Cuori da pietre

Come un pasto ben organizzato, la stagione ciclistica ha le sue portate fisse, anche il loro ordine è rigidamente stabilito: dopo qualche aperitivo, sparso in giro per il mondo, si comincia da un primo antipasto mari e monti – la Milano Sanremo – per poi arrivare ai due robusti tris di Classiche che aprono la strada ai più sostanziosi grandi giri. Con ancora il sapore dell’impresa di Nibali sulle labbra, sarebbe stato complicato non nutrire aspettative sulle spettacolarità del trittico delle pietre: Gand-Wewelgem, Giro delle Fiandre, Parigi-Roubaix.

In ogni stagione è difficile arrivare in Belgio senza aspettative. Lassù vivono il ciclismo come una religione: lo si mangia, lo si respira, il fascino di queste corse è impareggiabile; è naturale che molti ci abbiano fissato gli occhi sopra, in primis proprio i belgi. Esiste addirittura una squadra quasi costruita apposta per queste gare: la Quick step floors, i suoi componenti si sono dati addirittura un soprannome: il wolf pack, il branco di lupi. Questa squadra ha almeno tre punte di altissimo livello: Gilbert, Stybar e Terpstra, ai quali si aggiungono dei gregari plasmati per queste prove: il branco caccia da padrone in queste lande. Sono la squadra da battere.

Certo che i lupi fan paura, ma non per questo sono gli unici cacciatori. Sulle pietre e per le pietre, arriva anche un manipolo di cani sciolti, pronti a mordere: il campione del mondo Peter Sagan, l’olimpionico Van Avermaet, l’eterna promessa Vanmarke, e anche alcuni agguerriti italiani: Gianni Moscon, Elia Viviani e Matteo Trentin, tra gli altri, più un manipolo di giovani di belle speranze. Si danno appuntamento sulla piazza di Gand: i Lupi han già vinto tutto nell’inizio di stagione Belga, si sono lasciati scappare giusto la Sanremo, una delle poche corse mancanti nel carniere di Gilbert, la più ostica; gli è scappata sotto gli occhi una decina di giorni fa: lo Squalo ha potuto più del Lupo, ma tant’è, ora ci sono le pietre e si regolano i conti.

Gand-Wewelgem, la sorella minore del grande trittico, quella leggermente più facile – ammesso che sia facile pedalare al vento, su viottoli strettissimi, con qualche sprazzo di pietre e salita, con tutto il gruppo invasato nel tentativo di star davanti – finisce, come spesso accade, in una grande ammucchiata: la volatona di un gruppo di una ventina di unità, dove vince il più forte, o il più scaltro. Sulla sinistra parte, come una freccia arcobaleno, il campione del mondo Sagan; a sinistra, sul lato protetto dal vento, uno dei lupi: Elia Viviani, dove sta scritto che debbano essere tutti belgi? Mentre l’Iridato si invola Viviani resta per un momento ostacolato da un rivale, poi comincia una progressione irresistibile, ma è tardi. Vince Sagan, nettamente, anche se l’altro gli ha recuperato parecchi metri prima della linea. Viviani lo sa, taglia il traguardo picchiando uno, due, tre pugni formidabili sul manubrio, ma non basta. Scende dalla bici e piange, con le mani raccolte attorno alle ginocchia: piange come un bimbo che viene alla luce. Questa volta ha vinto davvero il più forte, chi se n’è fregato del vento, chi ha fatto a modo suo. La prudenza non ha pagato: piange in terra.

Giro delle Fiandre, un calvario ritardato, la domenica di Pasqua: qui i piatti sono più impegnativi, i muri in pavè sono tremendi rispetto a quelli della domenica prima; ci si mette pure il clima, anche se più si va verso il traguardo di Oudenaerde più la strada si asciuga. C’è fuori la solita fuga del mattino, ma non fa paura a nessuno, i giochi si fanno più avanti, molto più avanti, persino dopo il muro di Grammont da sempre spartiacque della corsa, da qualche anno troppo indietro sul percorso, quando mancano ancora 90 km al traguardo. I giochi si fanno molto più in là, quando si risveglia l’orgoglio dei Signori del gruppo: mancano una trentina di chilometri, quando parte Vincenzo Nibali, al suo esordio da queste parti. Purtroppo la sua azione, pur emozionante, è un fuoco di paglia, ma serve da miccia per l’azione di Niki Terpstra. Il lupo Olandese guadagna solo una manciata di secondi, ma le sue doti da grande finisseur lo porteranno in trionfo al traguardo. Il branco ha funzionato alla perfezione: partito Terpstra gli altri elementi si serrano sulle ruote degli altri uomini pericolosi e fanno una guardia così efficace da permettere al compagno Gilbert di acciuffare la terza piazza, dietro al coraggioso Pedersen, al vento, là davanti, da diverse decine di chilometri. Se i lupi festeggiano, è l’attesissimo Sagan a mugugnare: a suo dire corrono tutti sulle sue ruote, tutti contro di lui, e questo non gli permette di vincere. Ahilui, si è gettato in uno scomodo cul de Sac: gli risponde per le rime Tom Boonen, ormai ex corridore, fino all’anno scorso membro del branco Quick Step: a suo avviso il campione del mondo vincerebbe ciò che senza dubbio merita se pedalasse di più e parlasse meno. Sagan incassa e rimugina.

Nella coda sta il veleno. L’ultimo appuntamento con le pietre è forse il più temuto: Parigi-Roubaix, dislivello ineisistente ma lingue di pietra capaci da sole di far rimpiangere pendenze molto più arcigne. Quei cinquantacinque chilometri malcontati di mulattiere di sassi farebbero paura a chiunque, ma ci sono corridori fatti apposta per esaltarsi sulle punte acuminate del dorso d’asino, pronti a sentire ogni sibilo delle ruote: ho forato io? Forse è lui, mi è andata bene, stavolta. Il clima fa le bizze: piove fino alla sera prima, gli organizzatori sono costretti ad aspirare un po’ di fango dalla superficie; può essere deleterio. I nomi più caldi sono sempre gli stessi, grandi riflettori sui vincitori delle due prove precedenti, ma anche sui delusi: Van Avermaet su tutti.

Anche qui, va via una fuga abbastanza presto, si lotta per formarla, poi il vantaggio in poco tempo vola sopra i dieci minuti: niente di grave, verranno riassorbiti, tutti tranne due. Michael Golaerts e Silvan Dillier. Tutto sommato la corsa procede tranquilla, nonostante un numero incredibile di cadute correlate dalle consuete forature. La Quick Step la fa da padrone e corre con arroganza: sin da lontano manda via i suoi capitani, uno dopo l’altro; già nella foresta di Aremberg, mancano circa novanta chilometri, ci prova Gilbert – forse si sono stufati di tirare e vogliono stanare gli altri, ci riescono fino a un certo punto – poi va via Stybar, in mezzo a questo delirio, anche Van Avermaet tenta qualche puntura di spillo. La corsa si fa elettrizzante: questa situazione si protrae per qualche tempo. Ai meno cinquanta, pigramente quasi con indolenza, anche Sagan prova una stoccata; incredibilmente, nessuno lo segue. Lui pedala con incredulità, poi capisce che può solo prendere o lasciare: prende, o meglio, riprende tutti gli uomini in fuga dal mattino. Presto resta davanti con Dilier. Non lo vedranno più. L’elvetico Dilier merita una menzione d’onore: pur essendo sulla carta battuto non si risparmia mai, accompagna il campione del mondo da pari a pari fin nel velodromo. Qui esagera con la cavalleria ed entra in testa, non prova nemmeno a stuzzicare Sagan facendolo partire lungo. Il campione slovacco lo salta con facilità. Dal 1981 un iridato non alzava le mani nel velodromo: mica male. Alle loro spalle si piazza Terpstra: il branco questa volta ha dimostrato eccessiva sicumera. In fondo, Sagan ha fatto solo quanto consigliatogli da Boonen: silenzio e pedalare.

Sono così finiti gli antipasti di pietra, da settimana prossima ci si sposta sulle Ardenne: ancora vento e viottoli stretti, continue curve, e infiniti rilanci per non rimanere indietro. Questa volta, però, sotto le ruote solo asfalto, costellato però dalle temibili Côtes: salite brevi dalle pendenze arcigne. Anche qui tre prove: Amstel Gold Race domenica 15; Freccia Vallone il mercoledì successivo; si chiude la domenica dopo con la Liegi- Bastogne – Liegi, la decana delle classiche. Un occhio di riguardo va posato sul nostro Vincenzo Nibali, enorme a Sanremo e generoso al Fiandre, ma anche sul mattatore di questi percorsi negli ultimi anni: Alejandro Valverde, senza dimenticare Philippe Gilbert. Speriamo non vi siate strafogati troppo, il pranzo è tutt’altro che finito.

”Di ciò di cui non si può parlare è meglio tacere” scrive Witgenstein, è la linea di questo articolo. Quando un ragazzo di poco più di vent’anni resta per la strada, non per un dannato, maledetto, incidente, ma perché il cuore smette di pompare, ci si taglia il fiato: qualunque cosa si scriva è inadeguata. Ho deciso di dedicargli il titolo e poi non parlarne più. Non è menefreghismo, è rispetto. Cuori da pietre, come quello che si è arrestato, proprio in un viottolo di quelli lastricati – il numero 28, secondo di giornata nel cammino verso Roubaix – mentre si trovava in fuga, perché era uno di quei muscoli cardiaci petrosi, nati da quelle parti, cresciuti tra la birra e l’acciotolio della meccanica sul pavé nei giorni di festa. Uno dei pochi cuori a gioire tra i sobbalzi e le fitte ai muscoli, tra il vento e il fango, per lui non era casuale trovarsi lì. Noi rispettiamo tutti quei palpiti: quelli del bambino in attesa della corsa, del corridore, dell’uomo in fuga. Li rispettiamo fino all’ultimo. Nell’attesa di capire perché non ce ne saranno altri stiamo zitti, e lasciamo Michael Golaerts involarsi nella fuga dei perché urlanti.

Michele Polletta

Piché - al secolo Michele Polletta - nasce e cresce a Biella, corre a Milano per studiare filosofia: per ora, è ancora lì. Vivace, loquace, pugnace, iperattivo si dedica a una serie di sport che poi segue in modo ossessivo, dal divano o dal vivo, comunque senza muovere un muscolo. Alcuni sostengono che li racconti meglio di come li pratichi. Scrive, ma soprattutto parla, parla, parla: poco importa che si trovi a scuola, dove insegna, in un bar, o alla radio

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