Di ministri, navi e arancini. Lettere da Catania

Il Ministro.

Era il 7 maggio del 2009 il giorno in cui, mentre venivano presentati i candidati milanesi della Lega Nord per le elezioni provinciali di giugno, Matteo Salvini, allora fresco parlamentare della Lega alla Camera, pronunciò le prime vere parole dure (diremmo durissime) contro gli immigrati presenti nella città di Milano con una dichiarazione destinata a rimanere nella piccola storia di questo piccolo paese, al netto della sua breve, brevissima memoria.

Quello che l’onorevole Salvini chiedeva era tanto semplice quanto arcaico. Un cascame, insomma da primo Novecento italiano, da Virginia del Sud degli anni ‘60: vagoni della metro riservati ai milanesi, «Prima c’erano i posti riservati agli invalidi, agli anziani e alle donne incinte. Adesso si può pensare a posti o vagoni riservati ai milanesi»1. Gli rispose, fortunatamente, l’allora presidente della commissione Politiche Sociali di Palazzo Marino Aldo Brandirali, ex comunista fulminato sulla via di Damasco prima da Giussani e poi da Berlusconi, con una frase utilissima a decodificare e a meglio comprendere l’attuale situazione italiana (non ieri, oggi, stamattina): «L’ unico modo per applicare questa proposta è mettere stelle sul petto, di diversi colori a seconda della razza: pur di conquistare voti Salvini è disposto a rischiare la ferocia umanitaria, è scandaloso il suo ruolo diseducativo»2.

Ed è su quella ferocia umanitaria (parliamo di fatti precedenti al Facebook da combattimento di oggi) che Matteo Salvini ha costruito il suo consenso: nei suoi tre mesi scarsi di governo, ci ha abituati a sparate del genere, siamo passati dai fatti tragici della nave Aquarius all’ipotesi di censimento sui Rom, con in mezzo centinaia di selfie stupidi, proclami populisti, dichiarazioni non richieste di paternità e altri gustosi manicaretti da dare in pasto alla macchina della propaganda. L’ultima grana di questo bizzarro esecutivo gialloverde è rappresentata dalla nave Diciotti, arrivata al porto di Catania alle 23.30 di lunedì 20 agosto con a bordo 177 migranti eritrei soccorsi al largo di Lampedusa a cui non è permesso, secondo il dictat salviniano, abbandonare la nave della Guardia Costiera prima di un segnale netto e deciso da parte dell’Unione europea.

La Nave.

Catania, ore 13.00

L’aria che si respira in questa strana giornata del 25 agosto, passando sotto gli Archi della Marina e arrivando alla piazza del Porto di levante, è densa, carica di polveri, irrespirabile. Catania è coperta e avvolta da un cielo plumbeo, cianotico, il sole si intravede appena sotto le nuvole spesse e l’estate è una delle peggiori degli ultimi vent’anni per l’isola, con mattine pallide e grandi temporali che tormentano tutte le città, le cittadine e i paesucoli da Palermo a Messina. Le navi del porto, in maggioranza mercantili e pescherecci, oscillano lievissime per via delle piccole onde create dal viavai dei motoscafi della polizia e della guardia di finanza, che pattugliano la zona e controllano che nessuno entri nella Zona rossa. Dietro di loro, enorme, la nave della Guardia Costiera italiana CP 941, la Diciotti.

È la nave più grande tra quella del braccio di porto (a cui da cinque giorni non si può accedere), dentro ci sono quasi duecento persone senza assistenza sanitaria e con solo due bagni chimici.

Dalla nave non arriva nemmeno un suono mentre cominciano ad arrivare alla spicciolata i vari collettivi, le associazioni e la comunità civile per la manifestazione prevista per le ore 18.00 e organizzata da Rete antirazzista, Legambiente, Pax Christi, Cobas, Arci, Anpi, No Muos e centri sociali e Catania Bene Comune.

Gli arancini.

Catania, ore 18.00

Che popolo indecifrabile e meraviglioso è questo. Che popolo ampio e accogliente, insultato, vessato eppure sempre dignitoso e libero è quello siciliano. La piazza del Porto comincia a riempirsi, nascono piccole grida, cori confusi, arrivano molti ragazzi dei centri sociali, altri dai partiti tradizionali della sinistra, altri ancora senza bandiera, un po’ confusi dal trambusto: una comunità convulsa, plurale si agita sul porto di Catania. Lo slogan è: facciamoli scendere, e tutti lì a borbottare, le madri, le nonne, gridando che hanno fame quei ragazzi là, hanno fame sicuramente. Sì, la fame, il cibo. Il cibo che qui come in nessun altro luogo diventa strumento di comunione e di condivisione. Il cibo, sì, l’arancino.

È stato infatti l’arancino, finalmente fuori dalle disquisizioni di genere, uno dei protagonisti dell’ “affaire Diciotti”, fin da subito, fin dai primi momenti, già il 22 agosto, quando si era capito che la situazione sarebbe andata per le lunghe, molti catanesi si sono organizzati, privatamente e su Facebook, per portare “ducentu arancini” alle donne e agli uomini sulla Diciotti.

Oggi, durante il corteo, nessun arancino, ma le voci dei tanti a protestare contro la violazione dei diritti umani, tra tutte, quella di Matteo Iannitti, leader di Catania Bene Comune, che col suo discorso ha aperto le danze sul palco del porto: «Questa è la risposta dell’Italia democratica, antifascista e antirazzista, siamo qui per venirgli in aiuto, ma non solo per loro, per noi stessi, per mandare a casa questo ministro razzista, perché un’altra voce che si alza da qui è quella che chiede le immediate dimissioni del Ministro Salvini, indegno di rappresentarci».

Può tornare utile, in ultimo, alla mente e alla memoria, un passo di Leonardo Sciascia, per meglio comprendere i fatti di questi giorni. Si potrebbe leggere adesso, mentre scompare all’orizzonte la tempesta (questa, ne arriveranno altre) e gli uomini e le donne della Diciotti vengono accolti a Messina (saranno smistati, pare, tra Irlanda e Albania). Il libro si chiama, drammaticamente, Porte Aperte, e cavalca, fin dal titolo, la più grande diceria sul ventennio: «Le porte aperte. Suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia […] ma era, nel sonno, il sogno delle porte aperte; cui corrispondeva nella realtà quotidiana, da svegli, e specialmente per chi amava star sveglio e scrutare e capire e giudicare, tante porte chiuse. E principalmente erano porte chiuse i giornali ma i cittadini che spendevano ogni giorno trenta centesimi di lira per acquistarlo, due su mille nel popolatissimo sud, di quella porta chiusa non si accorgevano se non quando qualcosa accadeva sotto i loro occhi, qualcosa di grave, di tragico»3.

3Leonardo Sciascia, Porte aperte, Milano, Adelphi, 1987, p. 31.

Giuseppe Nibali Guzzetta

Giuseppe Nibali Guzzetta è nato a Catania nel 1991. È laureato in Lettere Moderne e in Italianistica presso l’Università degli Studi di Bologna dove è membro del Consiglio Direttivo e del Comitato di Direzione del Centro di Poesia Contemporanea dell’Università con cui collabora dal 2010. Giornalista Pubblicista collabora con “La Sicilia”, “Clandestino” e “Argo”. Dal 2017 è direttore editoriale della rivista online Midnight Magazine. Ha pubblicato i libri di poesia: Come dio su tre croci (Edizioni AE, 2013), Premio Serrapetrona – le stanze del tempo”, Menzione d’onore “InediTO – Premio colline di Torino”, Premio Elena Violani Landi Opera Prima; e La voce di Cassandra – Studi sul corpo di una vergine. Sue poesie appaiono in diverse antologie poetiche e blog. Insegna italiano, storia e filosofia in un Liceo di Milano.

Lascia un commento

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this