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Del potere della Visitazione

Lee Mingwei ai Giardini della Biennale

 

Ma quando poi la Bellezza arriva, non ha bisogno di spiegazioni, o di note a piè pagina.

(Lo sapeva bene George Steiner, che all’argomento ha dedicato un libro meraviglioso).

Lei arriva, rapinosa, e resta poi a risuonare per giorni e settimane. Non è un caso che l’arte diventi, in tempi cupi, il luogo in cui abita la forma più radicale di resistenza dell’umano.

Prendiamo allora una Venezia in gloria, un venerdì qualunque di un novembre di Biennale, nel sole di una lunga estate di san Martino. Dopo una lunga camminata, le persone che si godono l’aria bella all’aperto dei Giardini – in una maratona dentro-fuori da padiglioni ora sfarzosi, ora minimali, ora caleidoscopicamente assurdi – sono un catalogo quanto più eterogeneo dell’esistente, così come la motivazione che li spinge.

Io e il mio compagno di viaggio siamo in ritardo, e dunque ci dirigiamo al padiglione centrale, con l’intento di non perdere tempo. Ma mentre passiamo per le sale del Padiglione dei Libri e degli Artisti, poco affollato perché è ora di pranzo, un leggerissimo tintinnio di campanelli (si capisce col corpo cosa intendesse Rebora con l’espressione polline di suono) cattura la nostra attenzione. Con la coda dell’occhio destro, vedo avvicinarsi un giovane uomo, vestito di un semplice costume di sapore orientale, bianco nella parte superiore, nero in quella inferiore. Cammina a passi lentissimi, guardando un punto lontano. Ha una tale forza d’essere che il suo passaggio cambia immediatamente la natura dello spazio che ci circonda. Registro superficialmente facce sorridenti e facce sconcertate; l’impulso che vince in noi due è quello di seguirlo, in silenzio.

Arriviamo così al minuscolo giardinetto interno progettato da Carlo Scarpa per il riposo dei visitatori, che ospita una manciata di persone. Sotto la pensilina di cemento, di fronte al laghetto minuscolo, c’è una sedia di legno con un cartellino che dice solamente “please don’t sit”. Dietro, nella luce liquida e fonda dell’autunno, tre ragazzine cinesi si fanno un selfie col bastone, di contro al sipario di foglie di vite rosse che riveste i mattoni della parete di fondo. Inversamente alle aspettative, il giovane si guarda intorno (con la stessa lentezza e presenza di prima), poi si avvicina a un altro giovane uomo, gli sussurra alcune parole non udibili ai pochi presenti, e con un gesto lo invita a sedersi sulla sedia vuota. Quindi scompare, per pochi minuti che a noi sembrano lunghissimi. Torna con un vassoio di legno, su cui poggia una busta bianca chiusa da un semplice spago. (Che viaggio pericoloso avrà dovuto attraversare, che racconto porta?). Con poche altre parole, la porge al giovane seduto, e se ne va, per non tornare più. Qualcuno, me compresa, ha fatto qualche foto, ma adesso tutti ci troviamo per un attimo fermi in silenzio, senza sapere bene se muoverci per rompere l’incanto.

Il ragazzo che si è trovato suo malgrado al centro di questo piccolo avvenimento, frastornato quanto noi, si rialza lentamente, torna all’ingresso del giardinetto, e scatta una foto della targhetta che spiega l’opera in cui tutti noi ci siamo trovati immersi, in questo frammento strappato al tempo-vortice della Biennale che scorre oltre la soglia del giardino. Si capisce che ha vissuto qualcosa di irrimediabilmente reale, e che adesso lo porta con sé, insieme allo zaino e alla busta bianca che vi ha infilato.

Il nome dell’opera, scopriamo, è “When Beauty Visits”, l’artista è Lee Mingwei. Un pannello all’ingresso del giardino ci spiega quello che abbiamo appena  visto. Un passante viene invitato a sedersi e a gustare la pace del posto. Quando si siede gli viene chiesto se vuole accettare un dono. Se la risposta è affermativa, riceve una busta bianca. La busta contiene le storie dell’incontro di altre persone con la Bellezza, nella propria vita reale; a chi riceve il dono viene chiesto di aprire la busta nel momento in cui di nuovo sarà visitato dalla Bellezza, o comunque non prima di aver lasciato i Giardini.

Un evento che sembra impermanente, ma che invece è destinato ad infilarsi nella trama personale dei giorni; il cruccio di non aver ricevuto l’invito in prima persona viene risucchiato dal pensiero che anche l’essere stati testimoni è essere stati visitati dalla Bellezza. Eravamo venuti per visitare, siamo stati visitati. Sarà il muro alle spalle, sarà il titolo dell’opera, sarà stato il modo del giovane di piegarsi verso l’ospite, ma la memoria visiva corre alla Visitazione di Giotto agli Scrovegni. Qualcuno che ti viene a visitare, che si piega verso di te, è già fecondo, e feconda.  Penso all’uomo che ha dipinto Lascaux, che per sopravvivere al gelo ha imparato a raccontare e a creare immagini, e con esse ha fatto sì che la sua mente potesse accogliere tutti i mondi possibili, immaginati e futuri. Ma sì, possiamo anche andare nel grande rumore della Biennale, con dentro questo silenzio luminoso. Forse è proprio questo il compito a cui il lavoro di Lee Mingwei, di contro al ronzio continuo dentro cui viviamo, ci richiama: lasciare buchi di silenzio, accettare di essere visitati.

Mariadonata Villa

Mariadonata Villa (Modena, 1977) vive e insegna a Modena. Autrice di poesia e scritture sceniche, si è da sempre occupata di tradurre e far conoscere poeti e narratori di lingua inglese per varie riviste, tra cui clanDestino e Atelier. Ha inoltre tradotto l'autobiografia dell'intellettuale irlandese John Waters (Lapsed Agnostic, Milano 2012), e il testo fondamentale dell'autore americano di "wilderness" John Kilgo (Dai luoghi profondi, Genova 2013). Il suo primo libro, "L'assedio", è uscito nel maggio 2012 per l'editore riminese Raffaelli. Più recentemente, nuovi testi critici e poetici sono apparsi su riviste, antologie, siti. Profondamente interessata ad indagare il rapporto tra parola e immagine in tutte le sue declinazioni, è stata membro del CdA di Fondazione Fotografia Modena. Al momento sta ultimando la stesura della sua seconda raccolta.

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