DIMENTICARE CARMELO BENE

«Nasco in terra d’Otranto, nel sud del sud dei santi. Mettere insieme Bari e Otranto sarebbe come dire che Milano e Roma siano la stessa cosa. Tutta la terra d’Otranto è fuor di sé. Se ne è andata chissà dove. È un rosso stupendo la terra d’Otranto. Più bello del rosso di Siena o di altre terre consimili. Lo usano molti pittori per la tempera. È una terra nomade, gira su se stessa. A vuoto»[1].

 

Così Carmelo Bene sanciva il suo legame privilegiato con un originario ‘sud del sud dei santi’, non-luogo al di là della memoria dove ogni cosa rimane indifferente alle alterazioni del tempo; ciò che vi è di più sacro in questo ‘sud del sud’ è infatti la ripetizione alla base dei riti quotidiani, delle estenuanti giornate di lavoro in campagna, delle processioni dei santi. Bisogna partire da tutto questo per comprendere l’immaginario del depensamento che un giovane di Campi Salentina, data di nascita 1 settembre 1937, elabora dall’osservazione dei suoi conterranei, dediti esclusivamente al lavoro e alla preghiera. Dei suoi quattro nomi, Carmelo Realino Pompilio Antonio, tutti ‘confezionati’ ad arte dalla devotissima madre, Carmelo è concorde sulla scelta dell’ultimo, che rimanda a disfatte colossali, come se già da esso fosse possibile presagire la sconfitta e la negazione di un io ‘autoriale’ e autorevole:

 

«questa disfatta di Azio, questa rotta senza Cleopatra. Carmelo è nome fin troppo lusinghiero, il nome di una montagna per un topolino, un bambino gracile come ero io»[2].

 

Il concetto di ripetizione non solo rimanda ai cicli naturali e lavorativi, ma soprattutto alle prime rappresentazioni simil-teatrali alle quali Carmelo Bene non solo assiste, ma partecipa attivamente come chierichetto, tutti i giorni fino agli anni dell’adolescenza, col rischio di diventare santo, come ricorda lui stesso nella biografia-intervista scritta con Giancarlo Dotto. Tanto più è evidente l’importanza del rito sacro, della reiterazione recitativa, appunto, se si pensa a un giovanissimo Bene che, nemmeno adolescente, tormenta i propri amici improvvisando spettacoli, in piedi su una sedia, riferendo interi canti di Dante, poesie di Leopardi e atti interi da Shakespeare (così racconta Bruno Putignano, amico d’infanzia di Carmelo Bene, nel suo libro Elegia di un sogno). Sono le prime prove di un bambino già avvezzo ad assorbire e rielaborare ogni cosa, in maniera ossessiva ma soprattutto «umile» nel confronto dei classici, benché sfregiati nei successivi anni teatrali; dopotutto «il genio è rigore. Il genio è qualcosa di humus, di umile: fa quello che può. La mia massima ambizione è sempre stata quella di diventare cretino, perseguita con accanimento sin dalle operine giovanissime. Non vi sono età, vi sono flussi e riflussi, maree nella loro variazione continua», affermerà Bene in una sua autointervista[3].

Cristallizzato in un perenne incanto anti-moderno, il sud non è più inteso come luogo minore, nella propria «dannazione alla subalternità», ma riconsiderato alla luce di una nuova «elezione della minoranza»[4], come ha notato Piergiorgio Giacché; un luogo irreale e testardamente ‘arretrato’ in cui elaborare una concezione ‘altra’ della vita, della socialità, dell’arte, che esploderà in Carmelo Bene nell’urgenza di attentare a ogni canone artistico, l’arte di ‘rappresentazione’ intesa da Antonin Artaud, proprio tramite quei classici già divorati da ragazzo e riscritti, negli anni, con irrispettosa devozione. È in Bene che Gilles Deleuze trova un valido alleato contro il «testo», considerato dal filosofo francese «il dominio della lingua sulla parola»[5], quindi annoverando Bene tra i vari Kafka, ebreo cecoslovacco che scrive in tedesco, Beckett, un irlandese che scrive in inglese e francese, poi Pasolini, con il suo dialetto, ma anche Godard; tutti artisti che, in un modo o nell’altro, secondo Deleuze, hanno messo in dubbio le regole di rappresentazione tramite il linguaggio. La formula con la quale Deleuze racchiude l’operato di Bene è dunque la «variazione continua» perseguita nella lingua, manomessa e balbettata, distorta e intralciata tramite inciampi che l’attore compie su se stesso contravvenendo ai dettami della recitazione accademica. Un attore, quello configurato da Bene, che è per Deleuze «straniero, ma nella propria lingua»[6]; ecco un linguaggio (e un sud ‘ideale’) che nel farsi parole non è più minoritario, ma «minorato da una variazione continua – variante rispetto alla norma della rappresentazione tradizionale e perciò autonomo rispetto al parlare educato maggioritario»[7] (Giorgino); una ‘potenza’ creatrice sprigionata dalla e nella différence che, secondo Deleuze, scatena «dei divenire contro la Storia, delle vite contro la cultura, dei pensieri contro la dottrina, delle grazie o delle disgrazie contro il dogma»[8].

L’uscita dai dogmi del linguaggio non può che approdare nell’incomunicabilità, nella ‘beata’ idiozia del santo dei voli, San Giuseppe da Copertino, da Bene assunto a simbolo di quel depensamento che recupera il suo sud immaginario, ormai corrotto dalle logiche consumistiche e dai turchi-turisti che invadono i centri storici in Nostra Signora dei Turchi. Al mondano e alle seduzioni del turismo Bene può contrapporre un suo immaginario arcaico, incapace di accettare le logiche contemporanee perché impossibilitato a comprendere:

Ora dove questo Pensiero «depensa» si spensiera, via via scendendo fino a Capo Leuca, lì comincia la Magna Grecia. A sud del Sud. La Magna Grecia è il «depensamento» del pensiero del Sud. È il Sud in perdita. Il suo guadagno. Anche se umiliato, oltraggiato, vilipeso, dalla sciagurata inflazione consumistica, è ancora qui. In questo sud del Sud è nato il più grande santo tra i santi, colui che eccede la santità stessa: Giuseppe Desa da Copertino. A questo Sud azzoppato, non resta che volare[9].

Partito dal ‘sud del sud’, Carmelo Bene arriverà negli anni a incontrarsi e a scontrarsi con la scena artistica e intellettuale non solo nazionale ma mondiale; dapprima è bollato come l’enfant terrible del teatro italiano, tanto sfacciato da ottenere gratuitamente, nel 1959, quindi giovanissimo, i diritti per rappresentare il Caligola di Albert Camus, dopo che quest’ultimo, visionate le prove, ne aveva bloccato la messinscena a opera di Giorgio Strehler; lo scontro con la tradizione prosegue inscenando rispettosi duelli con Vittorio Gassman, da Bene considerato al meglio della categoria degli attori e quindi accusato, paradossalmente, di essere «il meglio del peggio, cioè il pessimo»[10]. Per non parlare dei mitici soggiorni in Versilia con l’amico Vittorio Bodini, a vessare il Vate Eugenio Montale che richiedeva loro un giudizio sui suoi disegni, prontamente derisi, oltraggiati e distrutti dai due poeti pugliesi[11]; quasi una piccola vendetta da parte di due artisti non degnamente considerati dalla critica nazionale, se non osteggiati, come nel caso di Bene, che da parte sua non ha mai mancato, a più riprese, di ridicolizzare i critici nazionali, i ‘gazzettieri’, considerati squalificati a parlare di arte, tanto da chiederne l’uscita dalla sala stampa durante la presentazione di Nostra Signora dei Turchi al Festival del Cinema di Venezia del 1968[12]; poi i progetti sfumati con Eduardo De Filippo, Salvador Dalí, il mitico incontro con Jacques Lacan, avvenuto nei camerini alla fine di uno spettacolo, trascorso senza che i due proferissero parola; l’esperienza nel ruolo di Creonte nell’Edipo re di Pasolini, ospite habitué degli spettacoli di Bene, al fianco di Franco Citti, già attore nel suo spettacolo Salomè del 1964; le recensioni lusinghiere di Alberto Moravia e Alberto Arbasino, tra le poche voci distanti dal coro dei detrattori di Bene durante i primi rocamboleschi spettacoli, e tanti altri personaggi che hanno avuto il privilegio di far parte di una biografia che non di rado sfocia nel mito.

Vanificatosi ogni sforzo di costituire una fondazione, «l’Immemoriale», trascorsi ormai più di quindici anni dalla morte di Carmelo Bene (avvenuta il 16 marzo del 2002), non solo non è mai venuto meno l’interesse per la sua straordinaria figura di artista e intellettuale, ma è sorta l’urgenza improrogabile di approfondire lo straordinario corpus delle sue opere tramite uno studio mirato e organizzato, indispensabile per preservare la memoria di uno dei più grandi artisti della storia dell’umanità. Il neo costituito Centro Studi Carmelo Bene, ideato nel 2018 da Stefano Cristante, presidente del centro studi, Simone Giorgino, studioso di letteratura e dell’opera di Carmelo Bene, Simone Franco, attore e regista, con il patrocinio del comune di Campi Salentina e quindi grazie al sindaco Egidio Zacheo, non si candida a erede ‘intellettuale’ di Carmelo Bene ma mira a diventare il luogo d’incontro privilegiato per studiosi e ammiratori dell’opera beniana; si propone soprattutto di superare il ‘trauma del mito’ e aprire un dialogo ideale con un artista che ha sperimentato in prima persona l’omaggio ai classici oltraggiandoli, trafugandoli dagli altari; un luogo, come ha detto Stefano Cristante durante gli incontri della rassegna «Storie perBene», in cui omaggiare ma anche, paradossalmente, dimenticare Carmelo Bene, proposito che sarebbe probabilmente piaciuto a un artista che sempre anelava all’’oblio di sé’.

[Il Centro Studi Carmelo Bene ringrazia Midnight Magazine per la proposta di collaborazione e invita chiunque lo volesse a iscriversi alle pagine social del centro, Facebook e Instagram, dove saranno disponibili il calendario eventi, le conferenze video e altro materiale esclusivamente a scopo didattico. Invitiamo in particolare a visionare il bando da poco pubblicato del Premio Campi Salentina, intitolato a Carmelo Bene, dedicato alle tesi di laurea e alle monografie edite sull’opera di CB. Il centro studi è aperto ad accettare le candidature di nuovi soci].

 

 

 

[1] C. BENE, G. DOTTO, Vita di Carmelo Bene, Bompiani, Milano, 1998, p. 15.

[2] Ivi, p. 9

[3] https://villatelesio.wordpress.com/2011/04/12/la-solitudine-di-un-poema-impossibile/

[4] P. GIACCHÈ, Antropologia di una macchina attoriale, Bompiani, Milano, 2007, p.

11

[5] C. BENE, G. DELEUZE, Sovrapposizioni, Quodlibet, Macerata, 2002, p. 98.

[6] Ivi, p. 100.

[7] S. GIORGINO, L’ultimo trovatore. Le opere letterarie di Carmelo Bene, Milella, Lecce, 2014 p. 144.

[8] C. BENE, G. DELEUZE, Sovrapposizioni, cit., p. 94.

[9] C. BENE, Sono apparso alla Madonna, Longanesi, Milano, 1983, p. 12.

[10] G. DOTTO, Fatemi il funerale da vivo, intervista a Carmelo Bene, «L’Espresso», 13 gennaio 2000, poi in C. BENE, Panta, a cura di Luca Buoncristiano, Bompiani, Milano, 2012, p. 368.

[11] C. BENE, G. DOTTO, Vita di Carmelo Bene, cit., p. 191: «A parte sporadici incontri, l’Eusebio – per gli amici – l’ho frequentato, suo e mio malgrado, in Versilia, dalla metà degli anni 70 in poi. Mi chiamava “Malvolio”, lui dormiva io bevevo e declamavo versi. Certi meriggi, sotto i pergolati dell’amico pittore Nino Tirinnanzi, Montale oziava imbrattando carta da disegno coi fondi del caffè, con l’aranciata e altri impiastri. Convocati a giudizio, io, Tirinnanzi e l’indimenticabile Vittorio Bodini stroncavamo impietosi quelle opere dell’ingegno, lasciando il Vate, ormai avvezzo alle nostre ilari villanie, ai suoi borbottati silenzi, qua e là sfregiati da fischiattato, baritonale arieggiare […] Vittorio Bodini sghignazzava, tra i suoi tic, come una civetta ammattita».

[12] https://www.youtube.com/watch?v=dSxhlsA-PWE

Alessio Paiano

Alessio Paiano è nato a Pavia nel 1992 ma ha vissuto sempre in provincia di Lecce, dove si è laureato in Lettere Moderne svolgendo attività di ricerca principalmente su Carmelo Bene. È stato redattore del Centro di Ricerca PENS (Poesia contemporeanea e nuove scritture) presso l’Università del Salento. Scrive articoli di genere indefinito per Midnight Magazine. Fa parte del direttivo del Centro Studi Carmelo Bene. Dirige per «Satisfiction» la rubrica «Il Grammofono», concepita come laboratorio di critica letteraria su poesia e prosa contemporanea, edita e inedita (quest’ultima, preferibilmente). È in via di pubblicazione la sua prima opera in versi, «L’Estate di Gaia», già candidata al Premio Nobel per la Letteratura 2020.

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