Del perché Sense8 ci mancherà

La lunga, spasmodica e trepidante attesa, con un episodio, comunque avvincente e convincente, in cui con ogni probabilità la libertà creativa degli artefici ha dovuto sottostare a mere esigenze economiche, che hanno obbligato a virare verso l’action, accattivante ma meno interessante degli aspetti psicologici, più che artistiche, si è finalmente conclusa l’otto di giugno, e forse, al netto di tutte le problematiche produttive, le rocambolesche vicissitudini, i rinvii e molto altro ancora, non poteva essere altrimenti, visto che il numero otto, il cubo del primo numero primo, l’unico pari, la cifra che condivide la forma con il simbolo dell’infinito, la dimensione spaventosa e insieme ammaliante di un tutto in continua espansione per il tramite di una rete fitta di connessioni reciproche e biunivoche, il numero apotropaico in oriente, tanto che le Olimpiadi di Pechino sono iniziate in data 08.08.08 alle ore 08.08 pomeridiane, ha un ruolo fondamentale in questa ambiziosa e seducente vicenda che ha generato passioni fortissime. Otto in primo luogo sono i protagonisti, sconosciuti che d’improvviso si ritrovano a sperimentare la risonanza limbica, ossia una connessione telepatica. Quante volte è capitato a ognuno di noi di pensare o dire le stesse cose nello stesso istante insieme a un’altra persona? Spesso però si tratta di qualcuno con cui condividiamo una quotidianità e una visione del mondo. Quante volte ci è capitato di scorgere negli occhi di un altro la stessa ansia che agitava il nostro cuore? Quante volte ci è parso di vedere in qualcuno una somiglianza incredibile con qualcun altro che non poteva in alcun modo essere in quel luogo in quel momento? Probabilmente non si tratta per la maggior parte di noi di avvenimenti così episodici come si potrebbe supporre di primo acchito. Qui, però, il salto è ulteriore: un autista di matatu a Nairobi, un’affarista di Seul esperta in arti marziali, un’hacker e blogger transessuale di San Francisco, una chimica farmaceutica di Mumbai, una dj islandese che vive a Londra, uno scassinatore di Berlino, un celebre attore messicano omosessuale che deve nascondere la sua vera natura per non perdere tutto e un poliziotto di Chicago. Sono i sensate, uomini e donne con un avanzatissimo livello di empatia che hanno sviluppato una profonda connessione psichica con un ristretto gruppo di loro simili, disorientati, in cerca di risposte e di aiuto, osteggiati da qualcuno che, come Lucifero, si comporta da angelo ribelle, e vuole eliminarli. E proprio da qui si può cominciare l’esegesi per cercare di ragionare in merito a ciò che ha reso la serie tv delle sorelle Wachowski, in fondo una delle moltissime, finanche troppe, che negli ultimi anni stanno proliferando pressoché dappertutto, e che prende le mosse tutto sommato da un’idea di base non particolarmente originale, anzi, un vero e proprio cult. A cosa si deve il successo? Alla straordinaria fattura? Alla scrittura magnifica? Al montaggio eccezionale? All’ottima regia? Alla bellezza dei personaggi e alla riuscita caratterizzazione e interpretazione di chi ha dato loro corpo e voce? Alla ricchezza di livelli e chiavi di lettura? Alle coinvolgenti sequenze d’azione? Alle sublimi e sensazionali scene di nudo e soprattutto di sesso, erotiche, fisiche ed eccitanti oltre ogni dire ma senza mai traccia di volgarità – perché, come dice una delle protagoniste, noi esistiamo a causa del sesso, tutti siamo nati nello stesso modo, e non c’è nulla da temere -, dallo sguardo kechichiano, lontane anni luce da certe sequenze filmiche di posticcia gratuità (vengono alla mente, e sono solo alcuni dei possibili esempi, le scene di sesso orale di Twentynine Palms, The brown bunny e Diavolo in corpo) e prossime invece a un altro livello di rappresentazione, come quello dei magnifici diciotto minuti iniziali di affollatissima orgia gay di un film che in realtà con rara delicatezza racconta in tempo reale la paura terribile che si ha quando nel modo e nel luogo più inattesi, e forse con conseguenze impreviste e drammatiche, sboccia l’alba di un amore, ossia Théo et Hugo dans le même bateau, della premiata coppia Ducastel-Martineau? Senza dubbio, con ogni probabilità. Ma c’è dell’altro. Sense8 va infatti oltre. Con le istanze che propone, i riferimenti culturali elevatissimi (in primo luogo la filosofia di Nietzsche, che non è mai apparsa così concreta e comprensibile), complessi e articolati ma mai ostici, le dinamiche di riflessione e molto altro ancora, Sense8 si rivolge al livello più intimo dei nostri sentimenti, ci rassicura dicendoci che non siamo sbagliati, semplicemente siamo quel che siamo, e ognuno di noi è speciale e perfetto a suo modo, così com’è, e ribadisce un concetto fondamentale, che dobbiamo tenere a mente sempre, soprattutto in questa nostra società contemporanea, sempre più mercificata e mercificante, inumana e aliena alla solidarietà, che chiude porte e porti: siamo tutti sotto lo stesso cielo, animali sociali, per dirla con Aristotele, e abbiamo il dovere morale, come sosteneva il buon Immanuel (Kant, non Casto, se si consente il calembour), di agire in modo da trattare l’umanità, sia nella nostra persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e non semplicemente come mezzo. Per questo Sense8 ci mancherà. Ma abbiamo una fortuna: possiamo vederla e rivederla. Pianta un albero, fai un figlio, scrivi un libro e sarai immortale, diceva Tagore: beh, anche essere per sempre sul web però aiuta. Nonostante, in realtà, sia un altro il più prezioso degli scrigni dove conservare ciò cui si tiene: la memoria. Perché chi dimentica rivive. Ma di solito in modo ancor peggiore. E invece davvero Amor vincit omnia

Gabriele Ottaviani

Gabriele Ottaviani (Roma, 1985), dottore in Studi italiani e in Letteratura e lingua -- Studi italiani ed europei, dottore di ricerca in Italianistica, autore di Frammenti d'amore (Bibliotheka edizioni) e di Tremila giorni insieme (MUP), con cui ha vinto il Premio Malerba per la miglior sceneggiatura.

Lascia un commento

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this