COSIMO ARGENTINA: GEOGRAFIA PER PRINCIPIANTI

Chi è stato il cuoco di Napoleone? – domandava il Solfaroli sulle pagine di un’antologia scolastica che cercava di trasmettere a giovani discenti la necessità di indagare su quella storia scritta con la minuscola, fatta di intimi dissidi e quotidiani eventi sacrificati al cospetto delle battaglie e degli eroi che hanno popolato nel bene e nel male la sorella maggiore. Una micro-storia, una storia piccina, pronta a tenere insieme i granelli del tempo degli uomini rendendo loro la giusta ricompensa su generali ed eventi.

Cosimo Argentina, basandosi su criteri di verosimiglianza decide, nella rivisitazione – ma vorremmo dire riscrittura di quel Cadetto che lo aveva lanciato nel 1999 – di rendere un servizio alla letteratura e alla cronaca italiana degli anni ottanta e novanta, proponendo nella vita di un Leonida, molto lontano da Termopili e persiani e molto più a suo agio nella reincarnazione dell’epigrammatico del III secolo avanti cristo, uno squarcio delle esperienze umane esperibili ed esperite negli anni soffici e letali che vedevano i gradoni dell’Heysel tremare e il corpo di Dalla Chiesa tradito e crivellato di colpi.

Una vita, sia chiaro, non ideologizzata. Comune, al contrario: scandita da problematiche e fallimenti quotidiani, gravitante su quella marmitta di Simca bucata e su quell’aumento del prezzo delle verdure che creano nella quotidianità della gente smottamenti non meno importanti di quelli registrati dalla storia patria.

Una vita, per scomodare Poddi, da tre volte invano, nella quale «un aspirante uomo, un aspirante scrittore e una mezzasega di ex cadetto» riuniti nella stessa gabbia toracica e calotta cerebrale cercano una fuga e aspirano ad una realizzazione, portando sempre sul capo le ceneri di un padre diafano impegnato in biografie di Borges e di una madre ingombrante e ingolfata nel suo ruolo padrematerno. Una vita, geograficamente parlando, da doppio elastico pendolare degno del Zé Roberto dei tempi d’oro, costretta ad abbandonare il nido della città natale tendente allo svuotamento, ad emigrare in un settentrione emiliano accademico e mai voluto per ripiegare poi su tossici e inquinanti studi universitari baresi prima di ripiombare in quella Milano dalle molteplici velocità che l’uomo Argentina conosce fin troppo bene.

Una vita delle nostre, vera ed onesta nel riversarsi sulla carta, fatta di tentativi e fallimenti, di arroccamenti e contropiedi fulminei, di slanci, frenate improvvise e impatti violenti con il primo tram delle cinque e mezzo. Una vita che accade e si compie alle spalle della Storia, attaccata alla sua schiena e trascinata dalle sue peripezie politiche e militari.

Quella di Argentina non è soltanto un’opera da acquisire necessariamente, ma da conservare. E non, sia chiaro, come una reliquia: questo è libro da spaginare, da consultare violentemente e poi riporre in biblioteca, da ripescare come quel vecchio album di foto ingiallite che ci ricorda chi eravamo, come quella corrispondenza clandestina e passionale con quello che è poi diventato il nostro coniuge, come quell’ignoranza beata e quell’inconsapevolezza che conservavamo nel preparare del pollo ad un generale corso che, nell’ottocento, stava per far inginocchiare mezza Europa.

Giovanni Turi ha reso un buon servizio nel ridare vita a quello che è stata definito da Crovi il miglior libro del ’99. Il resto, nel bene e nel male, ora tocca a noi.

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