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Cronaca di quella volta che Duchamp inventò il Readymade.

E’ la mattina del 2 aprile del 1917, tre personaggi camminano per le strade di New York, apparentemente diretti verso nessun posto preciso e curiosamente assortiti. Sono un americano, un italiano e un francese. L’inizio sembra quello di una vecchia barzelletta pre-U.E. il proseguio invece, data la natura degli oggetti che si chiameranno in causa, una freddura da settimana enigmistica. Né l’una né l’altra: questa è la storia dell’invenzione del readymade, ed è cosa seria, anche se non sembra.

Joseph Stella, il più grosso e corpulento dei tre, è l’italiano. All’apparenza un macellaio con indosso i vestiti della domenica, invece è un pittore, il primo “futurista di New York”.
Poi c’è Walter Arensberg, lui, dai modi precisi e l’aspetto da fine intellettuale, è proprio un fine intellettuale. Critico d’arte, ma non di quelli con la puzza sotto al naso, è più uno che si diverte, dotato di tanto senso estetico quanto di sense of humor; e per forza, visto che sarà mecenate e fautore del movimento DADA di New York.
In mezzo ai primi due, ecco Marcel Duchamp, il francese, che non ha bisogno di presentazioni.

L’italiano, il francese e l’americano sono anche alcuni dei membri della «Society of Indipendents Artists», nonché organizzatori dell’omonima mostra che il gruppo intende inaugurare di lì a poco. Fine nobile dell’esibizione è quello di favorire la circolazione di forme espressive fresche, che non abbiano niente a che fare con i vecchi canoni imposti dell’arte accademica.
Artisti affermati o pittori della domenica, chiunque avrebbe potuto prendervi parte, presentando fino ad un massimo di due opere e pagando una quota di iscrizione di appena due dollari.

Contraddizione in termini: Duchamp e l’invenzione del Readymade
Prendendo alla lettera lo statuto, Duchamp riesce senza difficoltà ad immaginare qualcosa di lontano dai vecchi schemi accademici. Così quella mattina, in compagnia di Arensberg e Stella, entra in un grosso magazzino di componenti idraulici; lì chiede consiglio ad uno degli addetti alla vendita, il quale li conduce al reparto sanitari. Ignaro delle reali intenzioni dei tre, il commesso comincia diligentemente ad elencare le caratteristiche dei prodotti in catalogo. Un quarto d’ora dopo, davanti alle vetrine di J.L. Mott Ironworks, Duchamp se la ride in compagnia dei suoi due amici.
Un insospettabile orinatoio, con un destino alquanto insolito, sta per diventare una memorabile opera d’arte: è “Fontana”.

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Arrivato nel suo studio, l’artista francese si mette immediatamente a lavoro, sebbene non fossero necessarie grandi operazioni. Non per niente chiamerà poi questo genere di opere “Ready Made” oppure “Object trouvè”. In questo caso, Duchamp capovolge l’artefatto, lo firma in basso a destra e il ready made è pronto.
Apparentemente lo era da quando figurava in bella mostra sullo scaffale di J.L. Mott Ironworks; allora però era ancora un semplice orinatoio al posto che chiunque si sarebbe aspettato.
Mancavano la decontestualizzazione, la malizia, la provocazione, la citazione colta, l’indizio simbolico e infine una mente brillante in grado di leggere sulla la superficie smaltata di quel banale prodotto industriale, il seme che avrebbe rivoluzionato il modo di intendere e produrre l’arte per i decenni a venire.

M. Duchamp : R.Mutt = artista libero : mercato dell’arte.
Sul perché Duchamp abbia firmato il suo “Fontana” con uno pseudonimo, ci sono alcune semplici motivazioni: la prima è di carattere tecnico. Duchamp era parte del comitato organizzativo della mostra oltre che fondatore della società degli Artisti Indipendenti, dunque presentandosi con uno pseudonimo, la sua partecipazione sarebbe stata in un certo senso anonima e libera da condizionamenti; così libera che non solo fu scartata, e dunque mai esposta, ma – pare – addirittura rovinosamente distrutta.
R. Mutt fa anche riferimento al nome del magazzino dal quale l’opera proviene, sottolineando così che non si tratta di un manufatto, un prodotto artigianale, ma di un oggetto industriale con il quale l’artista sposta per la prima volta l’attenzione dal medium al messaggio.
Il readymade è il primo seme piantato nel giardino dell’arte concettuale: un oggetto attraverso il quale esprimere un’idea in modo diretto, senza che questa necessiti di essere mediata da alcuna tecnica (pittorica, scultorea o di qualsiasi altro tipo).
Firmando l’opera “R.Mutt”, Duchamp faceva inoltre sottilmente riferimento ad un personaggio a fumetti piuttosto conosciuto all’epoca, apparso per la prima volta sul “San Francisco Chronicle” nel 1907, protagonista delle strisce satiriche “Mutt and Jeff”.

Mutt è un imbroglione avido di denaro, con l’ossessione per il gioco d’azzardo, e interessato solo a stratagemmi per arricchirsi in fretta.
Con “Fontana” l’artista intendeva farsi burla dei mercanti d’arte, i collezionisti, certi critici e tutto quel lato affarista e un po’ gretto del sistema dell’arte. Duchamp voleva mettere alla prova la loro intelligenza, oltre che ironizzare sul senso estetico e la loro reale capacità di giudizio, ma non ci riuscì – non immediatamente almeno – ma la storia seppe rendergli giustizia…
La commissione che giudicava la qualità delle opere infatti, trovò che la proposta di Duchamp/Mutt fosse troppo irriverente, troppo provocatoria.
Forse non ci arrivarono proprio, loro che volevano proclamare un’arte nuova e fuori dagli schemi, che quello era qualcosa di più di un orinatoio rovesciato. Niente balenò nelle loro menti che non fosse prevedibile indignazione. Se c’era un messaggio, ai loro occhi doveva risultare o troppo criptico, o troppo prosaico.
In un caso e nell’altro, l’artista fu scartato e l’opera andò persa.

Epilogo. No spoiler, tanto la fine della storia già la conoscete.
C’è chi sostiene che qualche membro della commissione si offese al punto da scagliarsi adirato contro l’indifeso orinatoio, mandandolo in frantumi.
Chi invece racconta che l’originale andò perduto al termine della mostra, banalmente scambiato per ciò che era originariamente – e che tornò ad essere non appena la magia dell’esposizione svanì – come una cenerentola qualunque.

Prima però che questo avvenisse l’opera fu fotografata da Alfred Stieglitz, che non era semplicemente uno con la macchina fotografica, ma il fondatore di Camera Work, e proprietario della famosa Galleria 291. Una figura di tutto rispetto nel panorama artistico di New York, che nella vita aveva un solo scopo: che si riconoscesse alla fotografia la dignità di mezzo espressivo artistico. Perché la mentalità diffusa nella prima metà del novecento voleva che l’arte fosse educata e colta: un’immagine meccanicamente prodotta, non poteva essere un prodotto artistico, allo stesso modo in cui un orinatoio non poteva passare come una scultura moderna.
Il merito dei protagonisti di questa storia è proprio quello di aver capovolto il punto di vista, anche a costo di provocare nausee e malumori.
E così un orinatoio, proclamato readymade da Marcel Duchamp e fotografato da Alfred Stieglitz, conferiva abbastanza artisticità a tutta l’operazione da far arrossire imbarazzati i sedicenti espertoni che avevano deciso di bocciarla.

Del resto la storia dell’arte è piena di fallimenti ed errori ingigantiti dal tempo.
Certe opere, addirittura certe correnti artistiche, sono come quelle battute che ci vuole un po’ per capirle, ma poi ti fanno ridere ogni volta che ci pensi.
Anche la volta in cui Duchamp inventò il Ready Made l’effetto fu più o meno lo stesso.
Al termine della mostra, sulla rivista “The blind man” un anonimo (probabilmente l’artista stesso) così commentò l’operazione:

«Se Mr. Mutt ha fabbricato la fontana con le proprie mani o no, non ha nessuna importanza. L’ha scelta. Ha preso un articolo ordinario della vita, lo ha innalzato in maniera che il suo significato d’uso sparisse dietro un nuovo titolo e un punto di vista; e ha creato un nuovo pensiero per questo oggetto.»
«un oggetto comune promosso alla dignità di oggetto d’arte mediante la semplice scelta dell’artista.»

«un oggetto comune promosso alla dignità di oggetto d’arte mediante la semplice scelta dell’artista.» Avrebbe aggiunto poi il critico d’arte Andrè Breton.

Il potere del readymade era proprio questo: qualsiasi cosa poteva essere arte, tutto quello che ci voleva era un artista pronto a dichiararla.
Certo che la possibilità aveva anche i suoi risvolti negativi, come nella leggenda del re Mida: trasformare qualsiasi cosa in arte conferirebbe un potere straordinario ad un artista degno di questo nome (leggi: riconosciuto e strapagato). Ma se tutto – chiudete gli occhi e immaginate qualsiasi cosa – può essere arte, allora l’arte stessa dov’è? Cos’è?

A partire da quella mattina di aprile del 1917, sebbene con un po’ di comprensibile ritardo, l’arte scoprirà il potere straniante della decontestualizzazione, dell’appropriazione e del capovolgimento di senso. Su queste basi prenderà avvio il movimento Dada, il surrealismo, l’ arte concettuale, l’opera di Andy Wharol e della pop art tutta, che farà delle icone e i prodotti dell’era consumistica il suo personalissimo readymade. Così pure faranno John Baldessari, Barbara Kruger e moltissimi altri sino ad oggi.
Chi detesta l’arte contemporanea non si sorprenderà di questa insolita origine.

Curiosità.
Fontana, è soltanto il primo ready made concepito per l’esposizione pubblica, e dunque scelto con un preciso intento provocatorio. Ma nell’ordine di tempo fu “Routa di bicletta” il primo readymade realizzato da Duchamp nel 1915, perché – parole dello stesso Marcel: «mi piaceva far girare la ruota»
Attualmente esistono nel mondo 15 copie autenticate di “Fontana”. Del resto non contano le sorti dell’originale del 1917; per quante volte l’avrebbero distrutto i suoi detrattori, si trattava pur sempre di un readymade. L’industria era dalla parte di Duchamp.

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