Facciamoci una pista

Immaginate di dover partecipare a un appuntamento importante, una grande cena o un sontuoso ricevimento con moltissimi invitati: avete scelto il vostro abito, abbinato con accuratezza gli accessori, pensato all’acconciatura, all’eventuale trucco; teoricamente siete pronti. Rientrate a casa per indossare il tutto e la trovate sbarrata: gravemente danneggiata da infiltrazioni d’acqua. Siete costretti a recuperare in fretta e furia lo stretto indispensabile per andare a cambiarvi altrove, senza le vostre comodità, rinunciando alle vostre abitudini: i nervi, l’umore e, probabilmente, il vostro aspetto finale ne risentiranno. Questa è, grossomodo, la situazione del ciclismo su pista azzurro: a poche settimane dai campionati europei il velodromo di Montichiari – la casa della nostra nazionale – viene chiuso a causa di infiltrazioni d’acqua sulla pista e la conseguente mancata agibilità. Le nazionali maschili e femminili cominciano un periodo di allenamento itinerante in vista dell’appuntamento di Glasgow, con un po’ di preoccupazioni anche per le Olimpiadi di Tokyo: due anni sono molto lunghi, ma se servono per preparare un Olimpiade, senza potersi appoggiare su strutture adeguate, possono diventare una manciata di minuti.

La situazione in effetti non è rosea e questo lascia ancora più esterrefatti se si pensa ai risultati, inversamente proporzionali allo stato delle strutture, maturati in questi anni: medaglie olimpiche e mondiali che certificano la voglia del movimento  di sgomitare con i più competitivi e titolati del mondo, spesso, riuscendoci. Nonostante la preparazione travagliata, i primi giorni dell’Europeo hanno confermato questa tendenza. Diamo un’occhiata ai primi giorni di gare sull’ovale di Glasgow.

Si comincia dai quartetti dell’inseguimento: dopo una prova di qualificazione a tempo, due squadre di quattro componenti ciascuna partono sui rettilinei opposti e si danno la caccia per quattro chilometri- sedici giri di pista – il più veloce vince. Nonostante le difficoltà accennate sopra, già in qualifica le ragazze fanno segnare il secondo tempo assoluto, i ragazzi stampano il migliore. Nelle semifinali non c’è storia: schiantate la Germania al femminile e l’Inghilterra al maschile, si può iniziare a pensare in grande. Anche le finali danno enormi soddisfazioni: Elia Viviani, Francesco Lamon, Michele Scartezzini e Filippo Ganna dominano la prova contro il quartetto svizzero, afferrando un oro quanto mai luminoso per le circostanze nelle quali è maturato. Più impegnativa la prova per Elisa Balsamo, Letizia Paternoster, Silvia Valsecchi e Marta Cavalli: la loro ultima sfida le metteva di fronte alle regine della disciplina, il quartetto di sua maestà britannica. Le nostre ragazze mettono in difficoltà le avversarie per i primi tre chilometri della prova, ma non riescono a reggere quel ritmo indiavolato fino in fondo e devono accontentarsi di un comunque splendido argento.

Stessi risultati anche dalle gare individuali: durante la sessione pomeridiana di sabato una scintillante Maria Giulia Confalonieri va a prendersi medaglia d’oro, e titolo europeo, nella corsa a punti, portando a compimento un capolavoro tattico iniziato accumulando punti nei primi sprint, rafforzato dalla spericolata conquista di un giro e coronato dal controllo magistrale della volata finale; in quelle stesse ore torna in pista Elia Viviani per correre l’Omnium, la specialità di cui è campione olimpico in carica, e di cui si dimostra ancora intrerprete eccellente, nonostante la grande attenzione dedicata alla strada nelle ultime due stagioni, sbavando solo in una delle quattro specialità portandosi a casa un bell’argento finale.

Due ori e due argenti in due giorni di finali è un bilancio che fa capire quale sia il valore degli atleti nelle mani dei tecnici Salvoldi e Villa. Sperperare un simile capitale a due anni dai giochi olimpici sarebbe un vero peccato. Qui torniamo al problema dell’inizio: per poter preparare un esercizio complesso e suggestivo come il ciclismo su pista il potersi appoggiare a una struttura funzionante è fondamentale. Alcuni segnali positivi stanno arrivando: la dichiarazione del CONI sulla pronta ristrutturazione di Montichiari; la disponibilità di altri velodromi a ospitare le allenamenti e campionati nazionali, non ultimo il Vigorelli – la più ricca di storia tra le piste italiane, ora utilizzata per ospitare partite di football americano, un po’ come se, chiuse tutte le palestre vaticane, una squadra di calcetto fosse invitata a giocare in San Pietro, tanto spazio ce n’è, ma questa è un’altra storia. Pur accogliendo questi segnali, la cosa più importante resta trovare un posto fisso dove allenarsi in modo da poter mantenere tutte le promesse che l’inizio di questi europei ha formulato. Per dirla con Tony Montana: per poter puntare al mondo, chicos, e a tutto quello che c’è dentro, dobbiamo cominciare da una pista.

Michele Polletta | Piché Café

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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