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Emmanuel Bove: “davanti a te sta ogni mio desiderio”

“Ogni tanto lo sconosciuto si voltava, e mi osservava scrollando la testa. E io, stupido, non sapevo come guardarlo. Con dolcezza sarebbe stato ridicolo, essendo lui più grosso di me; con freddezza, sgarbato; con sottomissione, senza dignità.”[1]

A parlare è Victor Baton, un uomo a cui non è rimasto niente, nella vita, o ben poco: sul corpo i segni della Grande Guerra, che lo ha reso invalido, e per andare avanti una piccola pensione, che basta a malapena per pagare il piccolo e sudicio alloggio in cui abita. Osserva gli uomini, Baton, guarda il mondo che lo circonda con l’attenzione che forse è solo di chi deve dipingerlo, di chi deve scriverne: ha tutto il tempo che serve, Victor, e lo impiega così, nella continua ricerca –puntualmente frustrata- di un altro essere umano, di un amico a cui affidarsi. Le parole di Victor ci mostrano gli sguardi, i gesti delle persone: “Per la prima volta guardai il mio vicino negli occhi. Anche lui aveva finito di mangiare. Pulendosi i denti con la lingua faceva un rumore di baci”[2]. I miei amici, scritto nel 1924, quando aveva 26 anni, è il romanzo più importante di Emmanuel Bove, parigino nato nel 1898 da padre russo e madre lussemburghese. Leggendo il libro il titolo risuona sempre più malinconico e beffardo proprio perché si perde costantemente anche la stessa illusione che quei “miei amici” esistano.  Da un capitolo all’altro Victor incontra un nuovo amico, una persona che si illude possa far parte della sua vita. Ogni volta ci mette tutto se stesso, con l’ingenuità che porta solo il desiderio dell’altro. Alla fine quell’empatia che sembrava essersi instaurata si sgretola e il risultato è sempre lo stesso: Victor viene respinto dal mondo. Bove e Baton, l’autore e il personaggio, quel personaggio uomo, avrebbe detto Debenedetti, per certi versi finiscono quasi con l’assomigliarsi: più che le vicende, a colpire è la marginalità inspiegabile dalla quale entrambi sembrano avvolti. Sì, perché Bove, scomparso prematuramente quando non aveva neanche 50 anni, è un autore che ha un suo linguaggio, una cifra distintiva personale, unica. Se ne erano accorti in tanti: Samuel Beckett, che esaltava l’accuratezza delle sue descrizioni, Ranier Maria Rilke, André Gide, Max Jacob. O ancora, più avanti, Peter Handke, autore di una traduzione del romanzo, o Wim Wenders, che lo porta sottobraccio e ne parla in un suo cortometraggio dedicato alla città di New York. Eppure, nei confronti di questo autore non ingiustamente dimenticato ma sicuramente non giustamente ricordato, è come se si innescasse una sorta di allontanamento, di sospetto distanziante. O forse chissà, è stato un caso sfortunato. Baton sembra avere la risposta anche su questo: “La gente non crede al caso, soprattutto quando è l’unica cosa che ci può scusare”[3]. Per me questo è stato un bel consiglio ricevuto per via indiretta da un altro autore francese, Eugène Green[4], un regista arrivato al cinema tardi, dopo una vita nel teatro barocco: radicale nel suo linguaggio, nelle storie che racconta, e per questo tenuto ingiustamente lontano, un po’ come Bove, da grandi applausi, acclamazioni e tappeti rossi. Victor Baton ci mostra con parole chiare e senza inutili lirismi la difficoltà del contatto umano e il dolore che ne consegue. Ricorda un Salmo commentato meravigliosamente da Sant’Agostino, quello che recita: “E davanti a te sta ogni mio desiderio”.

[1] Emmanuel Bove, I miei amici, (tit. or. Mes Amis), Feltrinelli, Milano, 2015, p. 128.

[2] Ivi, p. 41.

[3] Ivi, p. 56.

[4] Per approfondire l’interessante figura di Eugène Green, americano di nascita e francese d’adozione, autore di film come Tuotes les Nuits, cfr. Federico Francioni, Il mondo vivente, conversazione con Eugène Green, Artdigiland Books.

Paolo Massari

Paolo Massari è nato nel 1988 e ha da poco conseguito il dottorato in italianistica alla Sapienza di Roma. Da quattro anni lavora alla Regione Lazio, nell’ambito della comunicazione istituzionale. Si è occupato in particolare di Cesare Zavattini e Curzio Malaparte; ha pubblicato diversi saggi su “Avanguardia” e “L’Illuminista” e nell’antologia “Roma, punto e a capo”, a cura di Zuccari e Cirillo, edita da Ponte Sisto.

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