Digital Capitalism

Come ho raccontato nel mio editoriale della settimana scorsa, ci sono due correnti di pensiero riguardo ad internet. Attenzione, scelgo di usare il tempo presente per un motivo ben preciso: checché se ne dica, è tuttora così. Tra i vari approcci all’internet ed al web, il clima culturale attorno a Internet e al digitale che si respira in certi ambienti è caratterizzato da un positivismo quasi del tutto acritico e da una cieca fiducia nel fatto che la tecnologia possa riscrivere – badare bene: nel migliore dei modi – le direttrici del futuro. Gli ambienti a cui faccio riferimento sono certi mondi legati alle startup, ai “digital innovator”, ai “”motivatori”” (devo per forza usare più di una virgoletta) e, che Dio ce ne scampi, ai “guru” di questo media.

Questa connottazione quasi divina, mistica, sovrannaturale, sta per vivere una grossa crisi.

Geert Lovink, Direttore dell’Institute of Network Cultures di Amsterdam, ha scritto che il caso NSA, portato in superficie da Edward Snowden più di quattro anni fa, avrebbe segnato la fine simbolica dell’era dei new media, e soprattutto costretto quella cyber-naïveté a confrontarsi con le politiche internazionali.

Nel suo Capitalismo Digitale (edizione Luiss Press, traduzione italiana di Platform Capitalism), Nick Srnicek, docente di economia politica alla City University di Londra e firmatario insieme ad Alex Williams del manifesto accelerazionista, fa il punto sulle evoluzioni dell’economia digitale e sui crescenti e preoccupanti monopoli rappresentati dalle grandi piattaforme della Silicon Valley trattando la loro ascesa nel contesto complessivo delle evoluzioni storiche del capitalismo.

Rivolgendomi a coloro che hanno aperto almeno una volta una pagina Web, uscendo automaticamente dal 1998, sono prima o poi incappati nelle grandi piattaforme. Google, Facebook, Twitter e via così. Queste piattaforme sono diventate a tutti gli effetti l’internet, nell’accezione delle persone che sono uscite dal 1998 ma non sono mai arrivate nel 2017. E ce ne sono tante, fidatevi. Se non ve ne vengono in mente forse dovreste farvi una domanda in più.

Queste piattaforme, dicevo, sono diventate internet: gli attori economici principali di un ecosistema in cui ogni attività umana produce un dato quantificabile, sorvegliabile, conservabile e monetizzabile. La raccolta di informazioni sugli utenti è alla base di monopoli che si espandono seguendo direttrici differenti e senza sostanziale possibilità di concorrenza effettiva. I dati per Srnicek svolgono “funzioni capitaliste chiave” che sorreggono la crescita di quelle che definiamo “piattaforme”, come Facebook, Google o Amazon, “caratterizzate dal fornire infrastrutture necessarie a mediare tra diversi gruppi di utenti, mostrando tendenze monopoliste spinte da effetti di rete”.

Tutto questo ha conseguenze anche per gli assetti di Internet, il cui futuro, per Srnicek, sarà caratterizzato da differenti direttrici potenziali: una ricerca sempre crescente di dati estraibili, e quindi di funzioni umane monitorabili alle quali fornire un servizio in cambio di informazioni; la necessità, per queste aziende, di posizionarsi di conseguenza come guardiane delle proprie posizioni dominanti; la convergenza dei mercati, che spinge queste aziende a concorrere per le stesse cose e una crescente presenza di ecosistemi chiusi e centralizzati. Non esattamente la Internet che ci aspettavamo agli albori.

Di tutte le possibili conseguenze che il potere dei monopoli può avere su Internet, una delle più preoccupanti è che possa crearne uno sull’accesso stesso alla rete.

“Credo che molte delle manifestazioni di entusiasmo e glorificazione di Internet e progetti connessi, come l’open source o la peer production, indicassero qualcosa di reale, individuando alcune dinamiche nuove della nostra situazione”, dice Nick Srnicek, intervistato da Il Tascabile. “Allo stesso tempo, però, hanno sottovalutato il potere delle gerarchie di potere tradizionali e delle strutture di cooptazione che negano efficacemente quelle stesse dinamiche. C’è stata, in generale, troppo poca enfasi sul potere. Questo ha significato che se alcune previsioni fatte da questi teorici nella fase iniziale sono diventate realtà – ad esempio, tutti noi ci dedichiamo a lavoro creativo gratuito nel nostro tempo libero – è stato invece ignorato il meccanismo che ha rivolto quell’ideale contro se stesso, e per questa ragione Facebook ora usa i nostri sforzi creativi come modo per attrarre inserzionisti e per affinare i suoi algoritmi. Sta diventando sempre più ovvio che il vecchio modo di produzione non se ne andrà senza combattere e che se gli aspetti di liberazione delle nuove tecnologie si dovranno realizzare, abbiamo bisogno di costruire una lotta collettiva.”

Di tutte le possibili conseguenze che il potere dei monopoli può avere su Internet, una delle più preoccupanti è che possa crearne uno sull’accesso stesso alla rete. Un problema che certamente va in parallelo con la raccolta dei dati, ma che è connesso con la volontà delle grandi aziende tech di diventare infrastrutture irrinunciabili da cui eventualmente far transitare lo svolgimento di attività fondamentali, compresa, ad esempio, la connessione a Internet. Questo processo espone a rischi significativi in termini di potenziale frammentazione della rete in ambienti chiusi e gestiti da poche entità private e monopolistiche. Un esempio di questa tendenza, citato da Srnicek, è il sempre più frequente scenario dove sono le aziende della Silicon Valley a farsi carico del “portare Internet” nei Paesi in via di sviluppo – come fa Facebook con il programma Free Basics, che nel 2016 raggiungeva 25 milioni di persone in tutto il mondo: “su un piano, questo ha a che vedere con i dati, perché queste imprese si posizionano come i gatekeeper [“guardiani”, n.d.r.] chiave di Internet”, spiega Srnicek, “ma l’aspetto più importante è il monopolio sull’accesso a Internet, che sta diventando un’infrastruttura chiave nella vita di tutti i giorni in tutto il mondo. Avere controllo su quell’accesso significa avere potere e la possibilità di estrarre un vastissimo ammontare di dati con cui rifornire i propri imperi”.

Per Srnicek il prossimo terreno di quelle che in Capitalismo digitale chiama “le grandi guerre delle piattaforme” sarà l’intelligenza artificiale, nell’accezione del machine learning , che ha bisogno di quanti più dati possibili per operare al meglio ed espandersi. Sulla base di questa nuova “corsa agli armamenti” “si esacerberanno le tendenze” che hanno caratterizzato l’evoluzione recente del capitalismo digitale, spiega Srnicek: “L’approccio corrente all’intelligenza artificiale si basa pesantemente su immensi quantitativi di dati. Più dati ha un’azienda, più saranno efficienti i suoi algoritmi e i servizi che potrà offrire. Il risultato è che questa azienda finirà per attrarre più utenti e per estrarre più dati, foraggiando un circolo vizioso che le consentirà di imporre barriere significative a qualsiasi forma di concorrenza. Potrebbe essere economicamente poco costoso mettere in piedi e gestire un’impresa di intelligenza artificiale, ma a meno che non si abbia accesso a dataset giganti, questa azienda sarà sempre debole in confronto ai maggiori protagonisti del suo settore. Non si tratta più di un settore tecnologico marginale, ma di qualcosa che in modo sempre più crescente organizza e guida le nostre vite di tutti i giorni. Come la proprietà dell’intelligenza artificiale viene centralizzata nelle mani di poche aziende, diventa nello stesso momento un aspetto pervasivo della nostra società.”

Nick Srnicek ha proposto l’ipotesi di dare alle grandi piattaforme una proprietà pubblica al fine di riprendere il controllo di Internet e delle infrastrutture digitali contemporanee.

In un recente e molto discusso articolo per il Guardian, Nick Srnicek ha proposto l’ipotesi di dare alle grandi piattaforme una proprietà pubblica al fine di riprendere il controllo di Internet e delle infrastrutture digitali contemporanee e farle sfuggire a un futuro monopolistico e totalmente privatizzato che sembra ormai s inevitabile. Di fronte all’ascesa dell’intelligenza artificiale, proporre regolamentazioni ad hoc limitate nel loro scopo non servirà a molto, scriveva Srnicek in quel pezzo, dato che ci sono in gioco le infrastrutture fondamentali del ventunesimo secolo: “Dobbiamo considerare la proprietà pubblica come una questione più ampia della semplice nazionalizzazione”, spiega Srnicek, “dobbiamo ragionare in modo più fantasioso su cosa voglia dire ‘proprietà pubblica’ di una piattaforma. Il secondo punto chiave è la necessità di costruire delle barriere legali, politiche e tecniche tra la raccolta dei nostri dati e la sorveglianza di questi ultimi da parte dello stato. Ci siamo già riusciti con un sistema di comunicazione nazionalizzato: la posta. Dobbiamo, però, sviluppare degli strumenti e delle leggi che ci difendano dalla sorveglianza. E dobbiamo farlo indipendentemente da chi detiene le piattaforme.”

Al momento, qualora i segnali attuali si mantenessero così forti, il futuro di Internet sembrerebbe destinato a una costante espansione delle piattaforme capitaliste in qualsiasi ambito economico, scrive Srnicek. Qualcosa di estremamente differente rispetto a come si era immaginata la rete ai suoi albori e all’epoca dell’entusiasmo, un momento in cui sembrava che Internet avrebbe riscritto anche tutti i rapporti di forza dell’economia. Quello che occorre, al fine di non trovarci in un contemporaneo online completamente sotto il dominio di pochi monopoli, è la consapevolezza di quanto i dati non siano più solo la base del modello di business di queste piattaforme, ma uno degli elementi strutturanti del presente.

Non è una questione che ha a che vedere solo con un ipotetico cyberspazio staccato dall’economia e dalla geopolitica, ma con il futuro complessivo della società del ventunesimo secolo.

Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

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