazione, la propaganda si è evoluta, diventando essa stessa una forma evolutiva che spinge la tecnologia verso lo sviluppo. Oggi parliamo di questo – e di molto altro – con Matteo Flora che – a parere di molti – ne è uno dei più grandi esperti.

Così come abbiamo infranto l’idea âgée della propaganda, anche quella che abbiamo dei suoi studiosi va cambiata: Matteo è prima di tutto un esperto di sicurezza informatica, infrastrutture dati e analisi e gestione di infrastrutture complesse. Insegna in università, al Master dello IED (e diversi altri atenei), ha collaborato nel 2012 con il Governo Americano per lo IVLP, è cofondatore di HERMES, il centro studi per la Trasparenza ed i Diritti Umani Digitali e di Globalix, la più grande piattaforma di whistleblowing online.

Il suo lavoro è analizzare il modo in cui internet percepisce le persone, dall’analisi dei dati fino alla creazione di un’identità digitale; un’altra sua creatura (arrivata ormai al decimo anno di età) è The Fool, un’azienda incredibilmente innovativa che comprende, tutela e gestisce la reputazione di persone, brand e prodotti sul web.

Lo abbiamo incontrato per fargli alcune domande.

Vorrei cominciare da un concetto: di cosa parliamo, nel 2018, quando pronunciamo la parola reputazione?

La reputazione, dice Nock, è una percezione data dai discorsi che faccio su di un brand, una persona o un prodotto, generata dalla totalità dei soggetti coinvolti nella loro generazione e vita. Semplifichiamo: la reputazione è una percezione data dai discorsi dei vari stakeholder. Primo: è una percezione. Spesso non ha nulla a che vedere con la realtà… è solo in un mondo ideale che realtà e reputazione collimano, ma Babbo Natale non esiste, la fatina dei denti non ci lascia soldi sotto il cuscino e noi non viviamo in un mondo ideale. Nel mondo reale noi viviamo di percezioni, che possono differire in modo sostanziale dalla realtà, nel bene o male.

Perché questa discrasia? Perché la reputazione non è data da quello che dico io, ma da quello che dicono gli altri su di me, dai discorsi che su di me vengono fatti. Ultimo dettaglio: ci sono differenti stakeholder che possono avere differenti percezioni su di me. Ad esempio un brand può avere un’ottima reputazione con i fornitori e un riscontro completamente diverso da parte dei clienti.

Questo sistema viene messo in crisi a metà del 2009, quando si arriva a quello scalino in cui un numero considerevole di persone smette di costruirsi un’opinione informata, di informarsi sulla stampa tradizionale alla rete. E questo cambia tutto perché il conversato della rete, che prima non si filava nessuno nemmeno di striscio, adesso diventa quello che Google chiama: “Il momento zero della verità” ovvero quando mi dicono il nome di una persona o di un brand o vedo la pubblicità di un prodotto la prima cosa che faccio è cercarla su Google. Spesso non trovo il sito web ufficiale di quello che ho cercato, ma i risultati mi parlano di quello che gli altri dicono e magari il contadino di Alberobello, che teoricamente ha un’audience ridotta o irrisoria, nella pratica diventa l’influencer determinante.

Ora: in questo mondo, secondo gli ultimi dati che abbiamo a disposizione, circa il 60% degli italiani è costantemente connesso. Non solo: si tende ad avere un’opinione bassissima (sotto il 30% di fiducia) rispetto alla stampa tradizionale (o ancora più bassa per l’advertising) e contemporaneamente molto più alto rispetto a quella che consideriamo essere “l’opinione della gente comune”.

Ci si scontra sì, con una serie di problemi, il primo dei quali è sicuramente rappresentato dall’affidabilità degli utenti stessi (non possiamo pensare che tutti siano informati) ma è ancora più problematico quando questo meccanismo viene sabotato da quella che si chiama propaganda digitale, ovvero sistemi algoritmici atti a manipolare la percezione della realtà.

A questo punto entrano in gioco una marea di dinamiche, che possiamo identificare con Cognitive BIAS, che giocano sui nostri errori di ragionamento e ci inducono volontariamente in errore manipolando la nostra percezione delle cose. Siamo arrivati a questo punto e, in tutto questo, le piattaforme di informazione si trovano nell’incapacità di poter intervenire o anche solo di muovere i primi passi verso la risoluzione del problema. Per mille ragioni, la prima è che non c’è ancora una definizione formale di cosa sia una fake news, la seconda è che le legislazioni dei singoli paesi sono spesso in conflitto fra loro, ma ne esistono molte altre.

Se tu fossi il legislatore, dove e come vorresti intervenire?

Secondo me sono due i ragionamenti di partenza. Il primo è capire se vogliamo intervenire. E non è una battuta.

La decisione di intervento rappresenta a tutti gli effetti un punto di non ritorno. Questo perché renderebbe necessario creare organismi che possano rappresentare un sistema di gestione e analisi della verità (cosa non semplice), dobbiamo definire cosa rientra negli ordinamenti senza finire nel Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda (il Ministero della Propaganda) di Goebbels e dobbiamo decidere se vogliamo o no una sovranità nazionale nell’ambito di questi fattori. Questa potrebbe sembrare una domanda semplice ma invito a fermarci e ragionarci su, perché quelli che noi chiamiamo “combattenti per la libertà” o “eroi”, all’interno di paesi diversamente democratici che però hanno sovranità su questi ambiti vengono chiamati “terroristi”.

La persecuzione dei dissidenti all’interno del territorio nazionale è qualcosa che se abilitiamo per una nazione bisogna abilitarla anche per le altre. Se una piattaforma ha dato il potere di rimuovere i contenuti ad un paese democratico come l’Italia, non potrà esimersi dal farlo in Tailandia, Iran o in Turchia. Quindi forse siamo all’interno di un contesto che è meglio definire sovranazionale, con tutti i problemi che questo comporta. L’idea stessa di dire: vogliamo intervenire? è una cosa che va ponderato molto bene, e per ora si è cercato di tappare con pezze un problema imminente.

Il secondo ragionamento fondamentale è definire cosa sia una fake news. Cosa che, attualmente, non è così chiara. Esistono diverse definizioni, la più completa è forse quella del Cambridge Thesaurus, che dice che è una “qualunque notizia falsa pubblicata sulla rete per manipolare l’opinione pubblica o per scherzo”. Vista così, però, diventa semplicemente una sottocategoria di quello che il mondo anglosassone chiama “Yellow Journalism”, ma all’interno di questa categoria ci sono cose molto diverse. Ad esempio, la news potrebbe essere fake per un errore umano, come un errore materiale nel passaggio della velina, in una breaking news può essere riportato un dato errato come il numero di feriti in un incidente. Non basta che sia falsa, bisogna capire se c’è o non c’è intenzionalità, dolo.

È quindi evidente che una definizione è fondamentale perché la definizione ci fornisce il perimetro dentro il quale possiamo operare. Anche qui dobbiamo stare attenti perché una definizione troppo ampia non ci aiuta tanto quanto una definizione troppo stretta: se tutto è fake news, niente è fake news.

Ma perché ci troviamo in questa situazione? Perché siamo arrivati ad un punto in cui in tutto il mondo abbiamo il problema delle “fake news”?

Non è una cosa nuova, ora è un problema evidente in tutto il mondo ma è sempre esistita. È tornata, probabilmente, per una perdita di fiducia progressiva nei media tradizionali. E con un minimo di onestà intellettuale dovremmo dire che è meritata, questa perdita di fiducia.

È meritata dal fatto spesso assistiamo a giornali che fanno Yellow Journalism o palese partigianato o propaganda elettorale ben consci di farlo e senza che nessuno intervenga in nessun modo. Non viene sanzionato il comportamento del giornalista, non viene sanzionato quello della testata, non viene sanzionato il direttore.

Ci sarebbero gli strumenti per poterlo fare, ma si è deciso – a quanto pare – di lasciar correre. E questa cosa, anche se a un primo sguardo può sembrare un elemento di largo respiro all’interno del giornalismo italiano in termini di libertà di stampa, non fa altro che fare affossare la credibilità che gli utenti hanno verso le fonti di news tradizionali.

E dove manca la credibilità nelle news tradizionali, si cercano news alternative.

Tornando alla propaganda: quando il lavoro sulla reputazione digitale si trasforma in propaganda?

È la finalità che distingue la propaganda.

La propaganda normalmente è fatta per modificare le opinioni di una sfera sociale, un gruppo di persone, o le opinioni su una tematica di riferimento sociale. Quindi: si parla di propaganda quando vuoi convincere le persone a vaccinarsi / non vaccinarsi, comperare casa / non comperare casa, avere un figlio / non avere un figlio. A questo punto si può scegliere se convincere utilizzando informazioni vere o informazioni false ed è il motivo per cui noi internamente abbiamo un comitato etico. Ma anche la reputazione può essere eticamente discutibili: ripristinare la reputazione distrutta di un ex pedofilo, o di un uomo incriminato per pedofilia, è qualcosa di meritorio o meno? Immaginiamo per un momento che sia possibile a tutti gli effetti riuscire a modificare totalmente la reputazione di chiunque o di qualunque azienda. Qual è il limite in cui questa cosa dev’essere applicata? Se sei riabilitato dalla società, hai pagato il tuo debito, devi essere riabilitato o meno? Per quali crimini si e quali no?

Sono discorsi complessi, alla fine dei quali abbiamo spesso rifiutato tanti lavori e un sacco di soldi perché non ci sentivamo sicuri nel fatto di proporre una certa visione del mondo. La differenza, quindi, è solo su chi vuoi convincere e come vuoi convincerlo. 

Perché non riusciamo a trovare la verità? 

Perché non lo vogliamo, non perché non ci riusciamo.

Attenzione, è un concetto proprio diverso: nessuno vuole la verità.

La verità è possibile da trovare ed è abbastanza semplice da comprendere ma nessuno lo vuole davvero. Quello che normalmente le persone vogliono è una comoda conferma di quelli che sono i propri preconcetti che è molto differente. Le persone cercano quello di cui hanno bisogno, cioè qualcosa che le faccia stare bene, che le rassicuri. Poi si scontrano con la formazione che hanno ricevuto, con la loro possibilità o impossibilità di legarsi ad alcune cose particolari, con la loro volontà di fare cose, ma nella realtà non cercano altro che una proiezione di loro stessi.

È il Confirmation BIAS che entra in gioco perché è comodo trovare una conferma a quello che già si sa. Tutti noi siamo legati ormai non alla verità ma a ciò che più si approssima al nostro pensiero e questo è sintomo di una serie di “bug” cognitivi. Bisogna tenere presente, però, che tutti noi viviamo in una bolla, io compreso. Semplicemente la mia bolla è diversa dalla tua. Ad esempio, il mio orizzonte temporale non viene minimamente perturbato dal fatto che ventidue milionari in mutande tirino un oggetto sferico da un lato o dall’altro di un campo a intervalli regolari del tempo.

Per me non ha alcun tipo di significato questa cosa, per altri rappresenta davvero buona parte della vita, persone il cui umore per quasi tutta la settimana è determinato in larga parte dai risultati calcistici della domenica. Per me è a vari livelli una follia.

Come per il Buddhismo, la cosa importante è muoversi verso il cambiamento attraverso il lavoro su se stessi e sulla propria percezione. Per uscire dai BIAS cognitivi e dalla propria bolla è necessario un fortissimo lavoro su se stessi.

Questa però non è una cosa che puoi obbligare a fare: puoi mettere le persone nella condizioni di uscire dalla bolla, puoi aiutarle a uscire, ma non puoi obbligarle ad uscire dalla bolla. Ed è questa la causa delle derive totalitarie, dei focolari fascisti, ma anche all’antivaccinismo o delle scie chimiche.

Quindi, perché nonostante l’evoluzione siamo ancora incagliati in questo problema? Perché in realtà non ci siamo mai evoluti da questo punto di vista.

Immaginando le elezioni di marzo come una battaglia sull’informazione, quali sono le armi e gli scudi che dovremmo avere?

Abbiamo già perso.

Siamo una piccola parte di uno scacchiere internazionale su cui si giocano grandi ideologie e su cui sono già state affinate le metodologie.

Noi siamo come uomini delle caverne che combattono contro l’Impero di Star Wars. Certo, possiamo fare gli Wok, ma la vedo difficile perché ci manca il substrato che ci porti la volontà di uscire dagli schemi.

Cosa che qui non c’è.

Ci dovrà pur essere un modo per salvarci da questo pantano.

Siamo sicuri che sia possibile o necessario salvarci?

Il sistema di valori del futuro, in un mondo di fake news, ma anche di DeepFake, un’intelligenza artificiale che modifica i volti sulle persone, sarà sul ritorno della verità? Da un certo punto di vista ho letto “Io credo alle Sirene” con forte avversione verso la tesi che viene proposta.

Perché la verità è così necessaria? È necessaria per valutare in modo oggettivo la realtà, sì, ma forse ci stiamo muovendo verso un mondo di post verità, in cui tante cose interessano molto di più per altri motivi. 

Ed è terrorizzante, dal mio punto di vista perché è una perdita di valori e punti di riferimento, ma se ci pensiamo è la stessa cosa nata all’inizio del ventesimo secolo con l’insicurezza verso la scienza, il principio di indeterminazione di Eisenberg, con la “crisi delle certezze”.

Quindi dal teorema di Goedel a Eisenberg, fino al relativismo letterario dove verità e menzogna si confondono all’interno dell’inconscio del protagonista. Penso, ad esempio, alla Coscienza di Zeno in cui, a una lettura attenta, si comprende che la sua narrazione della realtà non è quella vera, ma Zeno Cosini mente a sé stesso in moltissimi punti della narrazione e questo è un ottimo esempio per descrivere il passaggio dal realismo al soggettivismo contemporaneo.

La post verità forse è il prossimo passaggio. Se bisogna continuare a tutelare la verità bisogna farlo in aree specifiche: bisogna stare attenti alla sanità pubblica, bisogna evitare di procurare allarme, ma per tutto il resto non sono sicuro che sia possibile vincere la guerra e non sono nemmeno sicuro del fatto che ci sia una guerra in atto e che invece non sia già finita.

 

 

 

 


Approfondimenti:

Tutte gli interventi, i video, le conferenze di Matteo sono visibili sul suo canale YouTube e Facebook

https://dictionary.cambridge.org/dictionary/english/fake-news

https://en.wikipedia.org/wiki/Stakeholder_(corporate)

https://en.wikipedia.org/wiki/Steven_Nock

https://en.wikipedia.org/wiki/Cognitive_bias

https://www.thinkwithgoogle.com/marketing-resources/micro-moments/zero-moment-truth/

Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

2 commenti

Lascia un commento

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: