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DALL’ALBA AL TRAMONTO – Un volo da Oriente a Occidente per guardarci dentro con un cannocchiale.

Giacchè l’uomo sta in piedi e guarda l’orizzonte.

Yves Klein

In questo guazzabuglio di parole concatenate che aspira ad essere il primo articolo di questa rubrica di pensieri estrapolati dalla vita, cercherò di evidenziare i tratti fondamentali del pensiero orientale per spezzare una lancia in favore della contaminazione interculturale. Giangiorgio Pasqualotto, uno dei maggiori filosofi contemporanei, che ha introdotto per primo in Italia approfonditi studi sulla filosofia giapponese, sarà il nostro Virgilio e ci condurrà per le impervie vie del vuoto. Per comodità troverete le sue parole in grassetto. Siamo pronti? Olè!

Nel pensiero orientale il vuoto è l’esperienza prima da cui si irradia l’energia che genera e sviluppa ogni sorta di vita e agire umano e, quindi, di ciascuna esperienza estetica. Esso non è concepito a livello concettuale, bensì è teso ad essere compreso in una dimensione esperienziale. Ogni idea è già un’azione, e ogni azione possiede in sé energia e valori spirituali. Insomma, faccio ciò che penso penso ciò che faccio, senza che esista uno scarto temporale tra le due proposizioni.

L’io senza più nome, svuotato del suo proprio ego e aperto-verso, guarda gli alberi, le case, le persone, i fiumi ed entra in connessione diretta con queste alterità. La ragione di questo fare non è fissare le cose e dare ad esse un nome, ma è godere dell’uguaglianza che sta tra il sé ed esse – lo spazio vuoto che costituisce tutti gli elementi – e metterle in comunicazione. La consapevolezza che ciascuna cosa è connessa a tutte le altre, non implica che essa si identifichi immediatamente con le altre, ma che ciascuna cosa, nella sua particolarità, nei suoi caratteri specifici, è costituita da tutte le altre.

Infatti, il Buddhismo sottolinea come ogni forma materiale, ogni sensazione, ogni percezione e ogni contenuto della coscienza, non abbiano natura propria. Nessun elemento, fisico o psichico, sussiste in sé. In quest’ottica ogni realtà è contemporaneamente sia condizionata che condizionante, ed è in questo vincolo che si rivela la sua natura concatenata di cause ed effetti non permanenti. Comprendere le cause prime di questa natura condizionata permette di interrompere il ciclo e di arrivare al vuoto.

Mondo come vacuità viene ora a significare, mondo strutturato da elementi interdipendenti, dove l’interdipendenza è consentita e garantita dal fatto che gli elementi sono privi di consistenza autonoma, e in tal senso sono vuoti.

Quindi sono cavi?

No -. Oltre a questa peculiarità vuota, l’originazione indipendente mette a fuoco il continuo mutamento di tutte le condizioni di esistenza: non esiste permanenza nel mondo esteriore né in quello interiore.

Ok. Facciamo un recap. Pensare corrisponde a fare e, in questa corrispondenza, tutte le cose della natura sono connesse tra loro. In più, ogni cosa è fatta nei suoi particolari da tutte le altre. Quindi le cose tra loro creano un meccanismo di causa ed effetto che causa dipendenza tra di esse. Spezzare questa dipendenza significa arrivare al vuoto. Ma non esiste qualcosa di fermo, né nella vita interiore né in quella esteriore. Quindi, come faccio a rompere il legame di dipendenza?

Le discipline orientali insegnano che la via attraverso cui raggiungere la totalità del vuoto è la meditazione. Attraverso questa esperienza concreta l’uomo può accedere alla vacuità e, al fine di ciò, gli è necessaria una forza d’animo che sappia fare a meno di qualsiasi certezza acquisita e che sappia sopportare le conseguenze che la coscienza del vuoto comporta.

Che la rappresentazione estetica sia essa stessa una forma di meditazione? L’àskesis, ovvero l’esercizio, attraverso cui arrivare alla consapevolezza di queste connessioni vuote tra le cose tutte? E che siano in realtà queste connessioni a costituire il vuoto?

La prima volta che ho disegnato un corpo nudo in posa davanti a me, ho guardato i vuoti attorno alla figura nello spazio, il vuoto tra gli arti, il vuoto tra le forme, il vuoto intorno al corpo, il vuoto tra me e il corpo dato. Io ero quel corpo, esistevo solo in rapporto alla sua rappresentazione. Ma il vuoto si guarda?

Nella pittura del Buddhismo chan/zen il carattere fondamentale dell’opera è quello eventuale, costituito cioè dall’evento che il dipingere porta con sé; il pittore chan non può correggere i suoi gesti inchiostrati ed egli così si trova a cogliere solo gli aspetti rilevanti di ciò che sta rappresentando, tralasciando ogni decorazione. L’immagine ora non è una forma compiuta consegnata a chi guarda, ma la figura non finita lasciata aperta all’immaginare o all’interpretare. Essa non è altro che un prodotto diretto, colto nella sua attualità dell’essere – non essere dell’uomo.

Forse è davvero nessaria una preparazione fisica e mentale per addestrarsi alla pratica del vuoto, se questo significa ricevere un’alterità e comprenderla nel totale abbraccio del respiro.

Il Majjhima Nikaya (raggruppamento di discorsi di media lunghezza del Buddha) descrive la purificazione della mente secondo un andamento centripeto che parte dall’orizzonte empirico esterno per arrivare a quello spirituale interno: dall’idea della foresta si passa a quella della terra, poi attraverso quella di uomo, di spazio infinito, di coscienza infinita, di non-esistenza, di coscienza e di incoscienza, per giungere, infine, a quella di animo senza rappresentazioni, osservando come ciascuna di queste idee, essendo composta econcepita, risulti necessariamente impermanente e quindi vuota.

Non esiste una stasi, un momento fermo e netto, in cui il pensiero si ferma; esso vaga attraverso i suoi stessi pensieri, che gli appaiono come a salutarlo prima del grande risveglio. La mente è portata così dal pensiero verso la valle del non-pensiero, senza pause, in un flusso che non possiede una durata specifica; qui la fretta non esiste, per questo non urge la necessità di un’interruzione.

É la concezione che rende parmanenti le cose? Le ferma? Quando mi accorgo di stare facendo esperienza di qualcosa, quando razionalizzo, è lì che la mia esperienza muore? Che sia il fluire dei rapporti tra l’ io – non io che guarda e le alterità a costituire la natura esperienziale del vuoto?

Vivere – in uno scambio incessante con l’altro da sé – sarebbe, dunque, la chiave di interpretazione empirica dell’apertura impermanente che fa divenire il vuoto. Pare allora che la condizione più naturale di un uomo nel mondo sia anche quella più adatta al raggiungimento della sua realizzazione spirituale.

Per capire maggiormente in che modo sia possibile fare spazio nella propria individualità per accogliere in sé le altre, possiamo porre attenzione alla funzione delle maschere nel teatro del Nô. La maschera bianca, con gli accenni di bocca naso e occhi, si presenta come uno spazio vuoto che permette alle diverse espressioni di emergere e di passare; sta all’abilità dell’attore far sì che questo accada attraverso dei minimi spostamenti del capo e una massima espressione del resto del corpo in un gioco di movimenti privi di significato. È grazie alla libertà lasciata da questo campo vuoto che l’attore può meglio esprimersi nella rappresentazione in atto, può meglio adempiere al suo ruolo. Egli non possiede più i caratteri specifici di un individuo; è perciò portato più liberamente ad essere strumento per la rappresentazione, senza che i suoi tratti somatici lo distraggano. La bellezza sta in questa obliazione di significato per cui un movimento privo di intenzionalità risulta essere di una bellezza costernante, ammaliante, portante. La forza di questa forma d’arte sta nell’apertura che accoglie tutte le possibilità di interpretazione possibili. Ecco che la meraviglia diviene lo scopo, inteso come telos, quella tensione-verso, che non chiude ma che spalanca le ali della creazione. Da questo arricchimento spirituale traiamo la potenzialità infinita che l’apertura verso l’altro ci dona. Siamo più noi nella misura in cui abbandoniamo i nostri egocentrismi e ci trasliamo verso l’altro che non è altro che noi. Noi siamo l’alterità e l’alterità è in noi. Ciò che ci costituisce è della stessa natura.

O almeno così ci insegna la dottrina zen.

Anche voi avete trovate qualche risonanza nella storia della cultura occidentale? Tra i molti che mi si sono affacciati alla mente, vi cito Yves klein, Gabriele D’Annunzio, Ian Mckeever, Carmelo Bene, Anish Kapoor, Roland Barthes, Pirandello, Nietzsche, Sartre, Beckett, Pascoli, Torricelli etc e varianti ancora più antiche e più contemporanee, scelgo tre paradigmatici esempi per traslare la riflessione nella valle del tramonto e lasciare aperta la conclusione a voi.

Liberare il pensiero dal pensiero, tralasciare ogni interpretazione logica, mentale, culturale, qualsiasi costrizione educata dal pensiero è, ad esempio, la lezione che impariamo da Marcel Duchamp, per cui non esiste altro antidoto alla vita che la vita stessa.

Ho una vita assolutamente meravigliosa. Avrei voluto lavorare, ma in me c’è un fondo enorme di pigrizia. Preferisco vivere, respirare, piuttosto che lavorare. La mia arte è quella di vivere; ogni secondo, ogni respiro è un’opera che non è inscritta da nessuna parte, e che non è nè visiva nè cerebrale. E’ una sorta di euforia costante”.         

In René Magritte troviamo poi gli spunti di quell’ineffabilità, propria di ogni momento e di ogni elemento, tipica dello zen. Egli identifica, infatti, il senso dell’opera d’arte nell’Impossibile, ponendo una distinzione tra il pensiero libero, inteso nell’apertura della possibilità di qualsiasi significato, e il pensiero coincidente, che è invece il pensiero logico- analitico, consuetudinario. Proprio il mantenimento di questa impossibilità, di cui è fatta l’arte, consente al senso di rigenerarsi continuamente di opera in opera.

Volgendo lo sguardo alla questione del linguaggio, mi sono accostata a Foucault per Il pensiero del fuori, ovvero per ciò che egli dice esserci rimasto più lungamente invisibile. “L’essere del linguaggio appare di per sé stesso solo nella scomparsa del soggetto. Come accedere a questo strano rapporto? Questo pensiero che si tiene fuori da qualsiasi soggettività per farne sorgere come dall’esterno i limiti, per enunciarne la fine, per farne scintillare la dispersione e non coglierne che l’invincibile assenza, e che al tempo stesso, si tiene sulla soglia di ogni positività, non tanto per coglierne il fondamento o la giustificazione, ma per ritrovare lo spazio in cui si manifesta, il vuoto in cui si situa, la distanza in cui si costituisce e dove sfuggono, non appena vi si rivolga lo sguardo, le sue certezze immediate – questo pensiero costituisce quel che si potrebbe chiamare in una parola pensiero del fuori”.                        

Quindi, è l’ubicazione del linguaggio a rendere il linguaggio capace.

La concessione che possiamo avere riguardo alla conoscenza della provenienza di qualsiasi linguaggio, ci permette il suo giusto utilizzo. Dentro alla natura di esso, in quello spazio vuoto in cui esso si genera continuamente, noi ritroviamo le redini sbrigliate di noi stessi.

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