Dieci anni di Cinque Stelle

 

Sono passati quasi dieci anni dalla nascita del Movimento 5 Stelle; dieci anni dal famoso V-Day del settembre 2007 e ancora il dibattito sulla sua collocazione dibattito non ha fatto nemmeno un progresso.

L’ultima analisi, targata Bersani, è il possibile (ma improbabile) posizionamento del M5S al centro del semicerchio politico; la discussione (va detto che è soltanto esterna e mai interna al partito) va però avanti da anni, durante i quali si sono susseguite analisi sull’appartenenza del partito di Beppe Grillo alla sfera della sinistra (legate alla sua precedente aspirazione a candidato PD), sul suo graduale spostamento verso destra – anzi, estrema destra – o quanto meno nella composita galassia rossobruna che riunisce fascio-comunisti, putiniani, trumpisti e figure come Alberto Bagnai o Diego Fusaro.

In tutto questo, sono gli stessi elettori del Movimento 5 Stelle a non sapere bene come collocarsi e forse a non essere nemmeno interessati a farlo (coerentemente con il superamento della classica frattura politica destra/sinistra in direzione europeismo/populismo): stando a un sondaggio Demos del gennaio 2017, il 30% dei sostenitori M5S si dichiara di sinistra; il 21% di destra e solo l’8% di centro (con buona pace di Bersani). La restante parte, ben il 41%, si dichiara “esterno” ai tradizionali schieramenti. Per dare l’idea della diversità pentastellata, gli elettori di un partito spesso associato al M5S come la Lega Nord si dichiarano per il 73% di destra e solo nel 17% dei casi esterni (il 3% si colloca invece a sinistra, tra cui forse lo stesso “comunista padano” Matteo Salvini).

La confusione aumenta se si considera la distanza che corre tra alcune dichiarazioni dell’uomo forte al comando del M5S, Beppe Grillo (che ha festeggiato la vittoria di Trump ed elogiato, appunto, gli uomini forti in politica) e i suoi elettori, molto più cauti: i sostenitori del Movimento 5 Stelle, inaspettatamente, sono quelli che meno apprezzano la svolta autoritaria della politica, arrivando addirittura dietro il Partito Democratico (76% contro 78%) e venendo superati solo dagli elettori di Sinistra Italiana (43%).

La questione destra/sinistra non interessa al M5S. Lo dimostra anche il modo in cui Casaleggio archiviò il dibattito: ‘Un’idea non è né di destra né di sinistra. È un’idea. Buona o cattiva’.

Anche sulla vittoria di Donald Trump gli elettori pentastellati prendono ampiamente le distanze dal loro leader: solo il 34% ritiene infatti che l’esito delle presidenziali statunitensi sia positivo. E quindi? “Fin dalla nascita del blog, l’accento è sempre stato sui contenuti e sulla possibilità di dare voce ai cittadini”, spiega a Il Tascabile Roberto Biorcio, docente di Scienze politiche alla Bicocca di Milano e autore, con Paolo Natale, di Politica a 5 Stelle, edito da Feltrinelli nel 2013. “Certo, la maggior parte delle proposte – la difesa del welfare e della scuola pubblica, il sostegno alle PMI, le misure a favore dei ceti più deboli come il reddito minimo e altre proposte di democrazia diretta, come il referendum propositivo – sarebbero sottoscrivibili soprattutto dalla sinistra. L’attrazione che il Movimento 5 Stelle esercita sugli elettori di destra è dovuta non alle singole proposte politiche, ma alla protesta generale nei confronti dei partiti, della casta”.

Che la questione destra/sinistra non interessi il M5S lo dimostra anche il modo in cui Casaleggio archiviò il dibattito: “Un’idea non è né di destra né di sinistra. È un’idea. Buona o cattiva”. Una posizione che ha consentito al Movimento 5 Stelle di rifiutare le etichette anche nei momenti ideologicamente più delicati, per esempio quando Grillo e Casaleggio entrarono con forza nel dibattito sul reato di clandestinità, contestando sul blog i parlamentari M5S che, nell’ottobre 2013, avevano presentato un emendamento per abolirlo: “Questo emendamento è un invito agli emigranti dell’Africa e del Medio Oriente a imbarcarsi per l’Italia. Il messaggio che riceveranno sarà da loro interpretato nel modo più semplice: ‘La clandestinità non è più un reato’. Lampedusa è al collasso e l’Italia non sta tanto bene. Quanti clandestini siamo in grado di accogliere se un italiano su otto non ha i soldi per mangiare?”

Parole che non stupirebbero in bocca a Matteo Salvini o Giorgia Meloni, ma che lasciarono di sasso una parte importante degli elettori pentastellati, che infatti votarono affinché il partito proseguisse sulla linea dell’abolizione del reato di clandestinità: “Se si va a guardare il programma del Movimento 5 Stelle, in materia di immigrazione non c’è praticamente nulla”, prosegue Biorcio. “Il discorso generico che viene fatto pone l’accento solo sul rispetto delle regole e la contrarietà nei confronti dei CIE”.

Anche in questo caso, d’altronde, lo scollamento tra i vertici del partito e gli elettori è evidente: sempre secondo il sondaggio Demos, solo il 43% degli elettori M5S ritiene “gli immigrati un pericolo per la sicurezza” (percentuale appena superiore alla media degli elettori e quasi la metà dell’82% degli elettori leghisti); allo stesso modo, il 75% è favorevole alla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati, addirittura superiore alla media, 73%.

A complicare la vita di chi volesse a tutti i costi trovare una collocazione politica per il M5S, c’è anche la clamorosa giravolta dei leader grillini quando si trattò di votare la legge sulle unioni civili: prima la decisione di lasciare “libertà di coscienza” sulla stepchild adoption – per non dettare la linea su un tema difficile per i cosiddetti “catto-grillini” – poi la scelta di non votare la legge Cirinnà come protesta nei confronti del Canguro, il metodo utilizzato dal Partito Democratico per far saltare i numerosi emendamenti dell’opposizione.

Né destra, né sinistra: rossobruni euroscettici
La sensazione è che il M5S sia costantemente in bilico tra l’anima originaria che guarda più a sinistra (e che ha nell’ambientalismo uno dei cavalli di battaglia) e la necessità di virare verso destra per raccogliere i consensi dell’elettorato più rabbioso e sensibile ai temi “anti”: anti-partiti, anti-establishment, ovviamente anti-Unione Europea. “Ma anche quest’ultimo aspetto non è necessariamente identificabile con la destra, visto quanto si sta facendo largo nel mondo della sinistra alternativa”, spiega ancora Biorcio. “Sul tema, la vera frattura non è tra destra e sinistra, ma tra chi soffre la globalizzazione e chi ne trae dei vantaggi. Questa frattura apre spazi elettorali per il Movimento 5 Stelle, così come li ha aperti in Grecia per Syriza, in Spagna per Podemos o per i Verdi olandesi, il partito che più ha guadagnato nelle ultime elezioni. Ovviamente, è un tema cavalcato anche dall’estrema destra tedesca o di Marine Le Pen”.

D’altra parte, la fiducia nei confronti dell’Europa è scesa ai minimi storici: era quasi al 60% nel 2000 mentre oggi è sotto al 30%. Un terreno di conquista elettorale che sarebbe sbagliato ricondurre ai confini esclusivi della destra. “La differenza, semmai, è tra chi sostiene un’uscita dall’Europa tout-court e chi, come il M5S, punta a un drastico cambiamento della UE, criticando soprattutto la perdita di sovranità popolare – laddove la destra ne fa invece una questione di identità nazionale – e la necessità che una democrazia nazionale abbia veri poteri decisionali e non sia subalterna a Bruxelles”. Una critica portata, con scarso successo, anche da Tsipras in Grecia e che oggi sempre più spesso persino Matteo Renzi fa sua.

La sensazione è che il M5S sia costantemente in bilico tra l’anima originaria che guarda più a sinistra e la necessità di virare verso destra per raccogliere i consensi dell’elettorato più rabbioso.

Come si fa, allora, a giudicare di destra chi, come il M5S, non solo critica l’Europa per difendere i più deboli ma contemporaneamente propone una misura come il reddito di cittadinanza per aiutare chi ha subito più di tutti la crisi economica? Su questo aspetto ci sarebbero da fare dei doverosi distinguo; perché se è vero che la proposta depositata in parlamento dal M5S riguarda il reddito minimo garantito (ovvero una sostituzione o un’integrazione dello stipendio per portarlo a un minimo di 800 euro), è altrettanto vero che l’idea originaria di Gianroberto Casaleggio riguardava il reddito di cittadinanza strettamente inteso: 800 euro da dare a tutti i cittadini, indipendentemente da ogni altro fattore.

Non più, quindi, una forma di sostegno al reddito; ma una misura che vada a sostituire qualunque altra forma assistenziale e che viene solitamente sostenuta dagli ultra-liberisti (anche dalle parti della Silicon Valley). Nel tentativo di scomporre gli elementi politici del M5S, in effetti, non si può dimenticare che l’ideologo del partito, Casaleggio, è stato nel passato simpatizzante di Forza Italia (la lista civica con sui si candidò a Settimo Vittone, provincia di Torino, nel 2004 era vicina al partito di Silvio Berlusconi). In lui si fondevano elementi anarco-libertari dell’ideologia californiana e aspetti legati al mondialismo, che lo portavano a immaginare un governo sovranazionale retto, grazie ai miracoli della democrazia diretta internettiana, da un leader in grado di interpretare istantaneamente i desideri della pubblica opinione (tutto sintetizzato nelle profezie del celebre video su Gaia e il governo mondiale). Concetti estremi che hanno fatto dire a Mattia Feltri de La Stampa che in Casaleggio convivevano “il massimo della democrazia e il massimo della dittatura”.

L’ambientalismo delle origini e la deriva complottista
Quanto sono lontani questi elementi da nuovo ordine mondiale dai temi che hanno regalato la prima notorietà al movimento e che ne compongono le cinque stelle (acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia)? Prima dell’uscita allo scoperto di Casaleggio (che, ancora nel 2009, Grillo definiva “un tecnico”) e dell’ingresso del partito sulla scena nazionale, il fulcro di tutto erano i meet-up e gli “Amici di Beppe Grillo”, che davano vita a liste civiche con lo scopo di condurre battaglie locali su temi come l’acqua pubblica o la lotta agli inceneritori. Ma che fine hanno fatto queste battaglie? “Sul sito di Beppe Grillo ci sono ancora molti interventi su questi temi, che però non emergono più sui grandi media: il tema dell’acqua pubblica, delle energie alternative, la critica alle grandi opere”, spiega Biorcio. “I big del partito, però, non ne parlano a meno che un tema non assuma rilevanza nel dibattito pubblico. Va comunque detto che sulla questione No Tav sono rimasti sempre coerenti, che continuano a portare avanti la battaglia contro il Mose a Venezia e che si sono spesi, forse gli unici, per il referendum sulle trivelle”.

Le teorie cospirazioniste si manifestano con preferenza nei momenti di crisi: dato che gli elettori arrabbiati e delusi sono i principali sostenitori del M5S, nel partito trova ampio spazio la dietrologia.

Crescendo come forza politica, l’attenzione si è spostata inevitabilmente sui temi nazionali e di governo; lasciando in disparte le questioni più locali – che fecero la fortuna iniziale del movimento – e anche quelle più care all’ala radicale del M5S, un’ulteriore componente del partito che potremmo definire complottista e che si è fatta sentire sui media in parecchie occasioni parlando di scie chimiche, microchip sotto pelle, terremoti indotti e quant’altro.

Indimenticabile fu la denuncia della deputata Tatiana Basilio del complotto atto a nascondere l’esistenza delle sirene; Paolo Bernini riportò invece a galla il celebre tema dei chip inseriti sotto la pelle dei cittadini dal governo americano a scopi di sorveglianza. E ancora: Carlo Sibilia affrontò la questione del finto allunaggio del 1969, Angelo Tofalo appoggiò le teorie complottiste sull’11 settembre e addirittura Tiziana Ciprini associò la possibilità di dare ai figli il cognome materno alla volontà del Nuovo Ordine Mondiale (Bilderberg, Illuminati, Trilaterale, Massonera & co.) di “annacquare la cultura patriarcale”.

Ma per quale ragione il Movimento 5 Stelle è diventato, tra le tante cose, anche il partito di riferimento di un mondo complottista che finora si era sempre ritrovato nell’estrema destra di CasaPound o di Forza Nuova? Su IL de Il Sole 24 Ore Leonardo Varasano scrive: “Una prima ragione, di ordine generale, ha senza dubbio a che fare con un diffuso atteggiamento mentale legato alle difficili contingenze economiche: l’incertezza, la recessione, l’impoverimento – come del resto tutti i grandi sconvolgimenti sociali – suscitano volontà di rivalsa e provocano in molti individui l’esigenza di risposte semplici e immediate. Osservò Èmile Durkheim che quando la società soffre sente il bisogno di trovare qualcuno a cui attribuire il suo male, qualcuno su cui vendicarsi delle sue delusioni”.

Per questo le teorie cospirazioniste si manifestano con preferenza nei momenti di crisi. E dal momento che gli elettori arrabbiati, delusi e che vedono nel “dominio dell’establishment” la causa dei mali della nostra società (non per forza a torto) sono i principali sostenitori del M5S, ecco che in quello stesso partito trova ampio spazio la dietrologia. “Ma non la si può definire una vera e propria componente del partito di Beppe Grillo. Essendo un movimento che porta avanti la critica verso l’establishment, è più diffusa l’idea che certe scelte possano essere dettate da operazioni dei poteri oscuri”, specifica Biorcio. “La stessa cosa, però, si trova anche in tanti giornali di estrema sinistra o anche nelle denunce di alcuni magistrati. Quello che conta, però, è che questi temi non sono presenti nel programma. Oggi, inoltre, sono loro più di ogni altro a battere il chiodo su temi come il caso Consip, sul potere delle lobby o sui centri di potere all’interno dei quali girano sempre gli stessi nomi. E queste denunce hanno poco a che fare con il complottismo”.

Le strane amicizie di Beppe Grillo
Eppure non si tratta di episodi isolati o di qualche improvvida uscita di giovani deputati che peccano di ingenuità; lo stesso Beppe Grillo definì l’AIDS la più grande bufala del secolo, mostrò grandi perplessità sull’efficacia dei vaccini e addirittura dedicò una parte importante del suo spettacolo teatrale Apocalisse Morbida (1998) alla nota bufala economica del Signoraggio, avvalendosi della consulenza di un esperto della materia come Giacinto Auriti (di cui Grillo sarebbe, secondo Il Secolo d’Italia, addirittura un discepolo).

Auriti, chi era costui? Deceduto nel 2006, professore di Giurisprudenza, pioniere del tema del signoraggio bancario e soprattutto estremista di destra, candidato alle Europee del 2004 nel cartello Alternativa Sociale messo assieme da Alessandra Mussolini, Forza Nuova, Fiamma Tricolore e Fronte Nazionale. Basterebbe questo elemento per seminare il germe del dubbio sull’origine di alcune posizioni oggi ampiamente presenti nel Movimento 5 Stelle e che lo rendono credibilmente il vero avamposto italiano del già citato “rossobrunismo”.

Disillusione, antipolitica, critica dello status quo, dei poteri forti, dei mass media proni al sistema vigente: solo una parte di questa critica viene ricondotta in un’ottica propositiva.

D’altra parte, in un’epoca in cui le forze politiche moderate di centrodestra e centrosinistra spesso e volentieri convergono (fino a unirsi in governi di larghe intese) in nome della difesa dell’Europa e contro il populismo, non stupisce che i movimenti euro-scettici e anti-establishment di destra e sinistra superino storiche diffidenze e distanze per scoprire similitudini che, nel paese che ha dato i natali a Benito Mussolini, dovrebbero sorprendere meno che altrove. “In tutto il continente va forte chi propone un drastico cambiamento dei meccanismi che regolano l’Unione Europea e la critica dello status quo; a destra in alcuni paesi (Germania, Francia), a sinistra in altri (Spagna, Grecia)”, conferma Biorcio. Ma se in queste nazioni è stato impossibile (nonostante i tentativi) lasciarsi alle spalle le etichette destra/sinistra (anche perché si tratta di partiti con una lunga storia alle spalle o che si richiamano esplicitamente a certe tradizioni), il Movimento 5 Stelle ha saputo trarre grande vantaggio dal fatto di essere nato già postmoderno, ampliando così enormemente il bacino elettorale potenziale.

Disillusione, antipolitica, critica dello status quo, dei poteri forti, dei mass media proni al sistema vigente. Un’ampia pars destruens che solo in parte viene ricondotta in ottica propositiva (per esempio attraverso la proposta di legge sul reddito di cittadinanza), anche per evitare che il collante che tiene assieme componenti così diverse e disomogenee si sfaldi. Tutto ciò lascia pensare che anche il consenso del Movimento 5 Stelle sia non solo a favore di Grillo, Di Maio, Di Battista e compagnia, ma soprattutto contro gli altri partiti. E che la percentuale di voti ottenuta dal M5S possa essere un termometro che registra il giudizio emesso dai cittadini sul lavoro svolto dai partiti tradizionali. Che, evidentemente, negli ultimi anni è stato giudicato pessimo.

[il Tascabile]
Michele Laurelli

Nato nel 1991 ad Albenga (SV), mi definisco curioso, ambizioso, creativo e passionale. Appassionato di comunicazione. Perfezionista ed ossessionato dal controllo. Incorreggibilmente romatico. Instancabile viaggiatore.

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