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Di sale e di neve

Boris Ryžhy è la sua faccia.

Boris Ryžhy è la sua cicatrice.

Non so da dove arrivi quel segno, ma gli dona una bellezza particolare, marchiando di dolore la chiarezza del volto. Non posso immaginarlo senza.

Forse uno scontro con qualche sbandato; ce ne sono molti nell’adolescenza di Boris e forse non c’è quasi altro genere di frequentazioni nella sua prima giovinezza.

Oppure un segno permanente di un incontro di boxe, disciplina in cui si distingueva e dietro la quale si nascondeva il poeta Boris.

Una crepa su una maschera di porcellana, una fenditura asciutta, magari prodotta da qualcosa di tagliente che spinge da dentro e che, un giorno -venerdì 11 maggio 2001- esplode.

Boris Ryžhy nasce a Chelyabinsk nel settembre del 1974, suo padre è un ingegnere minerario. La famiglia si trasferisce presto a  Sverdlosk, dove Boris spenderà la sua esistenza. Muore ad Ekaterinburg nel 2001, nel nord della Russia. E’ lo stesso posto, ma il nome nel frattempo è cambiato.

Il suo transito terrestre ha coperto meno di trent’anni.

Studia geofisica e geoecologia all’accademia mineraria degli Urali. Si laurea. A diciassette anni sposa Irina, una compagna di studi, da cui avrà un figlio, Artjom. Trascorre la sua adolescenza a contatto con la delinquenza e criminalità locale: poco altro poteva offrire la città post-sovietica in quei decenni.

Notevoli le sue pubblicazioni su argomenti di geofisica nucleare e geologia.

All’età di quattordici anni inizia a scrivere versi, ma è solo più tardi che la sua identità di poeta emerge. Nel ’99 riceve il premio letterario Anti-booker. Altri riconoscimenti e la fama internazionale (ancora molto timida, basti vedere le poche lingue in cui si è iniziato a tradurlo) sono postumi.

Postumi come si può dire postuma tutta la sua esistenza.

Il maggio russo, in Ekaterinburg, in quegli anni ha poco di evocativo. Anche gli altri mesi dell’anno. La città mineraria è una coreografia polverosa e cupa, dove i personaggi recitano il copione del delinquente ai lavori forzati in miniera, dove molti scontano la pena, senza alcuna redenzione. A questa fauna criminale Boris si mescola, con loro si identifica, per loro prova pena:

Sono nato, lo trovo ancora incredibile,

In un labirinto di cantieri di fabbrica,

In quella terra di colombe di roccia, popolate, da mille anni

In parti uguali da poliziotti e ladri.

Per questo motivo, non amo i diminutivi,

E quando i compagni bussano e, sorridendo, chiedono l’aceto,

Io dò loro quello che vogliono.

    

E’ la Russia post-sovietica, che emerge nei suoi versi, dove inaspettati termini volgari e gergali si affiancano ad una scelta metrica raffinata e unica, aspetti che fanno della traduzione dei testi di Ryžhy un’impresa decisamente ardua.

La profonda disperazione esistenziale, così come il ricorso all’alcool come palliativo al dolore dell’anima sono materia di diverse liriche.

In un arco nero sopra la borsa da viaggio,

Il sassofonista suonava tutta la notte.

Un ubriacone dormiva su una panchina,

steso su fogli di giornale.

Diventerò anche un musicista

E, se non muoio,

suonerò nel vento di notte

 In camicia bianca e abito nero.

Così l’ubriaco sorride nel suo sonno,

Sotto il bicchiere vuoto del cielo.

Dormi: non preoccuparti di niente,

Esiste solo la musica.

Ma sono l’impossibilità dell’amore, l’incomprensibilità della vita, il dolore di tutto, il nucleo oscuro e immanente dell’intera poetica di Ryžhy.

Dettami versi d’amore

Sii d’animo un po’ disonesto.

Il mio cuore cattivo e freddo

Fa’ esplodere con un sorprendente verso.

Raccontami semplici parole

Fa’ che mi parta, girando la testa.

Nel parco umido le teste bianche,

Sorridendo, scuotono i ragazzi della mala.

Si meravigliano: quanti anni hai?

Tu fratellino, per natura, sei un poeta.

Tutto questo è accaduto a te

Per il tuo racconto non c’è prezzo.

Sorrido, facendo fuori un bicchiere

Alla fortuna, e lo nascondo in tasca,

Stringo le mani ruvide,

Nuoto via nella nebbia, ondeggiando.

Metto tutti i puntini sulle i,

A me – per le bugie, ardere nel fuoco,

Ma è già pronto il posto nel Paradiso

Per voi – per fede alla mia vocazione.

Portami lungo viali vuoti,

parlami di qualche sciocchezza,

pronuncia vagamente un nome.

I lampioni piangono l’estate.

Due lampioni piangono l’estate.

Cespugli di sorbo. Una panchina umida.

Amore mio, resta con me fino all’alba,

poi lasciami.

Rimasto come un’ombra offuscata,

vagherò qui ancora un po’, ricorderò tutto,

la luce accecante, il buio infernale,

io stesso fra cinque minuti sparirò.

 

C’è una dolcezza violenta nelle sue parole, ogni lirica sconcerta per la durezza con cui  impone la resa di fronte al vuoto della vita e alla pienezza del desiderio inesaudibile che un senso le si possa riconoscere.

Vita e morte si specchiano.

Da cinque anni ormai non sogni più

che scopi, ti svegli per la noia, vai verso

il gabinetto e – allo scopo di farti

la barba – infili il tuo proprio ritratto

nello specchio e indietreggi:

e questo chi sarebbe, chi è?

Magro, con la barba lunga. Sei tu!

Lo specchio di fronte, un labbro rotto,

i nervi a pezzi, ma sempre il bello,

l’altero e allegro Boris B. Ryžhj,

che cosa priva di gusto sarebbe, ora

tagliarsi le vene con un innocuo rasoio.

Boris Ryžhy si è ucciso.

L’hanno trovato impiccato alla maniglia della porta del balcone, nella città delle miniere, che nel frattempo aveva cambiato nome, rimanendo però la stessa, con le stesse cave, il fumo, la polvere, il sale, l’alcool.

 

 

Inizia a nevicare. E incontro al movimento della neve

Si leva nell’alto – parola antidiluviana – l’anima.

Tutto – su vita, poesia e destino dell’uomo

Non serve più pensare, siediti, e fuma, senza fretta.

Accendo una sigaretta, accovacciato, come un urca finito

Io, finché sono vivo, non ho bisogno delle tue chiacchiere

E quando dopo morto diverrò un bellissimo poeta,

Eccoti, per epigrafe, un verso per il tuo scritto su di me:

nevica e smetterà di nevicare, e si colmerà di luci il cielo,

E che sui monti degli Urali discendano codeste luci.

Sono passato sulla tangente, ma senza contrastare i cieli,

In questo punto di tangenza – le mie lacrime e i canti miei.

Certe cose devono succedere e basta.

Ed è un venerdì, quando succede che Boris decida di vivere per sempre.

Una nave smaltata

L’oblò, il comodino, il letto.

Vivere è difficile e scomodo,

però è comodo morire.

Sto disteso e penso:

forse queste lenzuola bianche

hanno avvolto colui che oggi

se n’è andato all’altro mondo

Il rubinetto gocciola piano.

La vita scarmigliata come una puttana

appare dalla nebbia e vede

il letto, il comodino

Io cerco di sollevarmi un po’

Voglio guardarla negli occhi

Guardarla, mettermi a piangere

e non morire mai.

La nuovissima poesia russa (Einaudi 2005)

Le traduzioni dei testi sono di Gironi, Stepanova, Ferraro e Martini e personali.

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