E vissero tutti felici e scontenti

Un matrimonio nei romanzi, ammettiamolo, non si nega a nessuno. A desiderarlo non sono soltanto le protagoniste di romance più o meno audaci, lo vogliono con una certa determinazione anche gli uomini. Dentro e fuori dai libri. Perché il matrimonio è un’istituzione che comporta sì una serie di responsabilità e di limitazioni della libertà ma, di contro, offre un cospicuo numero di vantaggi, sia per lui che per lei. Se la nostra eroina, convolando a giuste nozze, può anche decidere – con buona pace dell’uguaglianza dei diritti, dell’autonomia e dell’autodeterminazione – di non lavorare fuori casa e farsi mantenere dal marito, il lui in questione sa che passerà bellamente dalle cure materne a quelle della sposa, perché in fondo, come diceva uno Stefano Rosso d’annata, anche tu hai bisogno di “chi te fa da magna’, chi te lava li panni…”.

Ma ogni buon matrimonio, si sa, ha bisogno di un wedding planner. E guai a pensare che si tratti di una figura inventata da questa assurda modernità in cui si demanda sempre ad altri ciò che si potrebbe fare da soli. A scorrere infatti le pagine dei romanzi, si scopre che la migliore wedding planner della storia della letteratura è Jane Austen. D’altra parte, era proprio lei ad ammettere come verità universalmente riconosciuta che “uno scapolo fornito di un patrimonio, senta il bisogno di ammogliarsi”.

La Austen è, in generale, più amata dalle donne che dagli uomini. Forse per quell’aria rassicurante data dal fatto che ci racconta sempre una stessa storia di coppia: la lei di turno – spesso di onorevole famiglia decaduta o male in arnese o con qualche problema come un genitore vecchio o malato o un po’ matto – vuole sposarsi oppure fa di tutto per fare sposare gli altri, diciamo che è una “wedding addict”; il lui in questione è ricco e tenebroso oppure odioso o pieno di sé ma alla fine sposa la protagonista nonostante, a volte, lei sembri una perfetta cretina. Perché, in effetti, anche se stupida non lo è davvero, a noi lettrici risulta piuttosto naturale domandarci come mai queste donne dotate di una bella testa, alla fine, mettano il loro intelletto a disposizione soltanto della possibilità di trovare un marito alle sorelle, alle amiche e a se stesse.

Il loro obiettivo, come avveniva per le principesse delle fiabe, è quello di diventare brave mogli che, sollevate dall’impegno di rigovernare la magione (dato che sposeranno un uomo agiato), dovranno comunque essere fedeli e diventare perfette padrone di casa in grado di riconoscere un buon cretonne per rivestire il divano del salotto. Possibile che non ce ne sia una che voglia invece avere una vita diversa, che ne so, lavorare, occuparsi dei propri interessi? Giustificarle dicendo che all’epoca le donne non facevano queste cose e per loro il matrimonio era la naturale destinazione sociale non basta. Proprio Jane Austen, come l’amata sorella Cassandra, non si sposò e dedicò la vita alla scrittura. Quindi sapeva bene che esistono anche altre cose che le donne possono fare oltre a dare ai domestici indicazioni su cosa servire con il tè. Che la Austen fosse diversa dalle donne di cui parlava si capisce bene dai suoi romanzi, dal modo distaccato e sarcastico con cui tratta le sue eroine. Ne descrive pregi e difetti con occhio implacabile, non perdona loro nulla; le loro virtù e la loro moderazione devono sempre primeggiare sull’intelligenza, sulla spontaneità e sulla passione. Capita così a tutte per arrivare all’agognato altare: a Elinor e a Marianne Dashwood in Ragione e sentimento; a Fanny Price in Mansfield Park; a Elizabeth Bennet in Orgoglio e pregiudizio; ad Anne Elliot in Persuasione (pubblicato postumo nel 1917). Ma è con Emma Woodhouse, protagonista di Emma, ultimo romanzo pubblicato in vita dall’autrice, che la Austen sfodera tutta la sua perfidia. Per imbattersi in un personaggio altrettanto vacuo sotto le sembianze dell’intelligenza, forse bisogna ricorrere a Evelyn Waugh, a Maugham, a Muriel Spark o a Alan Bennett.

Prima donna tra le austeniane a non avere problemi economici, Emma non desidera sposarsi ma, evidentemente, al matrimonio crede talmente tanto da volerlo fare contrarre a tutte le persone che conosce, anche a quelle che proprio non ne hanno alcuna intenzione. Perché lei, la poveretta, ha una visione del mondo tutta sua e, sa solo il Cielo che razza di funghi mangiasse per immaginare veli bianchi, campane a festa e talami nuziali di fronte a qualsiasi ipotesi di coppia le si parasse davanti.

Il vero dramma, però, non è la sacrosanta ironia di Jane Austen, è piuttosto la sua ricezione presso il pubblico femminile. Inutile dire infatti che, se da una parte esistono ovviamente molte lettrici che adorano il sarcasmo della Nostra, per ciascuna di loro ci sono almeno cento altre donne che leggendola credono ciecamente di trovarsi di fronte a un “bel romanzo d’amore”, con buona pace del suo occhio lucido sulla società e sulle sue storture. Fin troppe pensano che la Austen sia un’autrice romantica, capace di penetrare il cuore femminile e fare innamorare. E da qui a considerare i suoi libri una sorta di breviari per trovare marito, il passo è breve: non è un caso che il matrimonio sia un’attività fortemente praticata da donne che, formatesi in questo modo su letteratura e giochi infantili, lo pongono in molti casi come priorità delle loro vite.

Ma se si continua a leggere la Austen senza essere sfiorati dal dubbio che la scrittrice si prenda gioco di certa femminilità, mi sa che qualcosa è andata per il verso storto e che le favole lette da bambine una certa responsabilità devono averla.

Emanuela Ersilia Abbadessa

Emanuela E. Abbadessa (Catania, 1964) ha studiato pianoforte e canto lirico. Ha insegnato Storia della Musica e Comunicazione Musicale alla Facoltà di Lingue dell’Università di Catania. È collaboratrice del quotidiano “La Repubblica” (ed. Palermo). Il suo primo romanzo, Capo Scirocco (Rizzoli, 2013) ha vinto il Premio Rapallo-Carige, il Brignetti Isola d’Elba, è stato finalista all’ Premio Alassio Centolibri e al Premio Rieti. Fiammetta (Rizzoli, 2016) si è qualificato secondo al premio Dessì e al Premio Subiaco Città del libro.

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