Di fronte a un danno enorme e non quantificabile

La maggior parte dei cittadini italiani è conscia di aver dato un voto di protesta e continua a sostenere questo Governo, nonostante gli attacchi sui media, le polemiche su ogni cosa, dallo starnuto di Di Maio agli starnazzamenti di Salvini. I cittadini sostengono questo Governo verdeoro o gialloverde, che si è proposto di riportare “ordine e progresso” in questa Italia macellata e svenduta, in questa Italia ai comandi di numerose lobby (da quelle pro troika, ai banchieri, ai gestori di slot machine) o sferzata da criminalità di vario genere, corrotta da una mai sopita e diffusa antropologia del malaffare, che realizza i propri guadagni violando leggi di ogni tipo, da quelle sul lavoro e finanziarie a impianti corruttivi via via più grandi che trovano appoggi negli uffici (basti pensare a Mafia Capitale, per citare solo un caso recente), nella classe dei burocrati, che è la vera vincitrice di ogni legislatura. Da qui si dipanano gli appalti, i segreti, le concessioni secretate, anche gli ordini per le penne biro dorate degli stessi uffici.
I cittadini lo sostengono, ma non possono più essere disinteressati: È evidente che non basta sciacquarsi la bocca con la parola “cambiamento” per realizzarlo, perché il paese è alla resa dei conti, morale ed economica, come è evidente che questo Governo non nasce da una sola forza politica, e che ci siano visioni politiche inconciliabili con lo sviluppo, sia nella Lega che nei Cinque Stelle. Ad esempio, vogliamo modernizzare le strutture del paese o dobbiamo essere ostaggio di gente cavillosa? Oppure: come si può arginare la criminalità? Una prima, buona misura potrebbe essere l’abbandono del denaro contante, che renderebbe tutte le operazioni tracciabili (non come desiderano i leghisti, convinti dell’importanza dell’utilizzo delle monetine). Certamente bisognerebbe semplificare la burocrazia, dalle leggi sul lavoro alle certificazioni, dai controlli agli accertamenti fiscali, e non costruendo leggi che permettono ai fuorilegge di farla franca, come aveva già intuito Pasolini, e che permettono agli sciacalli della Repubblica di banchettare sui nostri corpi (quelli caduti da e su quel ponte Morandi a Genova sono i nostri corpi, i nostri cadaveri, perché di là molti di noi ci sono passati, chi una chi mille volte)  perché su quel ponte passano i privilegi di chi ha ricevuto pezzi del nostro Stato in regalo, grazie a privatizzazioni assurde di asset strategici; e poi ha pensato a ingrassare, diminuendo via via gli investimenti. Da quei ponti, da quelle strade, da quei caselli malandati la gente ci deve passare, deve pagare, chissà perché poi con cinque mila milioni di euro di incassi all’anno non si riesce a fare degli investimenti e delle migliorie sulle strutture, risalenti agli anni Settanta.
Lo Stato, questa volta, non può fare finta di niente, deve intervenire per il benessere del cittadino, mettendo in amministrazione controllata le società ogni qualvolta il bene pubblico viene messo a rischio, e non solo quando stanno per fallire. Mi riferisco ad Atlantia, sì, che controlla Autostrade per l’Italia e Telepass. In uno stato che si rispetti, questa società oggi sarebbe ispezionata da cima a fondo, la sua partecipata già in amministrazione controllata, avendo causato un danno ben oltre il crollo di un ponte, un danno alla “vita” che è inestimabile e non ripagabile, un danno enorme all’economia di una città, Genova, e al suo sistema portuale e di trasporti, pubblici e privati, ben oltre il valore degli utili della concessione autostradale fino al 2038.
Oggi quella società si trincera, manda strali contro lo Stato, ma il cittadino italiano non ne può più. Sono questioni che non hanno a che vedere con l’appartenenza politica, ma vanno valutate sul piano della coerenza esercitata dallo Stato e dal suo Governo su un piano etico, per il benessere del cittadino. Lo Stato, qui, non può mancare, anche se da più di venti anni i partiti di maggioranza hanno realizzato affari e costruito leggi per questi corrotti, hanno depenalizzato i reati sul lavoro, i reati finanziari. E ora gli amministratori delegati vogliono pure lavarsi le mani dopo il crollo di questo ponte? Proprio dove le leggi sono deboli, lì bisogna intervenire. Lo Stato deve intervenire, le leggi sono da cambiare, non domani, ma oggi, con veemenza.
Il dubbio sul quale questa breve riflessione si concentra riguarda il nostro futuro: il crollo di questo maledetto ponte rappresenterà il crollo di quel capitalismo mediocre, creato con le privatizzazioni tra gli anni novanta e il nuovo millennio, che non solo ha inquinato (l’Ilva su tutto), ma ci ha privato di diritti e di dignità, nonché impoverito? Parliamo di un capitalismo sostenuto dai Berlusconi e dai Prodi, un capitalismo mediocre (mi ripeto per riaffermare l’unico aggettivo idoneo) e senza visione che, sfruttando le infrastrutture messe a disposizione dallo Stato, sostenuto da qualche cricca liberista in Europa, non ha lavorato per fornire un servizio migliore al cittadino, non ha creato posti di lavoro in più, ma ha solo ingrassato le tasche dei manager e delle banche che ci avevano investito, e protetto qualche potentato o azienda.
Di fronte a un danno enorme e non quantificabile, come quello che è accaduto a Genova, su quel ponte, lo Stato dovrebbe mandare in amministrazione controllata le società privatizzate e non solo multare, dovrebbe controllare fino all’osso le società controllanti, dovrebbe fare molto di più per dare ai cittadini una risposta. Perché quello che hanno fatto a Genova e non solo, l’hanno fatto contro l’Italia, contro i cittadini, e non si risolve con una multa.
Ecco il banco di prova di questo Governo verdeoro/gialloverde, votato all’ordine e al progresso, che non ha ancora dimostrato di saperlo fare questo lavoro, che non ha dimostrato di avere una visione politica, di essere inflessibile e superiore a tutta la mentalità criminale e agli interessi che confliggono con il benessere dei cittadini. Un Governo, questo, dei proclami, ma non responsabile dello scempio operato da tutte le altre forze politiche dopo Tangentopoli, che hanno lottizzato e svenduto il paese fino all’altro ieri. Nemmeno loro, riescono a starsene zitti, e fanno le veci dei corrotti, li difendono, contro questo Governo che vuole ritirare la concessione. Lo facesse, facesse molto di più.
Oltre l’indignazione e la disperazione, i cittadini devono essere consapevoli che non possono più delegare: l’Italia deve cambiare non perché sono i verdeoro gialloverdi a dirlo, ma per migliorarsi, per prevenire altre tragedie come queste. Se non lo farà, a immagini del genere dovremo abituarci, abituarci a vedere, in televisione o dal vivo, queste macerie cadute sulle periferie abbandonate. Se i cittadini chiedono sviluppo questo deve riguardare qualunque fascia sociale, la modernizzazione auspicata deve passare anche dai piccoli commercianti che evadono il fisco, dai “furbetti” a ogni livello, dalle serissime questioni ambientali (che rappresentano la vera sfida del mondo che verrà).

Se vogliamo proiettare in avanti questo paese, se lo vogliamo proteggere dai criminali di ogni sorta, è il momento di alzarsi e di chiederlo, di chiedere più etica e visione progettuale, con il coraggio di non pensare al nostro tornaconto personale, perché ogni piccolo interesse personale è vincolato a interessi maggiori, e non possiamo più permetterci il lusso di farci fottere.

Christian Sinicco

Christian Sinicco è nato a Trieste il 19 giugno 1975, poeta. La sua prima raccolta è Mare del Poema (1997-1998), rieditata recentemente e pubblicata assieme alla prima parte della raccolta Ballate di Lagosta (Edizioni CFR, Piateda 2014; nota introduttiva di Alberto Bertoni). Nel 2003 diviene caporedattore del magazine Fucine Mute, tra i primi periodici multimediali ad essere iscritto nel Registro Stampa (1998): firma articoli e interviste (ad esempio a Luzi, Spaziani, Loi, Villalta) e all'interno di Fucine avvia il progetto di catalogazione e critica delle opere di poesia delle generazioni nate a partire dagli anni 70, attività che continua tuttora. Partecipa al blog Absolute Poetry, realizzando la prima mappatura della poesia in rete attraverso una serie di interviste e, dopo la pubblicazione nel 2005 di passando per New York (Lietocolle, Como; un libro politico, che riflette il triennio dopo il crollo delle Twin Towers; prefazione di Cristina Benussi) numerose iniziano a essere le sue letture, performance e concerti, anche con il gruppo rock Baby Gelido, in Italia e all'estero in Turchia, Croazia, Bosnia, Slovenia, Austria, Spagna. Nel 2008 vince a sorpresa il Trieste International Poetry Slam - nel 2013 diventerà il primo presidente della LIPS - Lega Italiana Poetry Slam. Nel 2008, lascia Fucine Mute e Absolute Poetry e inizia a collaborare con Argo per cui ha curato la ricerca sulla scena dialettale italiana sfociata nel 2014 nell'antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti in dialetto e in altre lingue minoritarie (1950-2013) (Gwynplaine edizioni). Sempre per la rivista Argo cura la sezione internazionale dell'Annuario di poesia.

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